Più persuasione per tutti! (parte 2)

(di Luca Talamonti) – novembre 2020

Nel mio precedente articolo (https://youcolorsite.wordpress.com/2019/10/08/piu-persuasione-per-tutti-parte-1/) ti ho parlato di cos’è la persuasione e di come si tratti di un argomento che riguarda tutti molto da vicino.

Nella parte conclusiva, ti raccontavo del fatto che Robert Cialdini, considerato oggi il massimo esperto al mondo in tema di persuasione, avesse identificato 7 Leggi (o Princìpi) che esistono fin da tempi molto antichi e che, piaccia o meno, impattano efficacemente sulla maggior parte delle persone.

In questo articolo voglio illustrarti alcune di queste Leggi, per spiegarti come funzionano e permetterti, dunque, di riconoscerle ogni qual volta vengono usate nei tuoi confronti.

Già, perché, come ti accennavo, sono tanti gli ambiti in cui si fa largo uso di queste strategie con la popolazione, a volte con fini etici, molte altre con fini decisamente non etici.

Partiamo dalla “Legge di Coerenza e Impegno”.

Questa è la definizione ufficiale che ne dà Cialdini: “Si tratta dell’impulso ad essere/sembrare coerenti, anche con le proprie asserzioni, posizioni o impegni precedentemente presi, specialmente se espressi in pubblico e in modo spontaneo”.

Facciamo un esempio pratico: pensa a quelle persone che ogni tanto si incontrano per strada, le quali, munite di cartelletta, volantini e penne, ti si avvicinano esordendo con una frase del tipo “Lei è favorevole al fatto che tutti i bambini nel mondo abbiano cibo a sufficienza?”. Si tratta ovviamente di una domanda retorica, perché nessuno (a patto di non riconoscere questa tecnica) si sognerebbe di rispondere “No, devono morire tutti!”.

Dopo averti fatto dire il tuo primo “sì”, queste persone proseguono poi con altre domande simili, in modo da farti affermare una serie di volte che sei d’accordo con quello che ti stanno dicendo e farti pronunciare varie volte “sì”. A questo punto, chiudono con una domanda del tipo “Visto che ha detto che è favorevole al fatto che tutti i bambini nel mondo abbiano da mangiare ed è favorevole anche a questo, questo e questo, allora è disposto a darci un’offerta a vantaggio di questi temi?”. A questo punto, tu fai fatica a dire di no, perché risulteresti incoerente con te stesso (e con il tuo interlocutore) rispetto agli impegni verbali presi fino a quel momento.

Si tratta di una strategia molto efficace, che viene usato moltissimo anche nelle tecniche di vendita, a volte anche in maniera etica (invece delle domande retoriche, in questo caso ti vengono fatte domande di riepilogo, che riguardano la trattativa appena svolta).

“Legge di Coerenza e Impegno”.
Fonte: https://www.latinet.it/il-principio-di-impegno-e-coerenza-applicato-marketing/mano/
La Legge di Coerenza e Impegno è una delle più potenti ed efficaci

Un altro Principio della Persuasione è la cosiddetta “Legge di Scarsità”.

Eccone la definizione di Cialdini: “La naturale tendenza a ottimizzare la disponibilità di risorse di un dato bene, spinge a una modifica dell’atteggiamento in direzione di comportamenti di acquisto se la disponibilità del bene viene presentata come limitata nel tempo o nella sua accessibilità”.

In altre parole, se un qualcosa è raro, allora diventa prezioso. Allo stesso tempo, se un qualcosa è disponibile per un breve lasso di tempo, ciò scatena nell’utente un senso di urgenza, che lo spinge ad acquistare molto rapidamente, senza fare tutti i dovuti ragionamenti del caso.

La pubblicità è maestra nell’utilizzo di questa Legge della Persuasione: pensa a frasi come “Solo fino a domani”, “Solo 100 pezzi disponibili”, “Solo per le prime 20 telefonate” e così via.

Anche in questo caso, a volte questa Legge è usato in modo etico o, quantomeno, veritiero: nel caso di un corso di formazione, dove la capienza dell’aula è limitata, è assolutamente etico comunicarlo ai potenziali iscritti, in modo da favorire davvero chi decide più rapidamente.

