Misurare colori melange

(di Marcello Melis) – marzo 2018

“Ciao! Ho comprato una giacca di un colore rosso melange! E’ un rosso tra il mattone e l’ocra rossa, come faccio a spiegartelo? Devi assolutamente vederla!”

Quante volte abbiamo sentito discorsi di questo genere? Magari riferiti ad altre cose, come il colore di una parete, di certe maioliche, di un arredamento? La comunicazione di questo genere di informazione di colore, se vogliamo che sia esatta, comprensibile e riproducibile, presenta due complessità. La prima riguarda proprio la misura del colore, perché non sarà mai la misura di UN colore, bensì una analisi dettagliata della distribuzione dei colori che compongono il melange.

A questo proposito, tutti gli strumenti di misura puntuali non sono più di alcun aiuto, e questo perché sono concettualmente concepiti per eseguire una misura di colore su un singolo punto, ovvero la media di un’area molto piccola, restituendo un solo valore colorimetrico.

Una misura di colore di tipo “imaging”, invece, restituisce i valori colorimetrici di ciascun pixel dell’immagine permettendo così un livello di analisi del campione molto sofisticato. Partiamo da una immagine colorimetrica di un campione di filato e separiamo, usando un algoritmo di classificazione, i pixel dell’immagine in 5 classi di colore omogeneo. Ogni classe viene rappresentata da un diverso colore nella seconda immagine.

L’immagine originale può essere quindi immaginata come la sovrapposizione di 5 immagini, ognuna delle quali contiene tutti pixel di colore omogeneo.

Ciascuna di queste cinque classi sono definite dai seguenti parametri

La suddivisione dei colori viene fatta con una così detta Mappa di Kohonen in grado di identificare i 5 colori più rappresentativi e tutti i pixel simili ad essi. Nella tabella sono riportate la percentuale di pixel appartenenti ad ogni classe, le coordinate colorimetriche ed un quadrato del colore della classe.

La colonna C234 contiene l’aggregazione, cioè la media, delle tre classi centrali 2, 3 e 4 che rappresentano il 77% dei pixel. L’ultima colonna è l’aggregazione di tutte le classi e rappresenta il colore medio dell’area, come verrebbe misurato un sistema di misura puntuale.

Come ulteriore passo è possibile associare alle 5 classi di colore i codici colore NCS e quindi associare ad uno specifico colore melange una ben precisa mazzetta di colori NCS, utile per creare ulteriori  abbinamenti.

CONTATTI
Marcello Melis
Profilocolore Srl
Multispectral Imaging, Spectral Analysis,
Image Processing, Color Management

MAIL: marcello.melis@profilocolore.it
SITO: www.profilocolore.com

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Barche colorate

ARREDO | LUCA NICHETTO

In occasione del Salone del Mobile 2017, Moooi ha presentato “Canal Chair”, seduta progettata da Luca Nichetto. Non vi poteva essere un’affinità più profonda tra l’azienda olandese e il designer veneziano: entrambi appartengono a un territorio fatto di acqua e di canali.

La forma di questa arm chair si ispira, per analogia, alla carena delle barche in legno, le cui doghe lignee sono spesso verniciate secondo la fantasia del proprietario. La sedia poggia su una struttura in acciaio cromato, è imbottita e rivestita in panno a strisce colorate, talvolta in forte contrasto fra loro.

In ognuno dei suoi lavori, Luca Nichetto fa ricorso al Sistema NCS®©.
In questo caso, il designer ha scelto tonalità neutre, derivate dall’arancione, differenti gradazioni di grigio, varianti del rosso e altri colori decisamente saturi.

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Vantablack – Più nero non si può

(di Guglielmo Giani) – febbraio 2018

Come ben sappiamo il colore è relativo. Diversi fattori influenzano ciò che percepiamo: lo sfondo può rendere un color più chiaro o più scuro, l’angolo sotteso dall’occhio può farci apparire un colore più saturo o meno, la temperatura colore di una fonte luminosa può giocare strani effetti metamerici…

Il colore “in senso stretto” non è il solo ad essere relativo, anche il bianco e il nero sono due sensazioni molto labili. Ciò che definiamo “bianco” o “nero” ha senso solo in relazione a ciò che ci circonda all’atto di definire quelle due particolari sensazioni. Un ripiano di lavoro può apparire bianco, ma appoggiandoci sopra un pezzo di carta (privo di sbiancanti ottici) ci renderemmo conto che il ripiano non é poi così bianco, ma in realtà grigio chiaro o beige chiaro. Un cartoncino può apparire nero ma se lo confrontassimo con un velluto rimarremmo delusi nello scoprire che il cartoncino é grigio scuro.

Il bianco e il nero: due percezioni, due stati così diversi ma altrettanto simili.

La curiosità ci porta a domandarci qual’è il material più scuro che possiamo ottenere? Sulla carta la risposta è facile: quel materiale che ha una riflettanza nel visibile pari a zero.

Sfortunatamente un materiale così ancora non esiste, e come lo zero assoluto, é probabilmente una chimera. Qual’é quindi ad oggi il materiale più scuro che esista sul mercato?

Entri in scena Vantablack!

Vantablack (Vertically Aligned NanoTube Arrays) é un materiale, come dice il nome stesso, basato su nanotubi di carbonio*, sviluppato e prodotto dall’azienda inglese Surrey NanoSystems.

Vantablack ha un riflettanza dello 0.00035%. Per dirla in soldoni, se illuminassimo il materiale con 100000 fotoni, solo 35 verrebbero rimessi nello spettro del visibile. Data la natura molto opaca del materiale, questi 35 fotoni verrebbero diffusi in tutte le direzioni e solo pochissimi raggiungerebbero il nostro occhio. Anche solo facendo questi calcoli approssimativi, ci rendiamo conto che questo materiale appare completamente nero se osservato sotto una normale sorgente luminosa.

Ma quanto è nero Vantablack? Cosi nero che stropicciando un foglio di alluminio coperto con Vantablack non saremmo in grado di vedere le pieghe.

A primo acchito potrebbe sembrare una curiosità scientifica, in realtà il materiale ha enormi applicazioni in ambito ottico, specialmente nello sviluppo di strumenti ottici ad alta precisione. Molti dei telescopi montati sui satelliti progettati dalla NASA, l’ESA e la JSA hanno l’interno rivestito di questo materiale, per evitare l’insorgere di straylight (luce sporadica), ossia un tipo di rumore strumentale nei sistemi ottici dovuto a luce non voluta.

Sfortunatamente il materiale non è disponibile in commercio se non sotto licenza, quindi veramente difficile da osservare dal vivo se non visitando la sede dell’azienda produttrice.

Esiste un versione leggermente più “chiara” denominata Vantablack S-VIS, composta da nanotubi di carboni non allineati che può essere applicata facilmente a spruzzo. Questa versione commerciale é stata offerta dall’azienda, in licenza esclusiva, all’artista anglo-indiano Anish Mikhail Kapoor, rappresentante del Regno Unito alla XLIV Biennale di Venezia e vincitore, tra gli altri, del premio Turner nel 2002. Questa licenza esclusiva ha creato un enorme scalpore nel mondo artistico internazionale, in particolare Christian Furr e Stuart Sample hanno innondato i social media con articoli e post esprimendo il loro stupore e dissenso.

Come rappresaglia ‘artistica’ Stuart Sample ha sviluppato e prodotto il pigmento “più rosa” che esista, mettendolo in commercio online per chiunque, tranne Anish Kapoor! In seguito Sample ha introdotto altri pigmenti ultra-saturi e una pitture acrilica nera molto simile a Vantablack S-VIS. Per completare il cerchio Anish Kapoor ha pubblicato sulla sua pagina Facebook una foto dove offre a Stuart Sample il dito medio (intinto nel suo rosa)! Una schermaglia fra artisti che alcuni critici hanno definito essa stessa un esempio di arte contemporanea.

Se siete curiosi di “vedere” il secondo nero-più-nero-che-c’é vi invito a visitare il sito di Stuart Sample

*I nanotubi sono allotropi del carbonio (come la grafite e i diamanti) con un immenso potenziale tecnologico. Se siete curiosi vi invito a cercare online articoli a riguardo.

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Tonalità coraggiose

INTERIOR | MASQUESPACIO

Lo studio professionale di cui vedete due foto, in un certo senso, sta segnando una svolta nell’interior design. Lo studio valenciano Masquespacio sta compiendo una rivoluzione nei paesaggi interni proprio grazie all’uso del colore.
Ana Milena Hernández Palacios and Christophe Penasse adottano tonalità luminose, sature, ottenute da sapienti rielaborazioni di colori elementari. Ma soprattutto puntano sul contrasto, spesso tra opponenti. Rosa Barbie, blu elettrico, rosso granato e vede bottiglia sono gli ingredienti di una sinfonia cromatica elegante ma un po’ shocking, tra postmoderno e anni ’50.

Masquespacio predilige le superfici a tinta unita. Niente pattern, al massimo dettagli d’arredo.
Crediamo che l’attività di questo studio ci invita a riflettere sulle potenzialità sconfinate del colore negli spazi interni, come portatore di nuovi codici espressivi.

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Campi di energia

PITTURA | PETER HALLEY

La tradizione dell’astrattismo geometrico, consolidatasi per tutto l’arco del XX secolo, prosegue nella contemporaneità attraverso la figura di Peter Halley, artista newyorkese classe 1953.
Dopo una formazione sinergica ai fermenti postmoderni degli anni ’80, Halley struttura i propri quadri sugli schemi geometrici che regolano l’organizzazione dello spazio umano (cellule, griglie carcerarie, condutture, ecc.).


Soprattutto in chiave artificiale: del resto, i colori applicati alle tele – tutte di dimensioni importanti – non possono che appartenere all’estetica del sintetico.
Le tonalità cromatiche che riempiono i rettangoli sono molto sature e di pari intensità. I pattern di Halley sono formati innanzitutto da un contrasto armonico, dove i colori fluo si confrontano con le tinte primarie e con il nero. Ma il supremo gioco dell’acrilico non si esplicita solo nella ricerca cromatica. Alcune porzioni del quadro sono a sbalzo texturato, ciò che genera impercettibili chiaroscuri.

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Hi-Fi, Wi-Fi! …Li-Fi?

(di Andrea Cacaci) – novembre 2017

Hi-Fi: eravamo molto giovani quando abbiamo iniziato ad imbatterci in questa sigla che pian piano ci diventò familiare. Era l’acronimo dal sapore tecnologico di “alta fedeltà”. Rappresentava un incredibile innalzamento della qualità sonora a cui eravamo abituati in precedenza ed apriva alle nostre orecchie scenari sonori solo sognati.

Col passare degli anni e con la mutazione del mondo da analogico a digitale trovammo sulla nostra strada un altro termine inizialmente oscuro: Wi-Fi.  Stavolta il significato era quello della liberazione dai cavi che ci legavano alle scrivanie (Wi=wires, cavi).  L’arrivo del Wi-Fi cambiava le nostre case e gli uffici in ambienti free, in cui ogni apparato tecnologico poteva vivere indipendentemente dalla posizione degli altri, ogni apparecchio poteva essere dislocato dove si voleva senza considerare le distanze.

Ora il lessico della tecnologia ci mette alla prova con una nuova ed accattivante definizione: Li-Fi.  Cosa vuol dire? E soprattutto: cosa rappresenta?  Il prefisso “Li” sta per Light, quindi il significato è Light Fidelity. Ecco il motivo per cui ne sto parlando: c’entra la luce.

