Come vediamo il mondo da neonati?

(di Jessica Saccani) – Giugno 2021

La vista accompagna e contribuisce allo sviluppo fisico, psichico ed emotivo del bambino sin dalla nascita, anche se la maturazione dell’apparato visivo si completa solo verso l’ottavo mese di vita.

Visione sfocata, chiazze di luce, un caos in bianco e nero, dove spicca il rosso: questo è quello che vede un neonato quando apre per la prima volta gli occhi. Nel giro di poche settimane inizia a distinguere i colori fondamentali: prima proprio il rosso e il verde, poi il blu e il giallo, per poi iniziare a riconoscere le forme e a percepire la profondità. Anche la parte neurologica (la zona del cervello denominata corteccia visiva) impiega qualche mese a raggiungere la piena capacità di ricevere, elaborare ed interpretare le informazioni visive provenienti dall’occhio.
A otto mesi circa il bambino vedrà il mondo come un adulto, anche se non potrà interpretarlo nello stesso modo. Un’applicazione di realtà virtuale sviluppata dal Guardian (disponibile per diverse piattaforme) consentirà di sperimentare le “prime visioni” del mondo con gli occhi di un neonato.
A capire come si sviluppa la percezione e la cognizione nell’infanzia si dedicano oggi molti laboratori scientifici.

A differenza di quanto si pensava fino a non molto tempo fa gli esperimenti più recenti hanno mostrato che un neonato ha la percezione, seppure limitata, di alcuni colori.
L’acuità visiva nei primi giorni di vita è bassissima, minore di un decimo (considerando “normale” una visione da 10/10). Tutto appare molto sfuocato e solo a 20-30 centimetri di distanza può riconoscere un oggetto; questa breve distanza è comunque sufficiente al neonato per cogliere i lineamenti del viso della mamma e del papà mentre lo tengono in braccio. Più in là solo forme, luci e movimenti indistinti, verso cui gli occhi del bambino, poco coordinati tra loro, sembrano vagare.
Già a due mesi il bambino è in grado di discriminare le superfici dai colori intensi e con forti contrasti tipo bianco e nero o colore chiaro versus colore scuro. Dai due mesi inizia il processo di distinzione tra le tonalità di colore, soprattutto tra il rosso ed il verde, che sempre più si affinerà nei mesi a venire, consentendo al bambino di cogliere sempre meglio i dettagli degli oggetti e delle immagini che lo circondano, compresi libri, foto, immagini che gli vengono proposti per aiutarlo in questo percorso di sviluppo continuo. Riesce a seguire con maggior precisione gli oggetti in movimento.
A tre-quattro mesi riconosce il blu e il giallo, purché siano di tonalità intensa e avrà sempre più padronanza e precisione dei movimenti oculari. Si ha una grossolana percezione della profondità, che consente al bambino, fino ad ora impegnato in infruttuosi tentativi, di riuscire sempre meglio a calcolare distanze e dimensioni degli oggetti per afferrarli con le manine.
A sei mesi la visione dei colori è quasi paragonabile a quella di un adulto, mentre la messa a fuoco è sempre più precisa e consente al bambino di vedere e ispezionare con gli occhi oggetti anche molto piccoli (e quindi anche di afferrarli!). Comincia il processo di identificazione di un oggetto anche quando ne vede solo una parte e quindi di riconoscimento della sua esistenza anche quando non lo vede.
Intorno agli otto mesi la capacità visiva del bambino è praticamente uguale a quella di un adulto e gli consente di individuare e riconoscere oggetti e persone anche a distanze maggiori di due metri. Si è già sviluppato il coordinamento tra i due occhi, che consente la visione stereoscopica (visione tridimensionale) e la percezione della profondità.
Il sistema visivo continuerà a migliorare, fino ai sei anni circa (termine indicativo per l’età plastica).