In tanti altri casi, invece, se ne fa un uso ben poco etico, con famosi brand che, periodicamente, indicano sui loro siti (o nelle pubblicità televisive) un limite temporale che poi, immancabilmente, viene posticipato giorno dopo giorno.

“Legge di Scarsità”.
Fonte: https://www.tariffando.it/ryanair-25-sconto-solo-oggi/
La Legge di Scarsità applicata alla vendita

Chiudiamo questa carrellata su alcune delle Leggi della Persuasione con quella denominata “Legge di Autorità”.

Cialdini ne parla così: “Le asserzioni sostenute da un riferimento a una figura di rilievo, reale o presunto, o presentate come se fossero derivate da tale figura/istituzione, accrescono la loro valenza persuasoria.”

Questo significa che, se sei a un convegno e ti viene presentato uno speaker come se fosse un grande esperto di un determinato tema, tu tenderesti a prendere come maggiormente veritiere le sue affermazioni.

Allo stesso modo, le dichiarazioni provenienti da qualcuno in divisa (o con un camice da medico), risultano maggiormente persuasive rispetto a quelle pronunciate da qualcuno in abiti civili.

Infine, questa Legge si applica anche in contesti più “superficiali”: è dimostrato, infatti, che quando si è fermi a un semaforo rosso e scatta il verde ma la macchina davanti a noi tarda a partire, tendiamo a evitare di suonare il clacson se la macchina che ci precede è grande e costosa, mentre ci facciamo meno remore se abbiamo davanti una umile utilitaria.

“Legge di Autorità”
Fonte: https://www.risorseumane-hr.it/concetto-di-autorita/
La Legge di Autorità può essere davvero schiacciante se usata in modo poco etico

Queste sono 3 delle 7 Leggi principali della Persuasione codificate da Robert Cialdini.

Come sempre, se l’argomento è di tuo interesse, ti invito ad approfondirlo con i testi citati nel precedente articolo e con dei corsi di formazione ad hoc.

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IMPALPABILE VERDE

La ricerca architettonica dello studio belga Dialect si basa su forme rigorose ma anche sulla cura dei dettagli e delle atmosfere. Anziché approdare al minimalismo, quest’ultima dà forma a una sensuale visione della contemporaneità.

In tal senso ci appare significativo il progetto di un grande bagno per una casa di Anversa, integrato – anzi, che vi si stempera – con la zona letto. Uno spazio a perdita d’occhio, luminosissimo, in cui convivono diversi materiali, anche audaci: ad esempio, l’acciaio della vasca e le piastrelle bianche rétro. Alcune pareti sono tinteggiate con un particolare tipo di verde con una minuscola percentuale gialla. Oltre a essere diretta in alcune inquadrature, la sua percezione avviene anche in modo indiretto, cioè nel suo riflesso sulle superfici chiare. La soluzione di questo colore sfumato, magico, inafferrabile, lieve, introduce un modo sofisticato di concepire e usare la tinta unita.

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Il contributo della luce alla creazione di un’identità di luogo

(di Andrea Cacaci) – ottobre 2020

Oggi, nel cosiddetto mondo sviluppato, trascorriamo mediamente il 90% del nostro tempo all’interno degli edifici; questo fatto ha importanti conseguenze sul nostro organismo. L’esposizione alle radiazioni solari regola la secrezione e la soppressione di alcuni ormoni che influiscono sui ritmi biologici umani e sugli aspetti comportamentali, la presenza ridotta della luce solare porta a cambiamenti che influenzano il sonno e l’umore, inoltre abbiamo la tendenza a perdere il contatto con la realtà circostante e non riusciamo più a riconoscere i luoghi per la loro luminosità. La luce che illumina le nostre città in questo momento non è la stessa che sta creando ambientazioni luminose in altre parti del globo. Essere ora a Milano, ad Helsinki, a Johannesburg o a Casablanca significa vivere immersi in scenografie luminose completamente diverse l’una dalle altre; la luce naturale caratterizza in modo univoco e singolare ogni città ed ogni luogo.

Per noi è diventato normale trascorrere sempre più tempo al chiuso: la lampadina si è sostituita al sole ed è diventata la nostra sorgente di riferimento, stiamo perdendo il rapporto con la luce naturale ed abbiamo in parte perso anche il senso del tempo, abbiamo inventato l’ora legale, molti di noi hanno problemi di sonno perché il nostro orologio biologico non sa più leggere la realtà.

