PASTELLO SOFFICE

FURNITURE DESIGN | DERLOT

Il talento di Alexander Lotersztain, giovane progettista australiano, sta dando filo da torcere al mondo del design europeo. Con Derlot, la linea sua linea d’arredo autoprodotta, propone elementi dal mood contemporaneo, dal forte appeal formale e tipologico.

Il marchio ha appena lanciato Tetromino Soft, una collezione di imbottiti componibili, costituita da un abaco di elementi di formati diversi ma dalle geometrie molto semplici, con spigoli a doppia aletta.

Del tutto insolita la compilazione della palette cromatica. Lotersztain sceglie numerose tinte, tutte di tono pastello. I colori appaiono luminosi e brillanti, tuttavia senza eccesso di saturazione. Ciò si pone in controtendenza rispetto al trend dei tessuti da divano nei toni del grigio (preferibilmente scuro) o della pelle nera.

Il tessuto delle sedute è a effetto tema, mentre i cuscini supplementari sono in velluto.

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Luce del nord

(di Andrea Cacaci) – novembre 2019

Nel 1914 lo scrittore tedesco Paul Scheerbart pubblica un libro dal titolo “Architettura di vetro”. Scritto sotto forma di trattato di architettura ebbe un discreto successo tanto da essere recensito da Walter Beniamin e influenzò in qualche modo l’allora giovane architetto espressionista tedesco Bruno Taut, col quale Scheerbart ebbe una fitta corrispondenza nel suo ultimo anno di vita.

Nel 1914 si conoscevano così bene le influenze e gli influssi della luce sui nostri comportamenti che Scheerbart li dava quasi per scontati:  “Non si può certo contestare che una magnifica architettura di vetro eserciti sui nervi un influsso quanto mai benefico”. “Alla luce troppo chiara ed intensa dobbiamo in parte il nervosismo della nostra epoca. La luce smorzata dai colori ha un effetto tranquillizzante sul sistema nervoso. Perciò essa viene consigliata dagli specialisti in malattie nervose e usata come metodo terapeutico in molte case di cura”. “Non dobbiamo dunque mirare a un aumento dell’intensità della luce. La luce che abbiamo è già troppo forte e ormai insopportabile. La luce smorzata è ciò a cui dobbiamo mirare. Non “più luce!” Ma “più luce colorata!” Dev’essere il nostro motto”. (1)

Luce colorata, smorzata che si contrappone alla luce troppo chiara ed intensa. Sembra quasi che Scheerbart parli delle differenze tra la luce solare diretta, estremamente intensa e bianchissima (perché composta dalla pienezza dello spettro senza sbilanciamenti cromatici) e la luce della volta celeste, proveniente dal nord, composta soprattutto dalla parte “bassa” dello spettro cromatico  quindi dominata dai toni dell’azzurro e del viola (fig. 1).

Fig. 1 – Composizioni spettrali della luce del nord (in blu), della luce solare a mezzogiorno (in giallo), e della luce del tramonto (in arancio). Diagramma grafico dell’autore.

Anche la luce del tramonto, così come quella dell’alba, hanno dominanti cromatiche prevalenti: il rosso, l’arancio e il giallo. Tuttavia a differenza dell’azzurra luce del nord, la luce rossa del tramonto la troviamo in ristrettissime fasce orarie. La luce azzurra invece è disponibile per tutto il giorno. L’unica limitazione al suo utilizzo è data dall’esposizione delle finestre e delle vetrate che devono guardare a nord.  Scheerbart non parla di esposizione prevalente in quanto le architetture che immaginava erano completamente vetrate.

Le doti della luce del nord sono da sempre state scoperte ed apprezzate soprattutto dagli artisti.  Anche lo stesso Le Corbusier, strenuo sostenitore delle proprietà terapeutiche e salutistiche della luce del mezzogiorno, al momento di progettare l’atelier di pittura del suo amico Amédée Ozenfant preferì l’esposizione verso la luce del nord tramite grandi vetrate e anche, nel progetto originario, di shed in copertura che andavano a catturare la fredda e costante luce della volta celeste, ideale per il lavoro del pittore (2).

La luce del nord non si porta dietro la presenza ingombrante del sole, con i suoi raggi orientati e le ombre nette. La sorgente della luce del nord è la volta celeste, diffusa e costante per gran parte della giornata ed anche dell’anno, priva di ombre nette e contrasti nitidi, ideale per quelle attività come gli studi dei pittori che hanno bisogno di condizioni luminose stabili nel tempo.