A. Skelton e A. Franklin, due ricercatrici dell’Università del Sussex, hanno effettuato un esperimento per scoprire i segreti sulla vista dei neonati. Grazie a questo esperimento, che ha coinvolto una quarantina di neonati, è stato possibile capire meglio come e quando un neonato riesce a percepire il colore. È stato utilizzato un metodo chiamato “preferenza novità”, dato che i neonati preferiscono guardare cose con cui hanno meno familiarità rispetto a qualcosa che hanno già visto molto spesso. Ai neonati è stato prima mostrato un colore ripetutamente fino a quando non hanno perso interesse per esso (assuefazione). Questo colore ormai familiare è stato successivamente accoppiato ad un colore simile ad esso nello spettro di colori, che non era mai stato mostrato prima. Se i bambini pensano che appartenga allo stesso gruppo di quello che hanno appena visto, guarderanno ugualmente entrambi i colori; se invece pensano che appartenga a un gruppo diverso, cercheranno visivamente più a lungo il nuovo colore a cui non si erano assuefatti.
Si è compreso che i neonati dividono lo spettro dei colori in circa cinque macro-categorie: rosso, giallo, verde, blu e viola. In assenza di linguaggio, i bambini hanno ancora un modo di classificare i colori nel loro mondo che si basa sulla biologia. Nel 2017 un altro studio sui colori e sui neonati ha confermato che per i colori vale la categorizzazione di origine biologica, quindi non dovuta alle parole con cui si impara a definirli quando si apprende il linguaggio.

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Tendenze colore, come e perché

(di Luciano Merlini) – Maggio 2021

In alcuni settori merceologici le aziende hanno quasi l’obbligo di proporre “colori di tendenza” se vogliono mantenere vivo l’interesse dei consumatori e, conseguentemente, dare nuovi impulsi al loro business.

In modo particolare in settori dove l’estetica ed il colore recitano un ruolo primario per il prodotto, paradossalmente andando quasi oltre la sua funzione specifica.
Nella moda, per esempio, e immediatamente a seguire nell’arredo casa.

Ma come “nascono” i colori di tendenza?

Vengono decretati tali da qualche sedicente guru?
Ma in questo modo un suo omologo potrebbe fare altrettanto con proposte opposte.

Nascono ispirandosi e allineandosi ai gusti dei consumatori?
No, perché così facendo non si potrebbe parlare più di tendenze ma di fatti ormai conclamati.

La mia opinione è che per fare una proposta seria si debba intraprendere una terza via.
Partire cioè da una valutazione a grandi linee della situazione sociale, economica, ambientale, ecc. e, confidando nella voglia di cambiamento e novità insita nell’animo umano (nei consumatori) andare ad individuare colori totalmente differenti da quelli di moda in quel momento.

Certo, non attraverso uno sconvolgimento “tout court”, pena disorientare o prevaricare le aspettative, ma tramite un percorso.
Di tendenza sono infatti quelle tinte che da un Colore X portano gradualmente al Colore Y suo opposto (X ieri – Tendenze oggi – Y domani).

Qualcuno potrebbe eccepire che parlare di colori in un periodo come quello che stiamo vivendo (…) è quantomeno “superficiale”.
Ma è proprio in queste situazioni, grigie in ogni senso, che i colori possono assumere un ruolo significativo, ribadendo la loro prerogativa di sapere trasmettere emozioni.

E chi non sente oggi il desiderio di un po’ di serenità, di positività, di tranquillità e di benessere?

Tra l’altro, in questi ultimi mesi in cui molti di noi sono stati “costretti” a passare molto tempo nella propria casa, abbiamo avuto modo di vederla con occhi nuovi e di valutarla con una maggiore consapevolezza, 

Un arredo che solo oggi capiamo che è un po’ obsoleto.

Dettagli che fino a ieri neppure notavamo e di cui oggi riscopriamo l’importanza.

Un’atmosfera generale che non ci dà più quella sensazione di comfort e benessere che tanto desidereremmo provare.

Inoltre, pur fra tante difficoltà, quello che stiamo vivendo è anche un momento in cui c’è una grande voglia di cambiamenti da parte del mercato, cosa che per molti settori merceologici rappresenta una grande opportunità di rilancio.