Un buon esercizio che consiglio spesso di fare è quello di andare a guardare le opere dei pittori che hanno dipinto in luoghi molto diversi e distanti tra loro; la luce che ritroviamo nei quadri dello spagnolo Sorolla non è la stessa presente nelle opere di artisti nordici come Tuxen o Krøyer; Valencia, Biarritz e Skagen non hanno la stessa esposizione solare.

Joaquín Sorolla y Bastida: Midday at Valencia beach, 1904 (immagine di Pubblico Dominio scaricata da WikiArt.org)
Laurits Tuxen: Summer day at the beach of Skagen 1907 (immagine di Pubblico Dominio scaricata da WikiArt.org)
Joaquín Sorolla y Bastida: María on the Beach at Biarritz, 1906 (immagine di Pubblico Dominio scaricata da Google Art project)
Peder Severin Krøyer: Giornata estiva alla spiaggia di Skagen, 1884 (immagine di Pubblico Dominio scaricata da WikiArt.org)

La differenza è evidente e chiarificatrice.

I bianchi abbacinanti dei bagnanti spagnoli ritratti nei quadri di Sorolla lasciano posto ai toni tiepidi delle spiagge danesi di Skagen ritratte da Laurits Tuxens o da Peter Severin Krøyer. Pigmenti e cromie simili a quelli usati da Joaquin Sorolla li ritroviamo nelle tele che lo svedese Anders Zorn ha realizzato nel suo viaggio in Africa. La differenza non è negli occhi o nella tecnica pittorica dell’autore ma nella visione della luce.

Anders Zorn: An Algerian man and boy looking across Bay of Algiers, 1887 (immagine di Pubblico Dominio scaricata da WikiArt.org)
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LIBRI DI TERRACOTTA

ARCHITECTURE | MADRID

I lavori di costruzione della Biblioteca Reína Sofía, a Madrid, si erano interrotti nel 2011 per ben 8 anni. La facciata è rimasta quasi interamente incompleta, ma solo da tempi recenti il complesso culturale può esprimere in pieno la propria potenza ed energia.

Oltre all’originalità della pianta dalla forma stellata, lo studio BN Arquitectos ha concepito una soluzione davvero dirompente per la vasta superficie delle facciate. Queste sono avvolte da pannelli verticali di terracotta (prodotti in esclusiva da Terrart) montati a secco, dalla forma bombata, a dimensioni differenziate.

L’effetto multicolor, che cambia palette a seconda dei diversi prospetti, ricorda una sterminata libreria, con i volumi che mostrano il dorso, raccontando qualcosa sul contenuto dell’edificio.

La gamma cromatica è molto ampia ed è composta da tonalità di varia saturazione, dalle più brillanti a quelle neutre, con effetto opaco.

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Le invasioni cromatiche

(di Gianluca Sgalippa) – settembre 2020

Da Melbourne a Berlino, da Eindhoven a Shanghai. Il nuovo paesaggio urbano, costituito sia da nuovi insediamenti residenziali che da edifici a destinazione terziaria, non può più rinunciare al colore. Dove l’innovazione tipologica è ancora lenta e dove l’urbanistica non fatica a elaborare nuovi modelli di organizzazione del suolo, il progetto architettonico punta sul linguaggio. E il linguaggio della contemporaneità si avvale sempre di più dell’uso del colore come elemento dalla forte capacità di identificare una facciata o l’involucro di un intero manufatto.

Dopo l’infinita gamma di tonalità neutre derivate dal Modernismo, una mano magica sembra avere sfiorato le nuove edificazioni. Giganteschi Cubi di Rubik, frammenti di foto ingranditi all’infinito fino a mostrare i pixel, oggetti decorativi che dal tavolo passano alla città: come ci indicavano gli esegeti del Post-modern, l’architettura diviene un momento di esercitazione scalare, dove l’idea della macchina per abitare e della razionalità cede il passo all’esercizio di stile e all’emozionalità.

L’uso del colore applicato alle facciate è una pratica molto antica, ma questo processo è sicuramente favorito dall’evoluzione che, a partire dagli anni ’80, sta interessando il settore della componentistica per la composizione delle facciate e i sistemi di tamponamento. I pannelli – pieni o traforati, in alluminio o acciaio ma anche in vetro – arrivano in cantiere pronti per il montaggio a secco e, per questo, pre-colorati. Tra pellicole cromatiche e vernici in polvere, sembra che anche il rivestimento più avanzato sia uscito da un antico laboratorio alchemico, proprio in virtù della complessità tecnologica alla base dell’uso della verniciatura a colori.