Esempio eclatante è lo studio di Jan Vermeer. Di lui non sappiamo quasi nulla di certo, non ha lasciato né scritti né documenti autografi se non le sue opere che tuttavia risultano estremamente eloquenti riguardo gli argomenti che ci interessano: la luce e la sua provenienza (3).  Da dove prendeva luce il suo atelier?  Molto probabilmente dal cielo del Nord.  Quasi tutti i suoi quadri sono ambientati dentro interni domestici. Quasi sempre con la luce proveniente dalla sinistra, molto spesso con le finestre che campeggiano nell’inquadratura. Mai un raggio di sole entra direttamente e nettamente nelle sue tele. Anche quando la luce vi entra copiosa (come nel “Soldato con ragazza sorridente”) ha le caratteristiche distintive della luce del nord: diffusa, omogenea, priva di ombre nette, illumina ovunque anche le aree che non colpisce direttamente. Lascia allo sguardo la possibilità di afferrare alcuni dettagli anche nelle aree in penombra.

Jan Vermeer, Soldato con ragazza sorridente, Frick Collection, New York (foto Wikimedia di pubblico dominio).

Il prezzo che ci chiede la luce del nord è di subire il fascino del suo colore prediletto: il blu.

Andiamo a riguardare lo schema della fig. 1: la composizione spettrale della luce proveniente dalla volta celeste è tutta dominata dalle onde a frequenze ridotte, inferiori ai 500 nanometri, quindi tutti i blu fino ai porpora ed oltre, verso l’ultravioletto. Inevitabile che siano questi i toni che emergono con più forza e bellezza dai quadri di Vermeer. Inevitabile che il pittore stesso pagasse questo pegno attratto dalla bellezza della resa di quel pigmento.  Di che colore sarebbe potuto essere il turbante della protagonista del suo quadro più famoso?

Jan Vermeer, Ragazza con Turbante, Mauritshuis L’Aia (foto Wikimedia di pubblico dominio)

E gli abiti dei protagonisti dei quadri gemelli: “l’astronomo” e “il geografo”?  Per non parlare poi delle gonne delle ragazze con le brocche di latte e d’acqua. Blu, in tutte le sue sfumature e tonalità.

Jan Vermeer, L’astronomo, Museo del Louvre, Parigi (foto Wikimedia di pubblico dominio).

Jan Vermeer, Giovane donna con una brocca d’acqua, Metropolitan Museum of Art, New York (foto Wikimedia di pubblico dominio).

Il conto era “salato”, non solo metaforicamente: il blu, nel XVII secolo era un colore carissimo da ottenere. Tanto da ridurre quasi in miseria il nostro per l’uso estensivo che ne faceva (3). Il blu migliore si otteneva macinando una pietra dura semipreziosa, il lapislazzuli. Pietra carissima sia per le difficoltà d’estrazione sia per la lavorazione necessaria per ridurla in pigmento (4).  Proveniente dalla Cina e dall’Iran (5), in pratica era un prodotto di importazione dalle aree coloniali in cui i mercanti olandesi avevano il predominio commerciale. Sempre dalle colonie provengono anche i nuovissimi pigmenti luminescenti usati da Vermeer per la prima volta in uno dei suoi dipinti più conosciuti: “la lattaia” (6).

Jan Vermeer, La lattaia, Rijksmuseum, Amsterdam (foto Wikimedia di pubblico dominio).

Seguendo i meccanismi della visione sappiamo che ogni oggetto assorbe la luce visibile e riemette verso i nostri occhi la sensazione del suo colore.  In alcuni casi la luce assorbita è riemessa come luce di colore diverso, fenomeno che la meccanica quantistica chiama ”luminescenza”. La luce riemessa, influenza il colore finale del pigmento e la sua luminosità (6).

Tornando di nuovo allo schema della fig. 1 notiamo che una parte importante della composizione spettrale della luce del nord è occupata dagli “ultravioletti”. E’ proprio questa la parte di luce non visibile che nell’incontro con i pigmenti luminescenti crea dei flussi luminosi particolarmente brillanti, fluorescenti diremmo.  Vermeer non ci ha lasciato scritti o documenti certi, quindi anche in questo caso possiamo solo immaginare il suo sguardo nell’osservare l’incredibile brillantezza dei colori che esce dai suoi dipinti grazie alla luce del nord.