Lo testimonia, per esempio, la sorprendente crescita di vendite che ha avuto nell’ultimo anno il settore arredo.

E qui, vale la pena di ricordarlo, grazie anche alle significative agevolazioni fiscali previste per la casa (riqualificazione degli immobili, ottimizzazione dei consumi energetici, arredi e componenti varie a basso impatto ambientale, ecc.) vengono coinvolti innumerevoli prodotti per i quali il colore è un elemento indiscutibilmente rilevante, in qualche caso addirittura determinante per la scelta del prodotto stesso.

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Sentimenti colorati

(di Besa Misa) – Aprile 2021

E’ possibile quantificare la specificità delle associazioni colore-emozione e le differenze culturali?

Uno studio condotto su 711 volontari di diverse nazionalità (Cina, Germania, Grecia e Regno Unito), pubblicato a settembre 2019, dimostra come le tecniche di machine learning possono essere applicate per studiare questioni empiriche sulla psicologia del colore e dell’emozione. Utilizzando classificatori statistici, è stato possibile quantificare la consistenza e la specificità delle associazioni colore-emozione, così come la loro specificità culturale.

Lo studio condotto online ha raccolto le valutazioni delle associazioni tra 12 termini di colore e 20 termini di emozione. Sono stati presi in considerazione gli 11 termini di colore di base proposti da Berlin & Kay1 ed è stata utilizzata la Geneva Emotion Wheel (GEW, v. 3.0;)2 per valutare le associazioni di ogni termine di colore con termini emotivi come amore, odio o compassione.

Come mostrato nella figura 1, le emozioni che appaiono nei quadranti di sinistra hanno una valenza negativa, mentre nei quadranti di destra la valenza è positiva, con l’eccezione della compassione che sembra avere una valenza neutra. Un quadrato e cinque cerchi di dimensioni crescenti corrispondono ai sei gradi di intensità delle emozioni.

Figura 1. I partecipanti hanno usato la Geneva Emotion Wheel per valutare le associazioni tra 20 emozioni e un termine di colore (rosso in questo esempio).

I soggetti hanno associato la maggior parte dei colori ad emozioni prevalentemente positive o negative. Una notevole eccezione è rappresentata dal colore rosso, più frequentemente associato all’amore e ad altre emozioni positive, ma anche alla rabbia, alla paura, all’odio o alla vergogna.

Nella seconda serie di analisi, sono state studiate le differenze culturali nelle associazioni colore-emozione.

Figura 2. Valutazioni dell’intensità delle emozioni associate ai termini di colore

La figura 2 mostra le valutazioni di associazione colore-emozione. Anche se i modelli di risposta sono relativamente simili, questa analisi descrittiva rivela alcune differenze culturali. Per fare alcuni esempi, l’associazione tra marrone e disgusto è più forte in Germania che negli altri paesi e quasi inesistente in Cina. I partecipanti greci sono l’unico gruppo che esprime fortemente un’associazione tra il viola e tristezza. Il bianco è più frequentemente associato alle emozioni negative in Cina e infine, il giallo è principalmente associato a emozioni positive, come la gioia, in tutti i paesi tranne la Grecia.

In Cina, il bianco è il colore comunemente indossato ai funerali e porta a connotazioni negative a causa del suo abbinamento con eventi tristi, cosa che non avviene nei paesi europei. Allo stesso modo, solo i partecipanti greci associano il viola alla tristezza, mentre i partecipanti di altri paesi lo valutano come colore emotivamente ambivalente (Cina e Germania) o addirittura positivo (Regno Unito). Il viola è un colore liturgico che simboleggia la sofferenza, il dolore e il lutto, ed è usato per le decorazioni durante la Quaresima nelle chiese ortodosse.

Nonostante numerose similitudini quindi, questa ricerca dimostra che non tutti vediamo la vita con gli stessi colori e nell’indagare le emozioni, un ambito dove prevalgono le sfumature, le risposte non sono solo bianche o nere.