Oggi le sperimentazioni cromatiche sembrano esaltare dei sistemi costruttivi sempre più perfezionati, con ritmi che scardinano la modularità di derivazione modernista.

Tuttavia l’applicazione del colore alla macro-scala urbana non è una pratica puramente formalista o pittorica. Difatti l’edificio è un “individuo” che interagisce con molti fattori, primo fra tutti l’incidenza della luce e la trasformazione della nuance con il passare del tempo. Il Sistema Cromatico NCS®©, grazie a un’impostazione scientifica, permette di controllare all’origine il comportamento del colore, dagli aspetti più tecnici fino al livello più creativo-percettivo, indipendentemente dai supporti, dalla tipologia di coating e dalle tecniche di applicazione.

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COLORI DA PIC-NIC

PRODUCT | PHARRELL WILLIAMS

Le posate da pic-nic di Pharrel Williams fatte con i CD. Il collettivo I Am Other della popstar americana, assieme a Pentatonic, azienda leader nell’economia circolare, ha prodotto un set ipercolorato, riciclato e riciclabile per insegnarci a fare a meno della plastica monouso.

Il progetto si chiama Pebble e consiste in un set di posate per i pasti fuori casa. Un guscio con la forma di ciottolo (cui si riferisce il nome) contiene un cucchiaio, una forchetta, un coltello, bacchette e una cannuccia. Tutto si ripiega e smonta per minimizzare l’ingombro.

Grande protagonista la plastica riciclata: la maggior parte del materiale usato arriva dalla grande dismissione di policarbonato derivante da CD, DVD e packaging alimentare. E tutto è trattato per poter essere riciclato, oltre che essere lavato in lavastoviglie.

Il kit da pasto si presenta come un mix di colori pastello per le impugnature a contrasto con le parti metalliche, realizzate in acciaio anodizzato rivestito in titanio iridescente.

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ONDE ARANCIO

FURNITURE | FAULDERS STUDIO

BamScape è un micro-paesaggio cromatico commissionato dal Berkley Art Museum all’architetto Thom Faulders.

Nell’arco di 2 anni e mezzo, l’installazione ha fornito un nuovo fulcro nel grande atrio centrale del museo, che unisce discipline di arte, architettura e design. È stato concepito come un ambiente accogliente, fluido, aperto, destinato al relax, alle proiezioni di film, a spettacoli dal vivo e ad eventi multimediali. Ma è soprattutto uno spazio di sosta libera: BAMscape è dotato di rete wireless e di punti per l’alimentazione dei device digitali.

Per ottenere la massima presenza volumetrica entro i limiti di budget, il sistema pre-fab si è basato su processi di taglio laser CNC per la produzione personalizzata dei 150 singoli moduli curvi in schiuma poliuretanica, composta per il 93% da aria. La superficie è invece costituita da compensato laccato in arancione. Il colore collabora alla reinterpretazione del grande spazio di impronta brutalista, grigio, severo e spigoloso.

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Il bianco… quale bianco?

(di Cristina Polli) – luglio 2020

Pelle bianca, vino bianco, lenzuolo bianco, camice bianco, uovo bianco, parete bianca… Di che bianco stiamo parlando?

“I latini non avevano un termine unico per indicare il bianco e distinguevano semmai le sinestesie della luce: albus era il bianco matto e candidus quello brillante, dove l’essere brillante o meno diveniva più importante della tinta in sé. Stessa cosa nelle lingue germaniche, dove il bianco brillante era blanck, molto vicino al nero brillante black: la brillantezza era più importante della tinta, con essa, la materialità del supporto colorato e le sue prerogative nel respingere o assorbire la luce.” (M. Agnello, op. cit.)

Sappiamo che esiste una sorta di limite tra linguaggio e percezione del colore, in quanto definire attraverso le parole ciò che si sta percependo non è così facile come potrebbe sembrare. Dare delle definizioni appropriate e non generiche su un colore che si sta osservando all’interno del campo visivo, per esempio, è quasi impossibile, tant’è che utilizziamo termini come colore apparente, colore percepito o colore intrinseco, per distinguere tra colori influenzati da molteplici variabili o misurati con adeguati strumenti in grado di darci delle coordinate specifiche che ne individuino le caratteristiche psicometriche.

Le modalità in cui stiamo osservando quel dato colore in un preciso contesto/scenario, sono condizionate da un sistema complesso, che comprende aspetti percettivi, fisiologici, psicofisiologici, neuronali, biologici, culturali, cognitivi, personali… Il linguaggio si perde in meandri risolutivi solo in superficie, per poterci dar modo di comunicare agli altri ciò che stiamo pensando, ma si creano confusioni, perché tutto passa dal nostro mondo soggettivo di percepire la realtà attorno.

Allora dire che “quella parete è bianca”, diventa davvero riduttivo.

Anche ostinarsi a dare indicazioni progettuali usando “bianco” per indicare tutti i bianchi, è non solo inutile, ma anche dannoso.

Nella storia il bianco è stato denominato in vari modi, spesso derivanti dalla materia di derivazione del pigmento. Si pensi alla biacca, ovvero al carbonato basico di piombo,  utilizzata fin dai tempi antichi. Essa venne bandita in Francia nel 1909 in tutti gli edifici, a causa del rischio  che rappresentava per la salute pubblica, contenendo piombo, e nel 1921 parecchi stati stipularono una convenzione che ne vietò definitivamente l’utilizzo. L’Italia ratificò questa convenzione nel 1952.

Si iniziò quindi a produrre bianco di zinco, già individuato nel 1782, che divenne più economico e soppiantò la produzione di biacca. Era considerato “un bianco più scuro”; la sua prima applicazione commerciale col nome di “bianco cinese” fu un pigmento per acquerello, introdotto dai fabbricanti inglesi di colori Winsor e Newton, nel 1834.

Tra il 1916 e il 1918 alcune industrie chimiche in Norvegia e negli Stati Uniti scoprirono come produrre e purificare un ossido bianco opaco di titanio, elemento individuato dal chimico Martin Klaproth, nel 1769. Ben presto divenne il pigmento bianco dominante e nel 1945 rappresentò l’ottanta per cento del mercato.

Bianco di Titanio

Il prof. Giovanni Brino ha analizzato il naming dei colori nelle città italiane, dall’epoca barocca in avanti, sulla base di ricerche effettuate in più di 30 anni insieme a  vari ricercatori in Italia, constatando che uno dei vari criteri che veniva spesso utilizzato per declinare i colori usati nelle colorazioni delle città italiane, era da riferirsi ai materiali edilizi locali, lapidei, laterizi, lignei e metallici.

“Uno dei colori generici più comuni di questa lista, ad esempio, il “Bianco” con tutte le sue declinazioni (ottenuto con il latte di calce puro) viene imposto nei cortili ristretti o nei vicoli per ragioni igieniche, per dare luce e per disinfettare. Nel Regolamento d’Ornato di Savigliano del 1842 si legge che “solo una tinta assai prossima al bianco potrà adoperarsi per tingere quei fabbricati che per causa dell’angustia delle strade difettino di luce”, e che il bianco può essere impiegato in “quei portici che si trovassero in tale stato di sudiciezza da non potersi più oltre tollerare”. Per ragioni opposte, viene proibito il “Bianco schietto” nelle vie larghe, perché potrebbe abbagliare e offendere la vista degli abitanti del lato opposto della via. Per opposte ragioni, si vieta la possibilità di impiegare colori cupi che potrebbero ingenerare oscurità.” ( G. Brino, op. cit.)

Nella ricerca di Brino si trovano: Bianco maiolica o Biancone, dal nome di un calcare biancastro cavato tra Varese e Laveno (aree del Piemonte) – Marmo bianco, dato dall’allusione al marmo di Carrara o  marmo di Cenocco (biancastro) – Bianco finto marmo, bianco chiaro, bianco marmo (aree liguri) – Bianco calce – Bianco “latte di calce”, “latte di calce di Rivara dolce” – Imbianco di calce, latte di calce, imbiancamento o imbiancatura, bianco di calce dolce, con riferimento alla calce locale e al nome del luogo (aree liguri) – calcina, calcina naturale, calcina invecchiata, etc. calce macchiata di giallo…(aree senesi) – bianco di travertino cotto, bianco imitante il travertino, bianco scuro imitante il travertino, “color di marmo bianco” (aree di Roma) – Bianco stucco – Bianco di stucco o bianco stucco, stucco bianchissimo, stucco lucido – nomi generici: bianco vecchio, latte, o di latte, bianco azzurro…

Marmo di Carrara

Oggi, in ambito edilizio, abbiamo a disposizione materiali organici ed inorganici, produzioni di ogni foggia e tipologia, per ogni bisogno ed utilizzo. Compaiono su cartelle e collezioni nomi di bianco che vanno dal  “burro”, al “cotone”, ad un classico “avorio”, al bianco “carta”, o “tutto bianco”, “bianco forte”, bianco abbinato al nome di una città, di nuovo “bianco calce, o “bianco gesso”… Viene da domandarsi cosa significhino tutti questi abbinamenti creativi, perché è davvero difficile immaginare un bianco burro.

Sicuramente sarà un bianco “sporcato” di giallo, ovvero un bianco cromatico, derivante da una tinta contenente del giallo.

Allora sarebbe meglio gestire il colore – mi riferisco alla progettazione e non ad altri ambiti più soggettivi e personali – attraverso un sistema chiaro, come il sistema NCS, che non metta in condizioni di dubbio chi sta comunicando e strutturando un percorso progettuale.

Proviamo a dare, comunque, qualche informazione.

1) I bianchi (come del resto neri e grigi) possono essere sia cromatici che acromatici, valutazione essenziale quando per esempio ci si riferisce alla facciata di un edificio, caratterizzata da un fondo, una zoccolatura, pieni e  vuoti, elementi decorativi, fasce, cornici, balconi, etc. Le specchiature cromatiche intermedie e i colori accento dovrebbero essere dello stesso piano di tinta del colore dominante del fondo; il bianco – della fascia marcapiano o altro – quindi sarebbe cromatico. Questo eviterebbe una percezione alterata dello stesso bianco, che se usato puro e acromatico, verrebbe condizionato dai colori includenti, adiacenti, che lo modificherebbero secondo fenomeni percettivi di contrasto cromatico e consecutivo. Insomma una bella cornice bianca su fondo rossastro, ci apparirebbe scostata verso il verde…non bianca!

NCS S 2060-R fondo             NCS S 0502-R particolari

          
Stesso piano di tinta

2) Proprio a seconda della derivazione materica alla quale appartengono, i bianchi percepiti possono essere davvero molti, quasi indistinguibili tra loro, tanto che – nel caso ci si debba approcciare ad un piano di riqualificazione percettiva a livello urbano – è necessaria una mappatura accurata di tutti i bianchi presenti sul territorio, mediante colorimetro e condurre verifiche comparative tra un colore e l’altro. Mappatura che considera anche l’ingiallimento naturale nel tempo di alcuni bianchi, che si modificano e che devono comunque essere valutati allo stato dell’arte attuale, in quanto fotografia del clima cromatico presente in un luogo.

3) Non per ultima la considerazione che ciò che vediamo come bianco è una superficie che emette la quasi totalità dell’energia luminosa ricevuta e che il bianco “assoluto” è solo teorico, poiché percepibile solamente in piena luce. Un bianco “assoluto”, tra l’altro, è abbagliante, stressante per tutto il sistema dei fotorecettori e quindi non adatto, non biologico, per l’essere umano. Locali abitati, risolti come scatole monocromatiche bianche – con pareti tinteggiate di un bianco acromatico quasi puro, non materico, senza una texture e perciò piatto – sono molto lontane da quell’ambiente rispondente ai bisogni di equilibrio psicofisiologico nei quali vorremmo stare. Ambienti con presenza di contrasti, gradienti, differenze.

Così come luoghi di cura – gli ospedali – dove è necessario riflettere sull’influenza che ha l’ambiente sulle persone, non possono essere bianchi, di qualsiasi bianco si tratti, perché questo colore non è sinonimo di igiene, ma di sterilità, asetticità, distacco, stanca gli occhi, la mente, il corpo.

C’è ancora molto, evidentemente, su cui ragionare e sperimentare nel progetto cromatico; certo l’elasticità mentale e la ricerca continua, interdisciplinare, aiutano a fare chiarezza e una nuova pagina bianca… per iniziare, non guasta.

Bibliografia di riferimento
– Brino, “Introduzione a un dizionario dei colori delle città italiane”, Colore n°68, Ott/Dic 10, XVII, IDC Colour Centre, MI
– Bottoli, G. Bertagna, “Perception Design”, Maggioli Editore, 2009
– M.Gussoni, G. Monticelli, A. Vezzoli, “Dallo stimolo alla sensazione”, Casa Ed. Ambrosiana, Gorgonzola, MI, 2006
– Brusatin, “Storia dei colori”, P.B. Einaudi, TO, 1983
– Ball, “Colore. Una biografia”, Bur, MI, 2001
– Di Napoli, “Il colore dipinto”, Bib. Einaudi, TO, 2006
– Agnello, “Semiotica dei colori”, Carocci Ed., Roma, 2013

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ABBRACCIO MULTICOLORE

ARCHITETTURA | MUSAC LEON

 

 

 

Effettivamente l’intervento non è recentissimo – è stato inaugurato nel 2005 – ma il rapporto tra schema tipologico e tessuto urbano appare di grande interesse, specie per il ruolo giocato dall’uso del colore sulle facciate.
La volumetria del Museo di Arte Contemporanea di León (MUSAC), in Spagna, è impostata su un ritmo modulare tra pieno e vuoto che occupa un intero isolato, con prospetti spezzati e uniformemente grigi. Questa maglia compatta e fondamentalmente isotropa si spezza in corrispondenza dell’area di ingresso, dove viene creato uno spazio convesso, quasi una piazza di raccordo tra museo e città.
L’impiego di pannelli policromi sulle facciate evoca l’idea di un abbraccio sotto il segno dell’arte e della cultura. Le tinte sono disposte asimmetricamente e provengono da tutto lo spettro cromatico. Insolitamente, l’abbinamento non avviene tra singole tinte ma tra palette composte da nuance di uno stesso colore.

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Come avviene la visione dei colori?

(di Jessica Saccani) – giugno 2020

Non ce ne accorgiamo, ma è ciò che accade continuamente: i nostri occhi percepiscono oltre 200 diverse sfumature di colore, differenziano con precisione oltre 20 livelli di saturazione e 400 di luminosità. Ogni giorno riceviamo dai colori migliaia di stimoli: com’è possibile tutto questo? Vi siete mai chiesti come funziona la nostra vista? Come riusciamo a vedere il cielo di un determinato colore, le nuvole bianche oppure un bel prato verde?

La percezione della realtà che conseguiamo attraverso i nostri strumenti visivi si fonda su meccanismi estremamente complessi che coinvolgono diversi livelli sensoriali.  La spiegazione di tutto il lavoro che svolge il nostro sistema visivo assieme al cervello e a tutte le possibili integrazioni spazio temporali in continua evoluzione è lunga ed estremamente complessa; cerchiamo comunque di capire insieme i fondamenti della visione tricromatica. In questo articolo noi ci occuperemo, per semplicità del discorso, solo della visione dei colori e tralasceremo la parte legata alla forma ed alla matericità dell’oggetto stesso, oltre alla parte legata a riflessione e rifrazione della luce legata al materiale colpito.

Tutto comincia dalla luce del Sole: essa è composta da tantissime lunghezze d’onda, il cosiddetto spettro elettromagnetico, in cui troviamo UV, infrarossi, microonde, raggi X e le lunghezze d’onda visibili dall’occhio umano. Quest’ultime occupano sono una piccolissima parte dello spettro, compreso fra 400 nm e 700 nm circa, e ad ognuna di queste lunghezze d’onda è associato un colore: alle lunghezze d’onda corte (400 nm) associamo il colore blu, mentre alle lunghezze d’onda lunghe (700 nm) associamo il colore rosso. A circa metà spettro, con lunghezza d’onda di 550 nm, troviamo il colore verde. Al di fuori di queste lunghezze d’onda l’occhio umano è “cieco”: al di sotto del rosso vi sono gli infrarossi, mentre sopra il blu vi sono gli ultravioletti, per noi entrambi invisibili.  La luce, carica di lunghezze d’onda di ogni tipologia, colpisce un oggetto, viene riflessa ed entra nel nostro occhio: da qui si innescano milioni di complesse trasduzioni chimiche che portano alla visione del colore, della forma, della posizione e di molti altri aspetti che ci permettono di comprendere la natura stessa dell’oggetto che stiamo osservando.