 

Note:
1  Paul Scheerbart ARCHITETTURA DI VETRO. Adelphi
2  Link al progetto dell’Atelier Ozenfant di Le Corbusier: https://en.wikiarquitectura.com/building/ozenfant-house/
3  Gustaw Herling LE PERLE DI VERMEER Fazi Editore
4  Link al trailer estratto dal film “La ragazza con l’orecchino di perla”: https://youtu.be/qXf4C1rM5Q4
5  Michel Pastoreau BLU. Ponte alle Grazie
6  Adriano Zecchina ALCHIMIE NELL’ARTE Zanichelli.

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ARCOBALENO SUBACQUEO

ARCHITETTURA | MONTECARLO


Victor Vasarely, uno dei padri della Op Art, ha sempre mantenuto un’attività multidisciplinare, che spesso ha sconfinato nel campo architettonico.

Fra le sue numerose commissioni pubbliche, la più sbalorditiva – ma anche fra le meno conosciute – è sicuramente la piscina Hexa Grace, creata nel 1979. Situata sul tetto dell’Auditorium Rainier III nel Principato di Monaco, la enorme vasca esagonale si affaccia sul Mar Mediterraneo. Il pattern della pavimentazione interna, fino alle piastrelle rombiche, segue la geometria perimetrale, basata sugli angoli di 60°.

L’universo grafico del pittore ungherese è immediatamente riconoscibile. La percezione dell’opera è strettamente legata ai principali caratteri fisici del contesto: forte inclinazione del suolo e grattacieli. Ma il vero colpo d’occhio sta nelle vedute aeree e satellitari: dalla mappa di Google un arcobaleno esagonale “buca” la Costa Azzurra.

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Più persuasione per tutti! (parte 1)

(di Luca Talamonti) – ottobre 2019

Quando si parla di “persuasione”, molte persone alzano subito un muro, ritenendo questa parola pericolosa, sibillina e portatrice di intenzioni ben poco etiche. Si pensa che “persuadere” significhi usare misteriosi artifici linguistici, persino ipnotici, finalizzati a spingere le persone a pensare, credere e fare cose contro la loro volontà.
La “persuasione” non è in sé buona o non buona. Dipende dall’utilizzo che se ne fa e, soprattutto, dagli obiettivi di chi la mette in atto.
Ebbene, ma chi, di fatto, mette in atto la persuasione?
La risposta tanto semplice, quanto sorprendente, è una sola ed è innegabile: tutti.


Persuasione: come fare magie con le parole
Fonte: https://www.centodieci.it/2017/06/importanza-persuasione-lavoro/

Del resto, ogni volta che interagiamo con qualcuno, sia in ambito personale, sia professionale, il nostro obiettivo non è forse quello di convincere l’altro della bontà delle nostre idee?
Per farlo, inoltre, mettiamo in atto delle strategie, spesso automatiche, per arrivare al risultato. Certo, farlo in modo etico (ossia a vantaggio di ambo le parti), efficace e strutturato con metodo è un altro paio di maniche.
Fin dall’antichità, dopo tutto, l’ars oratoria latina e la retorica greca hanno avuto un ruolo chiave nel convincere e far muovere le masse.
La stessa politica odierna, in qualsiasi parte del mondo, fa leva in molti casi su meccanismi di persuasione ben collaudati, che hanno come obiettivo quello di convincere più persone possibile.
La persuasione è usata praticamente in ogni ambito: non solo in politica, ma anche e soprattutto in ambito marketing, commerciale e pubblicitario.

Cos’è, dunque, la persuasione?
È l’abilità di convincere, sfruttando meccanismi automatici del cervello e usando le trappole della percezione umana.
Già, perché che piaccia o meno, ognuno di noi è altamente manipolabile, in virtù del fatto che il cervello umano è programmato con uno specifico “linguaggio macchina”: esattamente come accade con un computer, se conosci quel linguaggio e lo usi, puoi far fare al computer ciò che vuoi.
Certo, a nessuno piace ammettere una cosa del genere, eppure si tratta di un concetto già ampiamente sdoganato e che dimostra una cosa molto semplice: siamo esseri umani, dotati di un sistema cerebrale complesso e di emozioni potenti.

Una definizione più specifica di cosa sia la persuasione ci viene fornita da chi è oggi considerato il massimo esperto al mondo sul tema: lo psicologo statunitense Robert Cialdini.

Robert Cialdini, il massimo esperto al mondo in tema di persuasione
Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Robert_Cialdini

Egli afferma che la persuasione è “la capacità di far muovere qualcuno nella nostra direzione, di rendere gli altri più propensi a vedere le cose come le vediamo noi, di farli essere d’accordo con noi in virtù del modo in cui presentiamo le nostre idee”.
Già, del modo.
Sì, perché ovviamente c’è modo e modo di esporre le proprie idee.
E quando si parla di “modo”, in senso specifico, sono tante le discipline in grado di migliorare in maniera preponderante il modo e l’efficacia con cui si espongono i concetti: dalla Programmazione Neuro Linguistica, all’Intelligenza Linguistica, alla Comunicazione Para e Non Verbale.
Rimanendo in ambito più generico, ed entrando nel vivo della persuasione, Cialdini ha fino a oggi identificato 7 Leggi (o Princìpi) principali, più alcune secondarie, a cui tutti gli esseri umani sono soggetti fin dall’alba dei tempi.
Tali Leggi sono perfettamente illustrate, con grande ricchezza di esempi tratti dalla vita quotidiana o da affascinanti esperimenti sociali, nel libro più famoso di Cialdini, “Le Armi della Persuasione” (e nel suo seguito, intitolato “Presuasione”).

La persuasione, se usata con fini poco etici, può essere molto pericolosa
Fonte: https://www.psicologianeurolinguistica.net/2016/10/persuasione-comunicazione-trump-clinton.html

Quali sono e cosa dicono queste Leggi? Lo scoprirai nel prossimo articolo!

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È ATTERRATO L’ARCOBALENO

ARCHITETTURA | BERLINO


Banale il contesto: un territorio di frangia a sud di Berlino, nei pressi dell’aeroporto di Schönefeld. Minimalista l’accomodamento interno: arredi in legno naturale, spartani ma rassicuranti. Eppure l’Hotel Meininger Berlin Airport ha qualcosa di stupefacente. Le facciate del suo volume rigido e schematico vengono inondate da strisce coloratissime.
Lo studio Petersen Architekten ha selezionato una palette di tinte vivacissime per la verniciatura dei pannelli in acciaio che avvolgono l’hotel.

L’impatto cromatico sul paesaggio circostante è rafforzato dall’andamento orizzontale e continuo delle fasce che, seguendo le finestre a nastro, creano suggestivi giochi prospettici e un effetto di astrazione in grado di colpire i passanti.
La verniciatura è in poliestere in polvere, che garantisce tenuta, inalterabilità del colore e proprietà antiriflesso.

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La fiamma di Marsiglia

Il Sistema NCS®© protagonista del nuovo edificio progettato da Jean Nouvel

(di Gianluca Sgalippa) – settembre 2019

          
Possiede una fortissima carica emozionale. Eppure è il frutto di una fortissima razionalità progettuale, secondo un approccio che da oltre 40 anni caratterizza il lavoro di Jean Nouvel. L’archistar francese non agisce secondo cliché linguistici precostituiti, ma cerca delle forme di contestualismo diverse a seconda del tipo di intervento. Denominatore comune: una gestione brillante e originale del fatto tecnologico e costruttivo.

La torre per uffici recentemente inaugurata nell’area portuale di Marsiglia si colloca in un paesaggio fortemente artificializzato e “tecnico”, nonostante la presenza del mare, per il quale è stato pianificato un mix funzionale. Lì accanto, fra l’altro, sorge una torre con la medesima destinazione, progettata dallo studio di Zaha Hadid.

Per Nouvel, la volontà di sfuggire a condizioni di omologazione architettonica è stato il punto di partenza. Lo spiega lui stesso: «Le torri di tutto il mondo sembrano troppo simili, spesso appaiono intercambiabili. Potrebbero stare ovunque. Troppo raramente descrivono la loro città. Sono alte ma anonime. Preso atto di queste considerazioni critiche, la mia proposta è una torre unica. La sua ambizione è di appartenere chiaramente alla densa aria del Mediterraneo. Mostra il suo desiderio di giocare con il sole e disegnare ombre sul cielo… Ma solo ombre leggere, geometrie semplici per creare complessi giochi matematici. E, sì, sempre semplicità e complessità…Immagino questa torre. Ne parlo. La chiamo La Marseillaise».

Le facciate dell’edificio sono composte da una fitta sequenza di pannelli e componenti che attribuiscono alle superfici una spiccata tridimensionalità e un’insolita leggerezza. A ciò si aggiunge la caratterizzazione cromatica, per la quale entra in gioco il Sistema Cromatico NCS®©. L’architetto seleziona una trentina di nuance comprese tra il rosso e il blu, dai toni più accesi a quelli più tenui, distribuiti sulle facciate in senso asimmetrico ma ordinato per gradazione. Come si compenetrano gli strati costruttivi, così si sovrappongono anche i codici colore, determinando gradazioni complesse.
Sul piano visivo, il risultato è una fiammata che si stempera verso l’azzurro. L’impatto paesaggistico è unico, dinamico, capace di riqualificare la distesa di banchine di cemento e di container.

Ancora una volta, il Sistema NCS®© mette al servizio dell’architettura – su alti livelli – uno strumento di grande affidabilità, soprattutto in un manufatto ad altissima articolazione fisica.

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Abitare il pavimento

(di Cristina Polli) – luglio 2019

L’osservazione del mondo è molto più complessa della semplice attivazione del cervello visivo; implica anche, per esempio, l’attivazione di componenti sensori-motorie ed affettive. La nostra è un’osservazione  multimodale,  sinestetica,  connessa all’esperienza  che ci permette di entrare in relazione con ogni cosa, provando emozioni ed esplicitando comportamenti. Come sosteneva J. Gibson “Il significato o il valore di una cosa, sta in quello che essa ci invita a fare (affordance)”.
Nella scena globale ogni luogo è composto da numerosi elementi, ognuno parte di un tutto, aventi proprie valenze specifiche che interagiscono con il nostro sistema percettivo. Siamo consapevoli della presenza di dimensioni, distanze, profondità, del fatto che ci spostiamo su superfici in un ambiente che subisce la forza di gravità, in quanto da animali “mobili”  quali  siamo,  i  nostri  occhi,  affiancati  l’uno  all’altro  (vediamo  con  effetto stereoscopico), si sono evoluti e adattati in un contesto dove per l’appunto sussistevano la gravità e le tre dimensioni.

Anche lo “spazio pavimento” è quindi vissuto attraverso il nostro corpo, la nostra soggettività, la nostra capacità di interpretare la scena e di relazionarci con essa.
Biologicamente, fisiologicamente, in esso cerchiamo un’istintiva connotazione di sicurezza e solidità; non a caso nel momento in cui psicologicamente siamo indifesi, perdiamo il controllo, diciamo che “ci manca la terra sotto i piedi”. Ciò che è calpestabile è unito all’archetipo della terra, madre matrigna, suolo dal quale nasce la vita (l’albero, le radici), elemento che ci permette di “stare”, sostare, esserci nello stato di animali verticali che si muovono, camminano e sanno orientarsi.. Lo spazio orizzontale, che impariamo a conoscere da subito, gattonando da bambini, in modalità polisensoriale, toccando e facendo esperienza del nostro corpo, suggerisce azioni e attiva risposte.


Scuola primaria Pombia (NO) Studio 3705 e C. Polli, percorsi

Abbiamo necessità quindi – questione davvero di vari equilibri – di stabilità e solidità; nel pavimento cerchiamo materie, forme, geometrie e colori capaci di rassicurarci e non di confonderci o di destabilizzarci. Ciò perché desideriamo vivere in ambienti che rispondano al nostro innato bisogno di sopravvivenza e camminare su superfici instabili, pericolose, o poco leggibili, in alcuni casi buie, è esattamente il contrario di ciò che vorremmo.
In ogni ambito, anche quello privato, abitativo (pur sapendo che in tal caso prevale la soggettività degli utenti e le scelte verranno effettuate rispettando le loro peculiarità), il pavimento dovrebbe essere progettato tenendo conto di tutti gli aspetti percettivi, tra cui logicamente il colore.

Ceramiche Refin – Fossil

“Avila definisce immagine dell’ambiente il risultato di un processo bilaterale fra l’osservatore e ciò che lo circonda, su tre livelli di comunicazione: quello sensoriale percettivo, quello mentale cognitivo e quello affettivo e di valutazione, riferiti ai tre aspetti quantitativi dell’immagine: identità, struttura, significato, per i quali il colore riveste un ruolo fondamentale.” (L-R. Ronchi, S. Rizzo, pag. 39)

Per rispondere alle esigenze biologiche di cui in precedenza si parlava, la superficie sotto i nostri piedi dovrebbe apparire soprattutto sicura. Camminare su un piano opaco, più scuro, caldo alla vista, rincuorante, rientra nella nostra natura. Più complicato caracollare su pavimenti lucidi, troppo chiari, a vetro o addirittura trasparenti (si veda il famoso esperimento di E.J.Gibson e R.D. Walk, The visual cliff, 1960, ove si prova che la visione della distanza compare precocemente, già in bimbi molto piccoli, i quali evitano di avvicinarsi troppo a un apparente precipizio e mostrano grande disagio se vengono posti su una superficie trasparente che lo sovrasta). Non possiamo ritrovare stabilità sopra un elemento che ci rimanda all’acqua e che percepiamo freddo, distante, o peggio che identifichiamo come un vuoto pericoloso. Pare le persone sembrino non gradire pavimentazioni con vetri a specchio e non per questioni soggettive, ma per precise ragioni neurologiche.
Più complessa la progettazione in spazi collettivi, pubblici, specialmente se ci rivolgiamo ad un utenza sensibile. Per una progettazione globale di tali spazi bisogna innanzitutto riferirsi a quello che Kevin Lynch (1960) chiamò wayfinding (letteralmente, trovare la strada), ovvero l’uso coerente e la precisa organizzazioni di segnali sensoriali, di sistemi comunicativi, atti a rendere comprensibili i luoghi e ad aiutare i fruitori ad orientarsi.

Un buon intervento di wayfinding deve essere studiato e distribuito per facilitare l’orientamento (per es. condurre persone estranee ad un edificio, ad un punto desiderato, senza far porre domande durante il percorso e senza incertezze che implichino perdite di tempo). Deve rispondere a domande come: Dove mi trovo? Dove devo andare? Come saprò di esserci arrivato?, attraverso segnali d’informazione, segnali di percorso, segnali di identificazione. Colore, forme, segni, sistemi allogativi situati coerentemente anche sulla superficie di calpestio, possono perciò contribuire ad agevolare la lettura dei luoghi, la fruizione degli stessi e i comportamenti delle persone.

Pavimento in resina con foglie vere – Teknai

Per quanto riguarda invece la scelta del materiale dovremmo tener presente che: “ La prima cosa che le neuroscienze ci dicono sui materiali è che, da organismi viventi quali siamo, ci rapportiamo al mondo attraverso i nostri sensi e le sensazioni corporee interne , ossia, attraverso le diverse aree sensoriali che rispondono a stimoli visivi, uditivi, tattili, olfattivi, cinestetici dei nostri ambienti. Inoltre, queste esperienze sensoriali sono sempre multimodali o cross-modali: percepiamo il nostro ambiente attraverso tutti i nostri sensi contemporaneamente e in parallelo. (…) con ogni materiale di cui facciamo esperienza per mezzo della visione entriamo in contatto per mezzo di un atto incarnato di simulazione tattile.” E ancora: “Alcuni colori o trattamenti dei materiali possono avere un effetto riposante, mentre altri possono averne uno eccitante o sorprendente. Alcuni materiali possono essere creativi e nuovi nel loro uso, mentre altri possono essere tradizionali o evocare certi ricordi o associazioni. Alcuni materiali possono risultare attraenti per le loro qualità tattili, mentre altri respingono la mano umana così come qualsiasi desiderio di contatto. La scelta dei materiali e il contesto in cui li inseriamo definisce già gran parte dell’esperienza architettonica.” (H. F. Mallgrave, pag. 182,183).

Le colonne di Buren nella corte del Palais Royal

Ribadisco, per finire, che ogni intervento, ogni scelta, dovrà essere valutato a sé, mediante un’accurata analisi metaprogettuale e considerando tutte le variabili del caso (enorme differenza intervenire, per esempio, in una casa di cura per persone con deficit cognitivi, piuttosto che in una scuola primaria), ma soprattutto partendo dal chi, ovvero dai percettori e dai loro bisogni. Solo analizzando accuratamente i desiderata, le modalità del vissuto, le esigenze diversificate dei fruitori, i loro movimenti, le loro emozioni, potremmo individuare le fasi del nostro progetto e i reali obiettivi.

Bibliografia
F. Mallgrave, “L’empatia degli spazi”, Architettura e neuroscienze, Raffaello Cortina Editore, MI, 2015
L-R. Ronchi, S. Rizzo, “La Ricerca di Avanguardia vista dall’AIC nel Terzo Millennio”, parte I, L’uomo e l’ambiente, Fond.ne Ronchi, LXXVIII
Frova, “Luce colore visione”, Superbur, MI, 2000
P.Bressan, “Il colore della luna. Come vediamo e perché”, Ed.Laterza, Roma-Bari, 2007
Lynch, “L’immagine della città”, Marsilio, VE, 1982
J.J. Gibson, “Un approccio ecologico alla percezione visiva”, Il Mulino, 1999

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