Siti consultati:

https://royalsocietypublishing.org/doi/10.1098/rsos.190741
https://www.unige.ch/cisa/gew/
https://www2.unil.ch/onlinepsylab/colour/main.php
https://www.focus.it/comportamento/psicologia/il-colore-delle-emozioni


[1] Berlin&Kay theory http://imbs.uci.edu/~kjameson/ECST/Hardin_BerlinKayTheory.pdf

[2] https://www.unige.ch/cisa/gew/

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CONOSCERE – PERCEPIRE questione di sopravvivenza

(di Cristina Polli) – Marzo 2021

Conoscere significa anche mettere in relazione tutto ciò che fa parte del mondo fisico, con la rappresentazione che noi ne abbiamo attraverso l’atto percettivo, l’attenzione e la memoria.

Dal punto di vista cognitivo l’attenzione che l’osservatore pone nei confronti della realtà fenomenica e la percezione, sono i primi processi che costituiscono un’interfaccia tra l’uomo e l’ambiente, interfaccia che per altro mette in relazione costantemente il nostro cervello con il mondo fisico, attraverso il nostro corpo.

Percepire non vuol dire registrare in modo passivo i dati oggettivi. Il processo percettivo, estremamente complesso ed articolato, comporta infatti rielaborazioni e interpretazioni di ogni informazione che ci arriva, necessarie affinché il sistema cognitivo – e quello motorio – possano raggiungere i propri obiettivi, primo tra tutti quello della sopravvivenza. Ciò che decidiamo, ciò che proviamo, come rispondiamo, è sempre parte di un momento specifico, il momento in cui “facciamo esperienza di qualcosa”.

Da sempre, da milioni di anni, abbiamo imparato a sviluppare dei processi e delle strategie biologiche per poter rispettare quelli che vengono definiti i tre circuiti di sopravvivenza, ovvero: difesa, alimentazione e riproduzione. Lo stesso sistema visivo, che si è adattato ed evoluto per adeguarsi agli ambienti naturali, è costruito secondo criteri dettati dall’esigenza di vivere soddisfacendo i bisogni primari. La stessa capacità di discriminare il colore, è servita ai nostri antenati per sopravvivere: cacciare, difendersi, alimentarsi, riconoscere, mimetizzarsi, provare piacevolezza, etc. Vediamo a colori perché così è ed e stato più facile sopravvivere [Bottoli, Bertagna. Ronchi].

Secondo Lucia Ronchi per milioni di anni i primati sono stati esposti ad una luce diurna che veniva filtrata dalla vegetazione. L’essere umano ha imparato ad “abitare” spazi, secondo stimoli provenienti dall’ambiente naturale temperato. La complessità visiva e il mutamento sono perciò biologicamente adatti all’uomo. Così come ci è naturale percepire più lontani colori con frequenze selettivate attorno ai blu e più vicini quelli attorno ai rossi arancionati: il cielo sereno, azzurro, come i monti lontani, da sempre è stato un elemento di “sfondo”, mentre il sangue rosso (messaggio di attivazione), veniva osservato da vicino.

Pur vivendo la contemporaneità ben diversa da quell’epoca lontana, noi esseri umani ancora oggi portiamo dentro le antiche esperienze e associamo in modo istintuale colori a situazioni e/o comportamenti.

In un rapporto biunivoco di scambio con la realtà, continuiamo a mappare l’ambiente in modo istintuale. Grazie a tale modalità percettiva, possiamo raccogliere quelle informazioni utili a valutare la posizione rispetto alle cose e verificare che non vi siano insidie all’interno dello spazio visivo.

Essendo esseri sociali, che vivono contestualmente in un mondo antropizzato, oltre a conservare l’aspetto istintuale, sappiamo però percepire la scena secondo un utilizzo più completo, nella sua globalità e ricchezza anche di contenuti culturali, quali esperienza, memoria, quindi storia dell’individuo e del proprio vissuto, imprinting personale.

La percezione cognitiva, che varia da cultura a cultura, dipende dal luogo geografico, dalla propria storia personale, da schemi memorizzati, interiorizzati, ben identificabili, ormai consolidati. Riguarda sia miti, che riti propri della tradizione e dell’identità del luogo, sia da schemi iconografici stabiliti, precisi, contestualizzati. Percezione istintuale e culturale si fondono nel riconoscimento e nella lettura del mondo fenomenico e appartengono a due facce della stessa medaglia: quella biologica stabile e condivisa da ogni essere umano e quella culturale che può mutare nel tempo ed è tipica di un dato gruppo d’appartenenza.

E’ comunque “…nel cervello che hanno luogo quelle complesse sensazioni che chiamiamo visione delle forme e dei colori, sensazioni subito elaborate dal nostro atteggiamento nei confronti della situazione, dalla nostra storia, dalla nostra cultura, dalle nostre attese, dalla motivazione e dagli altri nostri sensi congiuntamente, dando luogo alla percezione.
La percezione è quindi un’operazione mediante la quale la coscienza prende contatto con l’oggetto esterno utilizzando una molteplicità di sensazioni, importante tra le altre, la vista.”
[G. Bertagna, 2009]

Ti mangio….TI MANGIO???

Il punto di partenza del fenomeno percettivo è riconosciuto, dalla psicofisica e dalla neurofisiologia, nella risposta recettoriale allo stimolo.

Già con la nascita della psicofisica (Gustav Theodor Fechner, 1801-1887, “I Principi della Psicofisica” 1860) si iniziò a porre una correlazione tra le caratteristiche fisiche degli stimoli e la risposta sensoriale ad essi.

“La fisiologia contemporanea sostiene che il sistema nervoso è la sede della mente e, inoltre, che molte facoltà cognitive e affettive, introdotte dalla psicologia classica, possono essere ricondotte a specifiche attività nervose.” [M. Gussoni, G. Monticelli, A. Vezzoli, 2010]

I recettori, ovvero la struttura periferica di tutti i sistemi sensoriali, sono i mezzi con cui veniamo a contatto con l’ambiente, sia esterno che interno a noi. Determinano la gamma di stimoli che siamo in grado di rilevare e definiscono i limiti della nostra sensibilità. Alcuni recettori, come quelli acustici o visivi, rispondono solo entro un definito ambito di stimolazione. I recettori retinici per esempio rispondono ad onde elettromagnetiche di lunghezza d’onda compresa tra i 380 e i 760 nanometri circa.

Compito dei recettori è trasdurre (portare attraverso) “la forma di energia incidente in messaggio nervoso centrale, generando una sorta di alfabeto o codice simbolico, interpretato ed elaborato in stadi successivi, fino a raggiungere la stazione finale dei centri superiori, la corteccia cerebrale, dove originano la percezione sensoriale, la risposta motoria, l’emozione, il ricordo.” [M. Gussoni, G. Monticelli, A. Vezzoli, 2010]

La percezione non è però un meccanismo passivo di registrazione, per cui il cervello sceglie, anche secondo l’esperienza acquisita e il bisogno di economizzare energie. In tempi possibilmente brevi rielabora informazioni utili e/o necessarie ai propri scopi ed obiettivi, primo tra gli altri la sopravvivenza.

Bibliografia di riferimento
A. Bottoli, G. Bertagna, “Perception Design”, Maggioli Editore, 2009
L. R. Ronchi, “Il processo visivo nel III millennio”, Fondazione Giorgio Ronchi, XC, FI, 2007
L. R. Ronchi, “Visione e Illuminazoine alle porte del 2000”, Vol. II, Fondazione Giorgio Ronchi, LXXII, FI, 2000
P.Bressan, “Il colore della luna. Come vediamo e perché”, Ed.Laterza, Roma-Bari, 2007
M. Gussoni, G. Monticelli, A. Vezzoli, “Dallo stimolo alla visione”, Casa Ed. Ambrosiana, MI, 2006

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La luce del cielo in una stanza

(di Andrea Cacaci) – Febbraio 2021

L’uso della luce come materiale dell’architettura è declinabile in vari modi. Da un lato c’è il modo degli artisti: un esile filo conduttore unisce i lavori di Dan Flavin, James Turrell e Olafur Eliasson, tutti giocano con l’ego di noi spettatori. Ci trasportano in un mondo che altrimenti sarebbe sconosciuto. Per dirla con le parole di Antoine de Saint-Exupéry ci svelano quell’essenza invisibile ai nostri occhi; le loro opere mostrano la realtà che non riusciamo a vedere pur essendo di fronte a noi.

La Chiesa Rossa a Milano intervento di Dan Flavin; foto di Andrea Cacaci.

Dall’altro lato c’è il modo degli architetti che usano la luce come strumento per dare forma allo spazio.  L’architettura è la messa in scena della dialettica tra luce e volume; si va oltre la funzione di illuminare fino a giungere alla scoperta della specificità di un luogo. La ricerca dell’equilibrio tra la materia solida e la trasparenza delle aperture è uno dei punti di partenza del costruire nel mondo occidentale (un esempio emblematico è il Pantheon a Roma, la cui meraviglia è ben nota a tanti). L’oggi è invece segnato dagli sviluppi tecnologici delle costruzioni in acciaio e vetro che, da un lato, hanno consentito maggiore libertà espressiva all’architettura, ma dall’altro hanno anche mutato il ruolo della luce, relegandola ad un aspetto secondario.  Il trattato di Paul Scheerbart sull’”Architettura di vetro” scritto nel 1914, col suo inno alla trasparenza ha condotto a prodotti architettonici dal sapore integralista: la Maison de Verre di Pierre Chareau, la Casa Farnsworth di Mies e la Glass House di Philip Johnson ergono la luce a materia principale se non unica del progetto.  Tuttavia l’equazione: più trasparenza = luce migliore, sostenuta in questi lavori è chiaramente incompleta e fuorviante.

La Glass House di Philip Johnson, foto di A. Latina Brown.
(This file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license)

Sarà Peter Zumthor a svelarci l’essenza della realtà. Un suo breve scritto del 2005 riassume già dal titolo la sua posizione: “Di quanta luce ha bisogno l’uomo per poter vivere e di quanta oscurità?”.  Il suo progetto per la Kunsthaus nella cittadina austriaca di Bregenz è una vera “casa di vetro” che fa della luce la protagonista principale della costruzione; principale ma non unica, perché noi abbiamo bisogno della luce ma anche dell’oscurità, ed è solo tornando alla primigenia natura dell’architettura, fatta di trasparenza e materia, che riusciamo a rispettare questo equilibrio.

Kunsthaus a Bregenz, esterno; foto di Andrea Cacaci.

Uno scatolone in vetro opalino che racchiude tre scatole di cemento col coperchio in vetro. Questa la scarna descrizione costruttiva dell’edificio di Zumthor.

KunstHaus a Bregenz, sezione trasversale, tratta dal volume: Peter Zumthor Kunsthaus Bregenz, KUB.

Qui il compito del vetro non è quello di trasmettere ma di accompagnare la luce.  La trasparenza si trasforma in presenza: la luce è fisica, visibile e tangibile; l’architettura è dinamica e mutevole, è influenzata dal passaggio del tempo: le ore e le stagioni ne definiscono l’immagine.  Una sola visita non ne svela l’essenza. La Kunsthaus richiede più visite ripetute per poter essere colta nella sua intima natura. E’ solo in alcuni momenti che i nostri occhi riusciranno a catturare tutte le gradazioni cromatiche del cielo all’interno delle stanze del museo, ad esempio al tramonto col rosso dell’ovest fino all’azzurro intenso del cielo del nord.

Panoramica interna della Kunsthaus di Bregenz, foto di Andrea Cacaci.
Esposizione di Olafur Eliasson: The mediated motion, 2001 – Photo: Markus Tretter (copyright by Studio Olafur Eliasson GmbH)
Interazione tra luce naturale e luce artificiale nella Kunsthaus di Bregenz, foto di Andrea Cacaci.

Bibliografia e link:

http://www.fondazioneprada.org/project/chiesa-rossa/

Paul Scheerbart: Architettura di vetro, