Colori e mimetismo

(di Cristina Polli) – luglio 2018

 

 

 

 

Il colore, che sappiamo essere una sensazione cerebrale generata nell’atto percettivo, grazie all’interazione di più fattori, primo tra tutti la luce, è da noi tutti percepito sia mediante percezione istintuale, che permette di raccogliere le informazioni utili a valutare la posizione rispetto alle cose e a verificare che non vi siano insidie all’interno dello spazio visivo, sia mediante percezione cognitiva, che ci consente un utilizzo più completo della scena, osservata nella sua globalità e ricchezza anche di contenuti culturali. In tal caso il colore risponde alla nostra costruzione sociale e umana, fatta di cultura, religione, esperienze, attese, aspettative, imprinting. Quindi il nostro cervello rielabora dati mediante capacità innate e apprese e con percezioni sia di tipo top-down (J.Gibson), che bottom-up (R.L. Gregory).
Leggiamo segnali cromatici continuamente, che vengono rielaborati dal cervello e letti secondo principi consolidatisi nel tempo, dovuti anche alla nostra evoluzione nel mondo.
“E’ convinzione generale che gli organismi, durante la loro evoluzione, sviluppano dei processi e delle strategie biologiche che sono strettamente associate al loro ambiente (Corth, 1983). In particolare, le proprietà dell’ambiente influiscono sulla struttura neuronale del sistema visivo (Rudermann, 1997).” Brown (2003) “…riguardo all’evoluzione (…) sostiene che i processi sensoriali e cognitivi sono sintonizzati su dei segnali significativi dal punto di vista ecologico e sulle sfide di importanza fondamentale per la sopravvivenza e la riproduzione.
Pertanto, secondo Brown, lo scopo della visione dei colori non sarebbe quello di risolvere il problema computazionale riguardante la ricostruzione di tutte le funzioni fisiche di riflettanza,
ma di fornire all’organismo le informazioni veramente utili riguardanti i segnali del colore nell’ambiente” (L. Ronchi, op. cit. in bibliografia, pag. 150).

L’ambiente naturale, nel quale ci siamo formati e sviluppati, ci fornisce elementi progettuali di massima importanza sui quali possiamo ragionare in termini di percezione ed utilizzo del
colore. Un esempio è dato da quello che comunemente chiamiamo mimetismo. Facciamo prima chiarezza su questo termine, iniziando con il dire che ci sono delle credenze da sfatare; l’agenzia Cutwater, qualche anno fa, curò una pubblicità per una famosa marca di occhiali, in cui un camaleonte toccava con la zampa anteriore un paio di occhiali colorati di rosa e diventava rosa anch’esso, poi un paio turchesi…e si colorava di turchese e via di seguito con altri colori. Una trovata sicuramente efficace e geniale, ma si trattava di un videomontaggio.
La credenza sui camaleonti che mutano colore con rapidità, rendendosi indistinguibili in qualsiasi ambiente circostante è ben radicata, ma assolutamente falsa. In realtà essi si mimetizzano con il proprio sfondo, non con qualsiasi sfondo. Un camaleonte che presenta colorazioni verdi o marroncine, per esempio, si nasconderà nel suo ambiente, che di base avrà stessi cromatismi, non diventerà a pallini rossi e blu se adagiato su un pattern a pallini rossi e blu. Insomma, il camaleonte ci sta già dando una precisa indicazione su come comportarci nel progetto.
I colori mimetici, criptici (criptico, nascosto), che negano essenzialmente una segnalazione, possono essere procriptici o anticriptici. I primi, tipici per esempio della cavalletta verde, servono a difendersi (adattamento procriptico), perciò a “non farsi vedere” da altri animali per paura di essere catturati. I secondi, per esempio della mantide verde, hanno invece l’obiettivo di “nascondersi” (adattamento anticriptico) per attaccare e cibarsi.

Mimetizzandosi, non si esiste. Perciò, confondendosi col contesto, o si riesce a catturare la preda (cibo), o ci si difende dai predatori. Vita e morte, continuità e sopravvivenza della specie.
Nella fattispecie i camaleonti cambiano colore per tre motivi fondamentali: mimetismo, termoregolazione e comunicazione. Il mutamento sta soprattutto nel rendere il proprio colore di base o più chiaro o più scuro, a secondo del bisogno.
Un’altra interessante osservazione! Utilizzare colori più o meno saturi, non necessariamente molto cromatici (a meno che non si voglia conquistare la femmina per perpetuare la specie, ma allora parleremmo di evidenziazione).
Veniamo a noi: come utilizzare il criterio del mimetismo nel progetto?
Per rendere criptico il nostro manufatto, dobbiamo agire in questo modo:
• l’oggetto dev’essere nascosto, occultato, trasparente, schiacciato sullo sfondo;
• si deve incorporare nel contesto, non essere in primo piano;
• possibilmente con ombre suggerite;
• evitare schemi biomorfi, tipo il mimetismo militare;
• figura e sfondo si devono integrare, avere lo stesso pattern, gli stessi colori, che non saranno mai uguali, ma simili. Tale somiglianza percettiva sarà sufficiente a far assimilare l’oggetto con lo sfondo, al percettore che osserverà la scena.

A tale scopo serviranno in fase metaprogettuale debite mappature del contesto, preferibilmente in orari e stagioni diverse, utilizzando isolatori da traguardo, comparazioni e notazioni NCS, matching color adeguato, analisi dello stato dell’arte tenendo conto di tutte le variabili possibili, compresi i punti di vista dell’osservatore. Elemento messo in evidenza ed elemento occultato
Quando utilizzare il mimetismo?
Si usa tendenzialmente per mitigare gli impatti sul contesto/ambiente di manufatti industriali, volumi tecnici, o parti di infrastrutture. Anche in situazioni ambientali/paesaggistiche dove a
volte il mettere in evidenza un edificio può risultare in qualche modo negativo nella percezione/fruizione della scena totale di un area.
E’ del resto uno strumento applicabile in ogni campo, nel momento in cui si sta rielaborando un progetto cromatico percettivo, per cui utilizzabile in qualunque ambito attinente al design.

Paesaggio – solo il punto rosso si evidenzia

Bibliografia
G. Bertagna, A. Bottoli, “Perception Design”, Maggioli Editore, 2009
J. Tornquist, “Colore e luce”, Istituto del Colore, Mi, 1999
G. Ciocca, “I tori odiano il rosso”, Ed. Dedalo, Bari, 2015
D. Eagleman, “Il tuo cervello – La tua storia”, Corbaccio, Mi, 2016
L. Ronchi, S. Rizzo, “La ricerca di avanguardia vista dall’Aic nel terzo millennio”, Parte prima, L’uomo e
l’ambiente, Firenze, Fondazione Giorgio Ronchi, 2000/2003
L. Ronchi, “La scienza della visione dal punto di vista delle scene naturali”, Firenze, Fondazione Giorgio Ronchi
A. Wolfe, B. Sleeper, “Mimetismo”, Equatore, Mi, 2006

Distribuiamo in esclusiva sul territorio italiano tutti i prodotti e servizi legati al sistema NCS – Natural Colour System®©. NCS – Natural Colour System®© è un sistema logico di ordinamento dei colori che si fonda cu come questi vengono percepito dall'uomo.

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Pubblicato su Architettura

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