Luce non utilizzata per il suo scopo principale e tradizionale, cioè illuminare, ma per fare altro. Un “altro” così diverso che il Li-fi funziona anche a luce “quasi” spenta. Perché “quasi”? Se l’intensità del flusso luminoso è così bassa che l’occhio umano non riesce a percepirla, il cervello considera quella luce “spenta”, quella bassa intensità è tuttavia sufficiente da essere captata dagli strumenti che la usano per i loro scopi: la trasmissione dei dati.

Le care vecchie lampadine ci avevano abituati ad un flusso costante della luce. Si premeva un interruttore, il filo al tungsteno sentiva il passaggio della corrente elettrica, diventava rapidamente incandescente ed iniziava a produrre energia elettromagnetica. Quella parte di spettro che poteva essere percepita dagli occhi la si chiamava luce, un’altra parte la sentivamo come ondate di calore e un po’ di spettro lo sentivano i nostri abiti che sotto l’effetto degli UV tendevano a sbiadire. In quel flusso non c’era altro.

Già con l’avvento degli apparecchi d’illuminazione con alimentazione elettronica (quindi ancor prima dell’arrivo dei LED), questa semplicità tecnologica e questa costante continuità di flusso furono messe in discussione. Spesso per ottenere un certo risparmio energetico si agiva su una leggerissima discontinuità nella produzione delle onde elettromagnetiche, così lieve da non venir percepita dal nostro cervello, ma che creava di fatto dei buchi nel flusso luminoso: si creava una repentina successione di buio e luce ripetuta all’infinito.

I nostri occhi possono essere ingannati ma non gli strumenti tecnologici: le macchine fotografiche e le videocamere scoprirono subito questo inganno. Fare fotografie o video in ambienti illuminati da lampade che funzionavano con alimentatori elettronici svelava il gioco.  Sui monitor apparivano bande nere orizzontali che corrispondevano ai buchi lasciati vuoti dalla luce. La frequenza del ritmo buio-luce entrava in risonanza con quella delle riprese video, tecnicamente quell’effetto venne definito “flickering”.

Rotella per il rilevamento del flickering

Rotella per il rilevamento del flickering

E’ proprio qui che è intervenuta la ricerca, si è trasformato il flickering da problema in opportunità. La rapidissima sequenza luce-buio, prodotta dagli alimentatori elettronici, è stata portata nel mondo digitale e tradotta nel suo sistema binario 0-1.  La luce elettronica in tal modo può parlare il linguaggio dei computer e si trasforma in un veicolo di dati ed informazioni.

L’arrivo dei LED sul mercato ha ulteriormente spianato questa strada. La luce dei LED è una luce digitale, può essere pilotata e comandata con possibilità infinite. Sfruttando anche gli studi  sulle caratteristiche della percezione visiva umana è stato possibile far compiere al sistema un notevole passo in avanti: si è aggiunto il livello di ricezione del segnale riservato agli strumenti elettronici. Le prossime generazioni di cellulari evoluti saranno capaci di leggere e tradurre le informazioni che vengono veicolate dalla luce anche quando il nostro cervello crederà di essere al buio. Per far trasmettere ad una sorgente un messaggio digitale non occorre che siano coinvolti gli occhi, l’intensità dello spettro elettromagnetico trasmesso può essere ridotto al minimo, tanto da uscire dal campo di sensibilità percettiva umana, ma non da quello degli smartphones.

Che vantaggi ci sono? Il primo e più evidente è la rapidità della trasmissione delle informazioni: stiamo letteralmente parlando della velocità della luce.

Wi-fi addio? Non ancora: tutto questo complesso sistema è per ora usato per il download, per scaricare i dati nei nostri devices. La rete di illuminazione mi permette di far arrivare le mail nel mio telefonino ma non è ancora capace di raccogliere le nostre risposte. C’è ancora ampio spazio di lavoro per i ricercatori di tutto il mondo.

 

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