Il primo passaggio fondamentale è l‘arrivo della luce alla retina, uno strato di circa 10 tipologie diverse di neuroni modificati che svolgono l’importante funzione di trasduzione: sono in grado cioè di trasformare la luce che arriva sul fondo dell’occhio in un’informazione (prima chimica, poi elettrica) da trasmettere al cervello mediante il nervo ottico.

Se questo passaggio viene a mancare, risulta deficitaria la visione stessa, non solo la visione tricromatica. In prima istanza, la luce colpisce i fotorecettori, cellule sensibili alla luce presenti nella retina che, reagendo, portano alla prima trasduzione chimica. I responsabili della visione dei colori sono i coni, minuscole cellule che elaborano l’informazione proveniente dalla luce in un messaggio chimico. Essi si dividono il lavoro con i bastoncelli: questi ultimi ci consentono di percepire i cambiamenti di luminosità fino a una determinata intensità luminosa, sono essenziali per la visione crepuscolare e notturna, oltre a permetterci di vedere quello che ci circonda: tutto ciò, però, solo in bianco e nero. Sono i coni, invece, ad occuparsi della percezione dei colori. Essi sono presenti nell’occhio in tre diverse tipologie, ognuna delle quali reagisce a diverse lunghezze d’onda:

– coni S, dove S sta per “short”, che reagiscono alle lunghezze d’onda più brevi, quelle del blu;
– coni M, dove M sta per “medium”, che reagiscono alle lunghezze d’onda medie, quelle del verde;
– coni L, dove L sta per “long”, che reagiscono alle lunghezze d’onda più lunghe.

Quindi se una superficie riflette ad esempio solo onde corte, questa apparirà blu al nostro cervello; nel caso in cui vengano riflesse solo onde lunghe, allora vedremo una superficie rossa, mentre i raggi di luce di media lunghezza la faranno apparire verde. I colori risultanti dalle mescolanze, quali ad esempio l’azzurro o l’arancione, vengono percepiti quando una superficie riflette onde di più lunghezze diverse contemporaneamente. Se questi tipi di coni percepiscono tutte le lunghezze d’onda simultaneamente, il cervello vedrà la superficie di colore bianco.

Un altro importante fattore che influenza la nostra visione è l’assorbimento della luce da parte degli oggetti. Una mela ha un colore verde perchè la sua superficie assorbe tutta la luce, ma riflette solamente le onde luminose medie, quelle che ci appaiono verdi. I colori che percepiamo dipendono perciò dalla proporzione della luce assorbita o riflessa dai tre colori blu, verde e rosso.

La mancanza di una tipologia di coni ci porta alla mancanza di visione di quello specifico colore: questo disturbo, conosciuto come daltonismo, non ha ancora una cura e spesso non viene diagnosticato. Dai coni e dai bastoncelli parte una lunga catena di trasduzioni del messaggio trasportato dalla luce che viene codificato attraverso molecole chimiche e arriva alle cellule ganglionari: esse sono le ultime cellule presenti nella retina e porteranno le informazioni al cervello tramite il nervo ottico. Nelle cellule ganglionari avviene una serie di interazioni e integrazioni neuronali continue, relative al colore, allo spazio, alla forma e al campo recettivo della cellula stessa. Tutti questi messaggi, trasportati nel cervello in pochi millisecondi, vengono integrati ed elaborati continuamente per permetterci di vedere, ma anche di spostarci, interagire con lo spazio circostante e di memorizzare dettagli e informazioni.

Questa, seppur complicata, è solo la prima parte del funzionamento della visione dei colori.

Si può però già intuire una conseguenza: la vista è il senso che impegna la maggior parte delle nostre funzionalità intellettive durante tutto il giorno e un suo malfunzionamento porta ad enormi svantaggi.

Biografia Jessica Saccani
Jessica Saccani, nata a Fidenza (PR) il 15 ottobre 1990, è laureata in Ortottica ed Assistenza Oftalmologica ed in Ottica e Optometria. Attualmente collabora con l’Ospedale San Raffaele-Resnati di Milano, e tiene il laboratorio di Sistemi Ottici e Oftalmici presso l’Università Bicocca di Milano. Collabora inoltre presso studi medici privati.

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