Il colore si fa spazio

(di Gianluca Sgalippa) – gennaio 2020

Da alcuni anni a questa parte, nel mondo del progetto, la ricerca cromatica sembra essere diventata un atto imprescindibile, a tutte le scale. Dalle facciate dei nuovi edifici fino ai piccoli spazi interni, la creazione di un manufatto architettonico viene sempre più vissuta come una vera e propria composizione cromatica, sia bidimensionale (il prospetto) che tridimensionale (un ambiente con qualunque destinazione). Ma come accade sia nella pittura figurativa che nell’astrattismo, l’uso del colore non è assoluto: esso trova un senso se relazionato alla luce e alla geometria.

L’attività formativa di NCS Colour Center Italia, da tempo impegnata nella divulgazione specialistica della cultura cromatologica, fornisce ampie argomentazioni in merito sia attraverso strumenti scientifico-disciplinari sia attraverso vaste esemplificazioni progettuali. Ne scaturisce un panorama creativo assai fervente che supera il total white del ventennio di fine secolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

In fatto cromatico, non esistono vere e proprie tendenze dominanti. Anzi, l’unica tendenza consiste proprio nel far convivere tanti indirizzi del gusto, con una gamma di scelta assai vasta e disinibita. Il nostro ruolo, in questa sede, può limitarsi a registrare entusiasticamente (e in generale) questo fenomeno, oltre ad alcune rilevazioni di un certo interesse, che riportiamo qui di seguito, a titolo più metodologico che manualistico.

Un accostamento assai ricorrente nell’interior – e non solo – è l’abbinamento tra i toni del verde e quelli del rosa, ricordando che si tratta di due tinte opponenti. La seconda, anche usata da sola, rappresenta addirittura un vero e proprio trend: colore coraggioso, al rischio della nausea, è stato riscoperto da poco, a dispetto della sua tradizionale valenza femminile.

 

 

 

 

 

 

 

 

Altre palette ampiamente sdoganate riguardano l’arco cromatico tra blu e verde. Da sempre accusati di essere “freddi” e, per questo, poco adatti allo spazio interno, sono oggetto di interessanti esplorazioni. Il loro uso riguarda soprattutto le tonalità più desaturate e chiare, che danno luogo a effetti vellutati e metafisici.

Senza riferimento a tinte specifiche, dobbiamo ricordare che sta riprendendo piede gli accostamenti a contrasto. E qui il gioco diventa perfino divertente, come se lo spazio fosse una tela pittorica. Colori primari, nuance pastello, tinte acide e toni neutri partecipano a un processo creativo (cui il Sistema NCS fornisce però basi razionali e scientifiche) pressoché illimitato.

In termini più estremi, lo studio del colore può dare luogo a esperienza di tipo addirittura immersivo, specialmente se si tratta di spazi monocolore: l’emozione dell’utente si sprigiona soprattutto di fronte all’annullamento delle coordinate spaziali.

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Luce del nord

(di Andrea Cacaci) – novembre 2019

Nel 1914 lo scrittore tedesco Paul Scheerbart pubblica un libro dal titolo “Architettura di vetro”. Scritto sotto forma di trattato di architettura ebbe un discreto successo tanto da essere recensito da Walter Beniamin e influenzò in qualche modo l’allora giovane architetto espressionista tedesco Bruno Taut, col quale Scheerbart ebbe una fitta corrispondenza nel suo ultimo anno di vita.

Nel 1914 si conoscevano così bene le influenze e gli influssi della luce sui nostri comportamenti che Scheerbart li dava quasi per scontati:  “Non si può certo contestare che una magnifica architettura di vetro eserciti sui nervi un influsso quanto mai benefico”. “Alla luce troppo chiara ed intensa dobbiamo in parte il nervosismo della nostra epoca. La luce smorzata dai colori ha un effetto tranquillizzante sul sistema nervoso. Perciò essa viene consigliata dagli specialisti in malattie nervose e usata come metodo terapeutico in molte case di cura”. “Non dobbiamo dunque mirare a un aumento dell’intensità della luce. La luce che abbiamo è già troppo forte e ormai insopportabile. La luce smorzata è ciò a cui dobbiamo mirare. Non “più luce!” Ma “più luce colorata!” Dev’essere il nostro motto”. (1)

Luce colorata, smorzata che si contrappone alla luce troppo chiara ed intensa. Sembra quasi che Scheerbart parli delle differenze tra la luce solare diretta, estremamente intensa e bianchissima (perché composta dalla pienezza dello spettro senza sbilanciamenti cromatici) e la luce della volta celeste, proveniente dal nord, composta soprattutto dalla parte “bassa” dello spettro cromatico  quindi dominata dai toni dell’azzurro e del viola (fig. 1).

Fig. 1 – Composizioni spettrali della luce del nord (in blu), della luce solare a mezzogiorno (in giallo), e della luce del tramonto (in arancio). Diagramma grafico dell’autore.

Anche la luce del tramonto, così come quella dell’alba, hanno dominanti cromatiche prevalenti: il rosso, l’arancio e il giallo. Tuttavia a differenza dell’azzurra luce del nord, la luce rossa del tramonto la troviamo in ristrettissime fasce orarie. La luce azzurra invece è disponibile per tutto il giorno. L’unica limitazione al suo utilizzo è data dall’esposizione delle finestre e delle vetrate che devono guardare a nord.  Scheerbart non parla di esposizione prevalente in quanto le architetture che immaginava erano completamente vetrate.

Le doti della luce del nord sono da sempre state scoperte ed apprezzate soprattutto dagli artisti.  Anche lo stesso Le Corbusier, strenuo sostenitore delle proprietà terapeutiche e salutistiche della luce del mezzogiorno, al momento di progettare l’atelier di pittura del suo amico Amédée Ozenfant preferì l’esposizione verso la luce del nord tramite grandi vetrate e anche, nel progetto originario, di shed in copertura che andavano a catturare la fredda e costante luce della volta celeste, ideale per il lavoro del pittore (2).

La luce del nord non si porta dietro la presenza ingombrante del sole, con i suoi raggi orientati e le ombre nette. La sorgente della luce del nord è la volta celeste, diffusa e costante per gran parte della giornata ed anche dell’anno, priva di ombre nette e contrasti nitidi, ideale per quelle attività come gli studi dei pittori che hanno bisogno di condizioni luminose stabili nel tempo.

Esempio eclatante è lo studio di Jan Vermeer. Di lui non sappiamo quasi nulla di certo, non ha lasciato né scritti né documenti autografi se non le sue opere che tuttavia risultano estremamente eloquenti riguardo gli argomenti che ci interessano: la luce e la sua provenienza (3).  Da dove prendeva luce il suo atelier?  Molto probabilmente dal cielo del Nord.  Quasi tutti i suoi quadri sono ambientati dentro interni domestici. Quasi sempre con la luce proveniente dalla sinistra, molto spesso con le finestre che campeggiano nell’inquadratura. Mai un raggio di sole entra direttamente e nettamente nelle sue tele. Anche quando la luce vi entra copiosa (come nel “Soldato con ragazza sorridente”) ha le caratteristiche distintive della luce del nord: diffusa, omogenea, priva di ombre nette, illumina ovunque anche le aree che non colpisce direttamente. Lascia allo sguardo la possibilità di afferrare alcuni dettagli anche nelle aree in penombra.

Jan Vermeer, Soldato con ragazza sorridente, Frick Collection, New York (foto Wikimedia di pubblico dominio).

Il prezzo che ci chiede la luce del nord è di subire il fascino del suo colore prediletto: il blu.

Andiamo a riguardare lo schema della fig. 1: la composizione spettrale della luce proveniente dalla volta celeste è tutta dominata dalle onde a frequenze ridotte, inferiori ai 500 nanometri, quindi tutti i blu fino ai porpora ed oltre, verso l’ultravioletto. Inevitabile che siano questi i toni che emergono con più forza e bellezza dai quadri di Vermeer. Inevitabile che il pittore stesso pagasse questo pegno attratto dalla bellezza della resa di quel pigmento.  Di che colore sarebbe potuto essere il turbante della protagonista del suo quadro più famoso?

Jan Vermeer, Ragazza con Turbante, Mauritshuis L’Aia (foto Wikimedia di pubblico dominio)

E gli abiti dei protagonisti dei quadri gemelli: “l’astronomo” e “il geografo”?  Per non parlare poi delle gonne delle ragazze con le brocche di latte e d’acqua. Blu, in tutte le sue sfumature e tonalità.

Jan Vermeer, L’astronomo, Museo del Louvre, Parigi (foto Wikimedia di pubblico dominio).

Jan Vermeer, Giovane donna con una brocca d’acqua, Metropolitan Museum of Art, New York (foto Wikimedia di pubblico dominio).

Il conto era “salato”, non solo metaforicamente: il blu, nel XVII secolo era un colore carissimo da ottenere. Tanto da ridurre quasi in miseria il nostro per l’uso estensivo che ne faceva (3). Il blu migliore si otteneva macinando una pietra dura semipreziosa, il lapislazzuli. Pietra carissima sia per le difficoltà d’estrazione sia per la lavorazione necessaria per ridurla in pigmento (4).  Proveniente dalla Cina e dall’Iran (5), in pratica era un prodotto di importazione dalle aree coloniali in cui i mercanti olandesi avevano il predominio commerciale. Sempre dalle colonie provengono anche i nuovissimi pigmenti luminescenti usati da Vermeer per la prima volta in uno dei suoi dipinti più conosciuti: “la lattaia” (6).

Jan Vermeer, La lattaia, Rijksmuseum, Amsterdam (foto Wikimedia di pubblico dominio).

Seguendo i meccanismi della visione sappiamo che ogni oggetto assorbe la luce visibile e riemette verso i nostri occhi la sensazione del suo colore.  In alcuni casi la luce assorbita è riemessa come luce di colore diverso, fenomeno che la meccanica quantistica chiama ”luminescenza”. La luce riemessa, influenza il colore finale del pigmento e la sua luminosità (6).

Tornando di nuovo allo schema della fig. 1 notiamo che una parte importante della composizione spettrale della luce del nord è occupata dagli “ultravioletti”. E’ proprio questa la parte di luce non visibile che nell’incontro con i pigmenti luminescenti crea dei flussi luminosi particolarmente brillanti, fluorescenti diremmo.  Vermeer non ci ha lasciato scritti o documenti certi, quindi anche in questo caso possiamo solo immaginare il suo sguardo nell’osservare l’incredibile brillantezza dei colori che esce dai suoi dipinti grazie alla luce del nord.

 

Note:
1  Paul Scheerbart ARCHITETTURA DI VETRO. Adelphi
2  Link al progetto dell’Atelier Ozenfant di Le Corbusier: https://en.wikiarquitectura.com/building/ozenfant-house/
3  Gustaw Herling LE PERLE DI VERMEER Fazi Editore
4  Link al trailer estratto dal film “La ragazza con l’orecchino di perla”: https://youtu.be/qXf4C1rM5Q4
5  Michel Pastoreau BLU. Ponte alle Grazie
6  Adriano Zecchina ALCHIMIE NELL’ARTE Zanichelli.

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Più persuasione per tutti! (parte 1)

(di Luca Talamonti) – ottobre 2019

Quando si parla di “persuasione”, molte persone alzano subito un muro, ritenendo questa parola pericolosa, sibillina e portatrice di intenzioni ben poco etiche. Si pensa che “persuadere” significhi usare misteriosi artifici linguistici, persino ipnotici, finalizzati a spingere le persone a pensare, credere e fare cose contro la loro volontà.
La “persuasione” non è in sé buona o non buona. Dipende dall’utilizzo che se ne fa e, soprattutto, dagli obiettivi di chi la mette in atto.
Ebbene, ma chi, di fatto, mette in atto la persuasione?
La risposta tanto semplice, quanto sorprendente, è una sola ed è innegabile: tutti.


Persuasione: come fare magie con le parole
Fonte: https://www.centodieci.it/2017/06/importanza-persuasione-lavoro/

Del resto, ogni volta che interagiamo con qualcuno, sia in ambito personale, sia professionale, il nostro obiettivo non è forse quello di convincere l’altro della bontà delle nostre idee?
Per farlo, inoltre, mettiamo in atto delle strategie, spesso automatiche, per arrivare al risultato. Certo, farlo in modo etico (ossia a vantaggio di ambo le parti), efficace e strutturato con metodo è un altro paio di maniche.
Fin dall’antichità, dopo tutto, l’ars oratoria latina e la retorica greca hanno avuto un ruolo chiave nel convincere e far muovere le masse.
La stessa politica odierna, in qualsiasi parte del mondo, fa leva in molti casi su meccanismi di persuasione ben collaudati, che hanno come obiettivo quello di convincere più persone possibile.
La persuasione è usata praticamente in ogni ambito: non solo in politica, ma anche e soprattutto in ambito marketing, commerciale e pubblicitario.

Cos’è, dunque, la persuasione?
È l’abilità di convincere, sfruttando meccanismi automatici del cervello e usando le trappole della percezione umana.
Già, perché che piaccia o meno, ognuno di noi è altamente manipolabile, in virtù del fatto che il cervello umano è programmato con uno specifico “linguaggio macchina”: esattamente come accade con un computer, se conosci quel linguaggio e lo usi, puoi far fare al computer ciò che vuoi.
Certo, a nessuno piace ammettere una cosa del genere, eppure si tratta di un concetto già ampiamente sdoganato e che dimostra una cosa molto semplice: siamo esseri umani, dotati di un sistema cerebrale complesso e di emozioni potenti.

Una definizione più specifica di cosa sia la persuasione ci viene fornita da chi è oggi considerato il massimo esperto al mondo sul tema: lo psicologo statunitense Robert Cialdini.

Robert Cialdini, il massimo esperto al mondo in tema di persuasione
Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Robert_Cialdini

Egli afferma che la persuasione è “la capacità di far muovere qualcuno nella nostra direzione, di rendere gli altri più propensi a vedere le cose come le vediamo noi, di farli essere d’accordo con noi in virtù del modo in cui presentiamo le nostre idee”.
Già, del modo.
Sì, perché ovviamente c’è modo e modo di esporre le proprie idee.
E quando si parla di “modo”, in senso specifico, sono tante le discipline in grado di migliorare in maniera preponderante il modo e l’efficacia con cui si espongono i concetti: dalla Programmazione Neuro Linguistica, all’Intelligenza Linguistica, alla Comunicazione Para e Non Verbale.
Rimanendo in ambito più generico, ed entrando nel vivo della persuasione, Cialdini ha fino a oggi identificato 7 Leggi (o Princìpi) principali, più alcune secondarie, a cui tutti gli esseri umani sono soggetti fin dall’alba dei tempi.
Tali Leggi sono perfettamente illustrate, con grande ricchezza di esempi tratti dalla vita quotidiana o da affascinanti esperimenti sociali, nel libro più famoso di Cialdini, “Le Armi della Persuasione” (e nel suo seguito, intitolato “Presuasione”).

La persuasione, se usata con fini poco etici, può essere molto pericolosa
Fonte: https://www.psicologianeurolinguistica.net/2016/10/persuasione-comunicazione-trump-clinton.html

Quali sono e cosa dicono queste Leggi? Lo scoprirai nel prossimo articolo!

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La fiamma di Marsiglia

Il Sistema NCS®© protagonista del nuovo edificio progettato da Jean Nouvel

(di Gianluca Sgalippa) – settembre 2019

          
Possiede una fortissima carica emozionale. Eppure è il frutto di una fortissima razionalità progettuale, secondo un approccio che da oltre 40 anni caratterizza il lavoro di Jean Nouvel. L’archistar francese non agisce secondo cliché linguistici precostituiti, ma cerca delle forme di contestualismo diverse a seconda del tipo di intervento. Denominatore comune: una gestione brillante e originale del fatto tecnologico e costruttivo.

La torre per uffici recentemente inaugurata nell’area portuale di Marsiglia si colloca in un paesaggio fortemente artificializzato e “tecnico”, nonostante la presenza del mare, per il quale è stato pianificato un mix funzionale. Lì accanto, fra l’altro, sorge una torre con la medesima destinazione, progettata dallo studio di Zaha Hadid.

Per Nouvel, la volontà di sfuggire a condizioni di omologazione architettonica è stato il punto di partenza. Lo spiega lui stesso: «Le torri di tutto il mondo sembrano troppo simili, spesso appaiono intercambiabili. Potrebbero stare ovunque. Troppo raramente descrivono la loro città. Sono alte ma anonime. Preso atto di queste considerazioni critiche, la mia proposta è una torre unica. La sua ambizione è di appartenere chiaramente alla densa aria del Mediterraneo. Mostra il suo desiderio di giocare con il sole e disegnare ombre sul cielo… Ma solo ombre leggere, geometrie semplici per creare complessi giochi matematici. E, sì, sempre semplicità e complessità…Immagino questa torre. Ne parlo. La chiamo La Marseillaise».

Le facciate dell’edificio sono composte da una fitta sequenza di pannelli e componenti che attribuiscono alle superfici una spiccata tridimensionalità e un’insolita leggerezza. A ciò si aggiunge la caratterizzazione cromatica, per la quale entra in gioco il Sistema Cromatico NCS®©. L’architetto seleziona una trentina di nuance comprese tra il rosso e il blu, dai toni più accesi a quelli più tenui, distribuiti sulle facciate in senso asimmetrico ma ordinato per gradazione. Come si compenetrano gli strati costruttivi, così si sovrappongono anche i codici colore, determinando gradazioni complesse.
Sul piano visivo, il risultato è una fiammata che si stempera verso l’azzurro. L’impatto paesaggistico è unico, dinamico, capace di riqualificare la distesa di banchine di cemento e di container.

Ancora una volta, il Sistema NCS®© mette al servizio dell’architettura – su alti livelli – uno strumento di grande affidabilità, soprattutto in un manufatto ad altissima articolazione fisica.

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Abitare il pavimento

(di Cristina Polli) – luglio 2019

L’osservazione del mondo è molto più complessa della semplice attivazione del cervello visivo; implica anche, per esempio, l’attivazione di componenti sensori-motorie ed affettive. La nostra è un’osservazione  multimodale,  sinestetica,  connessa all’esperienza  che ci permette di entrare in relazione con ogni cosa, provando emozioni ed esplicitando comportamenti. Come sosteneva J. Gibson “Il significato o il valore di una cosa, sta in quello che essa ci invita a fare (affordance)”.
Nella scena globale ogni luogo è composto da numerosi elementi, ognuno parte di un tutto, aventi proprie valenze specifiche che interagiscono con il nostro sistema percettivo. Siamo consapevoli della presenza di dimensioni, distanze, profondità, del fatto che ci spostiamo su superfici in un ambiente che subisce la forza di gravità, in quanto da animali “mobili”  quali  siamo,  i  nostri  occhi,  affiancati  l’uno  all’altro  (vediamo  con  effetto stereoscopico), si sono evoluti e adattati in un contesto dove per l’appunto sussistevano la gravità e le tre dimensioni.

Anche lo “spazio pavimento” è quindi vissuto attraverso il nostro corpo, la nostra soggettività, la nostra capacità di interpretare la scena e di relazionarci con essa.
Biologicamente, fisiologicamente, in esso cerchiamo un’istintiva connotazione di sicurezza e solidità; non a caso nel momento in cui psicologicamente siamo indifesi, perdiamo il controllo, diciamo che “ci manca la terra sotto i piedi”. Ciò che è calpestabile è unito all’archetipo della terra, madre matrigna, suolo dal quale nasce la vita (l’albero, le radici), elemento che ci permette di “stare”, sostare, esserci nello stato di animali verticali che si muovono, camminano e sanno orientarsi.. Lo spazio orizzontale, che impariamo a conoscere da subito, gattonando da bambini, in modalità polisensoriale, toccando e facendo esperienza del nostro corpo, suggerisce azioni e attiva risposte.


Scuola primaria Pombia (NO) Studio 3705 e C. Polli, percorsi

Abbiamo necessità quindi – questione davvero di vari equilibri – di stabilità e solidità; nel pavimento cerchiamo materie, forme, geometrie e colori capaci di rassicurarci e non di confonderci o di destabilizzarci. Ciò perché desideriamo vivere in ambienti che rispondano al nostro innato bisogno di sopravvivenza e camminare su superfici instabili, pericolose, o poco leggibili, in alcuni casi buie, è esattamente il contrario di ciò che vorremmo.
In ogni ambito, anche quello privato, abitativo (pur sapendo che in tal caso prevale la soggettività degli utenti e le scelte verranno effettuate rispettando le loro peculiarità), il pavimento dovrebbe essere progettato tenendo conto di tutti gli aspetti percettivi, tra cui logicamente il colore.

Ceramiche Refin – Fossil

“Avila definisce immagine dell’ambiente il risultato di un processo bilaterale fra l’osservatore e ciò che lo circonda, su tre livelli di comunicazione: quello sensoriale percettivo, quello mentale cognitivo e quello affettivo e di valutazione, riferiti ai tre aspetti quantitativi dell’immagine: identità, struttura, significato, per i quali il colore riveste un ruolo fondamentale.” (L-R. Ronchi, S. Rizzo, pag. 39)

Per rispondere alle esigenze biologiche di cui in precedenza si parlava, la superficie sotto i nostri piedi dovrebbe apparire soprattutto sicura. Camminare su un piano opaco, più scuro, caldo alla vista, rincuorante, rientra nella nostra natura. Più complicato caracollare su pavimenti lucidi, troppo chiari, a vetro o addirittura trasparenti (si veda il famoso esperimento di E.J.Gibson e R.D. Walk, The visual cliff, 1960, ove si prova che la visione della distanza compare precocemente, già in bimbi molto piccoli, i quali evitano di avvicinarsi troppo a un apparente precipizio e mostrano grande disagio se vengono posti su una superficie trasparente che lo sovrasta). Non possiamo ritrovare stabilità sopra un elemento che ci rimanda all’acqua e che percepiamo freddo, distante, o peggio che identifichiamo come un vuoto pericoloso. Pare le persone sembrino non gradire pavimentazioni con vetri a specchio e non per questioni soggettive, ma per precise ragioni neurologiche.
Più complessa la progettazione in spazi collettivi, pubblici, specialmente se ci rivolgiamo ad un utenza sensibile. Per una progettazione globale di tali spazi bisogna innanzitutto riferirsi a quello che Kevin Lynch (1960) chiamò wayfinding (letteralmente, trovare la strada), ovvero l’uso coerente e la precisa organizzazioni di segnali sensoriali, di sistemi comunicativi, atti a rendere comprensibili i luoghi e ad aiutare i fruitori ad orientarsi.

Un buon intervento di wayfinding deve essere studiato e distribuito per facilitare l’orientamento (per es. condurre persone estranee ad un edificio, ad un punto desiderato, senza far porre domande durante il percorso e senza incertezze che implichino perdite di tempo). Deve rispondere a domande come: Dove mi trovo? Dove devo andare? Come saprò di esserci arrivato?, attraverso segnali d’informazione, segnali di percorso, segnali di identificazione. Colore, forme, segni, sistemi allogativi situati coerentemente anche sulla superficie di calpestio, possono perciò contribuire ad agevolare la lettura dei luoghi, la fruizione degli stessi e i comportamenti delle persone.

Pavimento in resina con foglie vere – Teknai

Per quanto riguarda invece la scelta del materiale dovremmo tener presente che: “ La prima cosa che le neuroscienze ci dicono sui materiali è che, da organismi viventi quali siamo, ci rapportiamo al mondo attraverso i nostri sensi e le sensazioni corporee interne , ossia, attraverso le diverse aree sensoriali che rispondono a stimoli visivi, uditivi, tattili, olfattivi, cinestetici dei nostri ambienti. Inoltre, queste esperienze sensoriali sono sempre multimodali o cross-modali: percepiamo il nostro ambiente attraverso tutti i nostri sensi contemporaneamente e in parallelo. (…) con ogni materiale di cui facciamo esperienza per mezzo della visione entriamo in contatto per mezzo di un atto incarnato di simulazione tattile.” E ancora: “Alcuni colori o trattamenti dei materiali possono avere un effetto riposante, mentre altri possono averne uno eccitante o sorprendente. Alcuni materiali possono essere creativi e nuovi nel loro uso, mentre altri possono essere tradizionali o evocare certi ricordi o associazioni. Alcuni materiali possono risultare attraenti per le loro qualità tattili, mentre altri respingono la mano umana così come qualsiasi desiderio di contatto. La scelta dei materiali e il contesto in cui li inseriamo definisce già gran parte dell’esperienza architettonica.” (H. F. Mallgrave, pag. 182,183).

Le colonne di Buren nella corte del Palais Royal

Ribadisco, per finire, che ogni intervento, ogni scelta, dovrà essere valutato a sé, mediante un’accurata analisi metaprogettuale e considerando tutte le variabili del caso (enorme differenza intervenire, per esempio, in una casa di cura per persone con deficit cognitivi, piuttosto che in una scuola primaria), ma soprattutto partendo dal chi, ovvero dai percettori e dai loro bisogni. Solo analizzando accuratamente i desiderata, le modalità del vissuto, le esigenze diversificate dei fruitori, i loro movimenti, le loro emozioni, potremmo individuare le fasi del nostro progetto e i reali obiettivi.

Bibliografia
F. Mallgrave, “L’empatia degli spazi”, Architettura e neuroscienze, Raffaello Cortina Editore, MI, 2015
L-R. Ronchi, S. Rizzo, “La Ricerca di Avanguardia vista dall’AIC nel Terzo Millennio”, parte I, L’uomo e l’ambiente, Fond.ne Ronchi, LXXVIII
Frova, “Luce colore visione”, Superbur, MI, 2000
P.Bressan, “Il colore della luna. Come vediamo e perché”, Ed.Laterza, Roma-Bari, 2007
Lynch, “L’immagine della città”, Marsilio, VE, 1982
J.J. Gibson, “Un approccio ecologico alla percezione visiva”, Il Mulino, 1999

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Borghi marinari: un mondo di colori

(di Besa Misa) – giugno 2019

Boccadasse, le Cinque Terre, Burano, Procida, sono solo alcuni dei borghi più incantevoli del bel Paese e del mondo. A pochi passi dal mare blu, interessanti tratti cromatici di case variopinte e dall’architettura semplice, definiscono l’anima e l’identità del territorio nonché la riuscita valorizzazione data alle costruzioni.

Le immagini della costa ligure hanno ispirato versi di poeti del calibro di Shelley, Byron, Montale e di cantanti come Fabrizio De André e Gino Paoli. I borghi delle Cinque Terre, che nel tempo sono stati riconosciuti patrimonio dell’Umanità Unesco, colpiscono per le case multicolore dalle tonalità del rosa, rosso e giallo, costruite lungo il ripido versante della scogliera. Il giallo dei limoni spunta da un malchiuso portonee il gelo dei cuore si sfa. La vivacità cromatica sulla terraferma esalta agli occhi dei turisti anche la bellezza del mare.

Boccadasse è un pittoresco quartiere di Genova che ispira musica e poesia. Riflette l’antica tradizione ligure-provenzale che predilige dipingere le dimore con tinte color pastello dalle sfumature di terracotta a quelle dell’albicocca e del pistacchio. La disposizione delle case è ravvicinata e sembra quasi che siano una incastrata nell’altra, come un fermo immagine che blocca anche la linea temporale. E’ la terra delle Creuza de mä, le strette stradine che portano al mare e della vecchia soffitta con una gatta che aveva una macchia nera sul muso, è la terra dei contrasti e di cieli che si tingono di rosa.

L’isola di Burano, oltre ad essere la patria del merletto ad ago è anche uno dei luoghi più caratteristici della laguna Veneta. Le sue case dalle facciate colorate la rendono unica e immediatamente riconoscibile. Oltre l’indubbia bellezza regalata al paesaggio circostante, tale vivacità cromatica ha anche un aspetto funzionale. Ogni tinta infatti serviva per delimitare le proprietà e permetteva agli uomini di mare di riconoscere da lontano la propria abitazione.

Dal Veneto alla Campania, da un’isola all’altra: è la volta di Procida, L’isola di Arturo, ed in particolare del suggestivo borgo di Marina Corricella, che con la sua arena di abitazioni azzurre, rosa e gialle, offre uno spettacolo policromo affascinante.  Dopo essere stato scelto da Massino Troisi come location per girare alcune scene de “Il Postino”, il piccolo villaggio di pescatori, prima luogo poco conosciuto, è ora un’importante meta turistica.

Il comune denominatore di questi splendidi borghi è dunque il magnifico patrimonio di case colorate che donano una migliore qualità percettiva degli spazi. Ed è lì dove terra e mare si incontrano per generare un panorama mozzafiato e un mondo di colori.

Siti consultati:
https://www.parchiletterari.com/parchi/montale-e-le-cinque-terre-015/scenari.php
https://www.repubblica.it/viaggi/2009/07/21/news/procida_le_parole_e_i_colori_del_mare-117041161/
http://www.italianways.com/i-borghi-colorati-tavolozze-affacciate-sul-mare/

Photos via:
https://www.flickr.com/photos/102renato/40421541570
https://www.google.com/url?sa=i&source=images&cd=&cad=rja&uact=8&ved=0ahUKEwiYqtStutfiAhXFfZoKHQVTB3QQMwh2KBUwFQ&url=https%3A%2F%2Fwww.intrepidtravel.com%2Fadventures%2Fburano-venice-italy-day-trip%2F&psig=AOvVaw1_vu5wWSmxgG20FbJI3K-1&ust=1559999827521379&ictx=3&uact=3

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Colour Match. Cromatologia allo stato granulare

(di Gianluca Sgalippa) – maggio 2019

Ogni artefatto appartenente al mondo dell’arte o del design condensa un percorso di ricerca, in cui con l’esplorazione materica e tecnologica (téchne) si intreccia con un’idea tutta individuale della bellezza e delle forme.

Ancora una volta, la settimana milanese del design, svoltasi dal 9 al 14 aprile scorsi, è apparsa come una galassia costituita da quelle epifanie. Ogni collezione, ogni prodotto, ogni concept ha attirato l’attenzione come atto compiuto, in quanto approdo creativo.
Nella progettazione contemporanea, il prodotto prevale sul processo. Nella nebulosa dei social e delle instaesperienze, la folgorazione mediatica prevale sul pensiero che l’ha generata. Tuttavia, in alcune installazioni viste nei numerosissimi eventi fuorisalone, è ancora possibile rintracciare degli intenti metodologici e strumentali che stanno a monte dell’atto creativo e dell’espressione visiva.

 

 

 

 

 

Fra questi abbiamo trovato “Colour Match”, svoltosi nell’ambito del Lambrate Design District, voluto da NCS Colour Centre Italia, l’azienda impegnata nella diffusione del Sistema Cromatico NCS®© nel nostro paese. Oltre alle licenze a rivenditori e produttori, la rappresentanza italiana sensibilizza costantemente, soprattutto attraverso la formazione, diverse categorie di professionisti (architetti, designer, ecc.) al suo impiego nella pratica progettuale, favorito dalle caratteristiche di fondo del Sistema Cromatico NCS®©: versatilità, affidabilità e impostazione razionale.
Nel trend che inonda di colori saturi il mondo dell’arredo, degli abiti e degli oggetti, la conoscenza e la comprensione profonda del Sistema Cromatico NCS®© ci accompagnano lungo un reticolo di riflessioni sull’impiego del colore, in modo da farlo interagire consapevolmente con l’essenza e la fisicità dell’artefatto.

 

 

 

 

 

L’iniziativa fuorisalone di NCS si è innestata sui risultati dell’omonimo contest permanente per il periodo settembre ’18 – marzo ’19, in cui progettisti e creativi di varia estrazione sono stati invitati a proporre un pattern geometrico/cromatico del tutto personale, ovviamente composto con i codici colore di NCS…
I 15 lavori finora premiati, dalla versione digitale sono stati trasposti alla versione pittorica: 15 quadri 50 x 70 cm, ordinati nella location come vere e proprie opere pittoriche contenute in un scatola bianca, secondo il criterio paratattico spesso adottato nelle gallerie d’arte.
Nonostante l’allestimento rigoroso e ritmico, apparentemente avverso alla complessità del mondo del colore, le opere cromatiche hanno offerto l’occasione per confrontare tanti approcci al mondo del colore e della sensibilità individuale verso un tema che, nell’ambito del progetto, ha avuto fortuna e importanza alterne. Insomma, una mise-en-scène asciutta, schematica, ma capace di parlare di colore in modo articolato e a maglie larghe.
I pannelli cromatici, esposti in sequenza, sono replicati come superficie estesa in un’altra parte della sala. Essa va a costituire uno sfondo coloratissimo per i selfie: non poteva mancare l’interpretazione ludica e mediatica, in linea con la sfera della comunicazione contemporanea, per un argomento ricco di risorse creative e, per questo, in forte rilancio.

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“Un colore”… più di altri mille.

(di Luciano Merlini) – aprile 2019

In molti settori merceologici il colore dei prodotti riveste un ruolo fondamentale, talmente importante che in diversi casi uno stesso prodotto può proporsi attraverso una gamma di tinte diversificata allo scopo di incontrare il più alto numero di consensi.
Da qui cartelle colori e altri strumenti destinati proprio alla “comunicazione” di questo aspetto e favorire la scelta da parte dei consumatori.
Favorirne la scelta, però, significa anche convincere e rassicurare per cui non sempre è sufficiente una semplice esposizione delle tinte disponibili – costringerebbe una scelta “di pancia” che spesso può lasciare dei dubbi – ma si deve far leva su aspetti altrettanto emotivi e più intriganti.
Una dimostrazione per tutte “i colori di tendenza”, argomento a cui una buona parte del pubblico è sensibile perché può dare un valore aggiunto alla sua scelta.

Un tema relativamente facile da trattare quando si parla di alcuni mercati come la moda ad esempio – dove le tendenze e i ricambi di prodotti sono stagionali – meno scontato quando entriamo in altri settori, nei quali il prodotto può durare anche qualche anno.
Come conciliare fra loro in queste situazioni due dati così diametralmente opposti (novità e durata)?
Proviamo a darci una risposta prendendo il caso delle pitture, dove il problema addirittura si esaspera in quanto qui non si tratta di gamme colori relativamente ristrette, ma di proposte articolate su migliaia di tinte e dove il colore è quasi il prodotto stesso.
Come decretare, per esempio, un singolo colore “di tendenza” senza penalizzarne altri mille dando così la sensazione di non essere in grado di rispondere alle più disparate esigenze dei consumatori?

In questi casi le tendenze, così come altre “idee comunicative”, più che una vera guida alla scelta – che con qualcuno potrebbe funzionare ma per altri no – hanno la funzione di catturare l’attenzione del consumatore, di dimostrare che un’azienda è dinamica, attenta e sensibile alle evoluzioni del mercato.

L’abbiamo sentito dire un’infinità di volte, il colore è emozione perché ognuno dà ad uno stesso colore una propria interpretazione, perché suscita in lui sensazioni che altri non provano, perché lo vive in modo intimo e personale.
Emozione, però, non è solo il colore in sé, ma anche il modo in cui lo si presenta e lo si racconta, ed ogni attività finalizzata a promuovere un numero pur ristretto di colori secondo “argomentazioni o spunti interessanti” – che danno cioè modo di far riflettere offrendo nel contempo una forma di servizio al consumatore – comporta anche un ritorno di immagine positivo per il brand.

Per questo è importante che ogni azienda che dispone di un’offerta colore ampia, se non vuole che diventi presto obsoleta, trovi modo di rilanciarla periodicamente attraverso tematiche differenziate, che di volta in volta, pur prendendone in considerazione una parte, la mantengono sempre viva e attuale nella sua completezza.

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Pigmenti mortali

(di Guglielmo Giani) – marzo 2019

Nel 1898, Marie e Pierre Curie scoprirono il radio (Ra88).
Sostenendo che il radio avesse effetti benefici, fu aggiunto a molti prodotti domestici: medicinali, dentifrici, cibi confezionati e nell’acqua. Il fatto che fosse fosforescente stimolò l’immaginazione di molti creativi, e fu aggiunto a prodotti di bellezza e incastonato in gioielli. Fu solo a metà del ventesimo secolo che ci si rese conto della tossicità del radio e gli effetti delle radiazioni. Sfortunatamente la storia ci insegna che il radio non è stato l’unico componente tossico o letale usato come pigmento nell’architettura e nell’arte.
Tre colori in particolare hanno una reputazione per aver lasciato una scia di vittime: il bianco, il verde e l’arancione.

Già nel quarto secolo avanti Cristo, gli antichi Greci sapevano come trattare il piombo per ottenere la biacca (carbonato basico di piombo) un pigmento bianco brillante sostituito dall’ossido di zinco e ossido di titanio solo negli anni ’30. Il piombo è un metallo altamente tossico che, una volta introdotto nel sistema nervoso, interrompe le normali funzione degli ioni di calcio, causando danni che spaziano dalle malattie dell’apprendimento all’ipertensione arteriosa. In passato gli artisti erano usi a produrre le loro pitture in bottega, e spesso erano esposti a sostanze tossiche per contatto o inalazione. Gli effetti del piombo si manifestavano inizialmente con forti coliche, conosciute come coliche del pittore. Altri effetti erano la paralisi, disturbi depressivi, tosse e danni alla vista. Nonostante ciò le prestazioni della biacca erano tali che il pigmento fu usato da molti tra cui Vermeer e gli Impressionisti, fino agli anni ’70 in cui fu finalmente vietata la produzione e vendita.

Per quanto possa sembrare grave, gli effetti della biacca sono nulla in confronto ad alcuni pigmenti verdi. Il verde di Scheele (arsenito di rame), e il verde di Parigi (acetato arsenito di rame) furono introdotti nel diciottesimo secolo ed ebbero un enorme successo per la loro brillantezza. Vennero usati per tingere tessuti, carte da parati, saponi, coloranti alimentari e giocattoli, contaminando migliaia di persone. I primi a soffrirne erano gli operai impiegati nella produzione dei pigmenti, le donne che indossavano vestiti di colore verdi erano più propense a collassare per via dell’intossicazione da arsenico, ed è stato ipotizzato che Napoleone sia morto in esilio per un lento avvelenamento dovuto alla carta da parati della sua stanza. La tossicità del pigmento fu tenuta nascosta fino al 1822 quando le ricette delle pitture furono rese note al pubblico. Un secolo più tardi, l’arsenico di rame fu usato in maniera intensiva in molti paesi come insetticida.

Per quanto tossico il verde di Parigi non era radioattivo, cosa che invece non si può dire dell’ossido di uranio, usato come pigmento arancione e rosso nell’industria della ceramica. Prima della seconda guerra mondiale era normale che le aziende di vasellame, usassero l’uranio come ingrediente per ottenere colori brillanti e saturi. La radioattività fu scoperta verso la fine dell’ottocento e non fu legata alle patologie oncologiche se non molto più tardi. L’ironia fu che durante la seconda guerra mondiale il governo degli Stati Uniti sequestrò tutto l’uranio in circolazione sul territorio nazionale per il progetto Manhattan e lo sviluppo della bomba atomica. Si possono ancora trovare dai rigattieri e antiquari esempi di porcellana radioattiva, ma fortunatamente i valori sono talmente bassi che non pongono più un rischio per la salute di chi li utilizza.

Per fortuna l’industria chimica ha fatto passi da gigante nella sintesi dei pigmenti, introducendo sul mercato prodotti non tossici e brillanti, assolutamente impensabili cinquant’anni fa. Basti pensare a The world’s pinkest pink (Il Rosa più Rosa al Mondo) di Stuart Semple o a Vantablack 2.0, rivestimento di Surrey NanoSystems con un’assorbenza pari a 99.96%.

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Il colore dell’arte portatore di armonia

(di Tiziana Vernola) – febbraio 2019

“Sto chiuso tutto il giorno, respiro la stessa aria, la stessa puzza de fogna che stava dentro a quei reparti, facevo la stessa vita che fanno i pazienti per cui… io infermiere so’ matto come loro. Questa è l’istituzione”. (Dal docu-film Padiglione 25)

La Legge Basaglia (Legge 13 maggio 1978, n.180 – “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”) arriva infatti al culmine di una rivoluzione culturale esplosa il 13 maggio 1978, data in cui vengono chiusi i manicomi, luoghi di degrado e violenza fisica e psicologica, somministrata ai danni di persone che invece di essere recuperate e curate nel rispetto della loro dignità e potenzialità, venivano maltrattate al limite della sopportazione umana.
Questa legge, segna un cambiamento epocale, perché portando alla chiusura dei manicomi ha segnato una svolta nel mondo dell’assistenza ai pazienti psichiatrici, un distacco con il passato dalla quale non si può che proseguire sulla via della ricerca e del rispetto della dignità.  “Perché aprire l’Istituzione non è aprire una porta, ma la nostra testa di fronte a questo malato”.

Il gardanne – Paul Cezanne

Oggi, 40 anni dopo, sulla scia di questo cambiamento di prospettiva, è stato inoltre implementato il “dialogo” tra struttura che ospita, e il malato, sia durante la sua degenza, sia nel suo espletare attività burocratiche come prendere appuntamento per una visita.
In questa ottica un intervento cromatico adatto e un arredamento con quadri o fotografie che abbiano appropriate caratteristiche cromatiche ed immagini evocatrici di una armonia interna, in tali strutture, ha un potere terapeutico aggiuntivo, e può favorire e accelerare il recupero della salute, facilitando uno stato di benessere psicofisico.
La scelta di quadri che ritraggono paesaggi, come quelli di Cezanne per esempio, o fotografie su pareti colorate, non è casuale, in quanto diversi studi scientifici hanno evidenziato come alcuni colori e determinate immagini rappresentate, possano essere più adatte di altre, quando si voglia non solo mettere a proprio agio una paziente, ma soprattutto creare una condizione psicologica armonica e serena, in cui ci si possa sentire meglio in contatto con le proprie emozioni, che divengono più vive, presenti, energetiche, e tollerabili.

 
La casa blu – Marc Chagall

Infatti, non è solo la quantità di luce presente nell’ambiente a favorire l’armonia corpo – mente e il comfort, bensì la corretta distribuzione dei colori e delle opere artistiche presenti nelle strutture che ospitano il malato, e dei rapporti delle stesse con le superfici adiacenti.
L’arte può quindi coi suoi colori e forme, condizionare profondamente e positivamente un soggetto, dato che, a differenza del “sogno”, quest’ultima, così come il motto di spirito, è un prodotto sociale: “essa si avvale di una particolare concezione del mondo e si colloca in un sistema culturale sociale che determina i modi della produzione e della ricezione di significati”.
L’esperienza dell’essere a contatto con i quadri costituisce un’esperienza esistenziale poiché permette al soggetto di entrare in contatto con parti profonde del proprio se, portatrici di armonia e bellezza psichica, talora sconosciute, che si sia fruitore o artista.
Per esempio, quest’ultimo, per Freud, è colui che si distacca dalla realtà poiché non riesce ad adattarsi alla rinuncia e al soddisfacimento pulsionale che la realtà pretende, e lascia che i suoi desideri di amore e di fama si concretizzino nella fantasia della sua produzione artistica.

“L’artista rivolge la propria attenzione all’inconscio nella sua psiche, spia la sua possibilità di sviluppo e ne da un’espressione artistica, in luogo di reprimerla con la critica cosciente” (Freud, 1907).

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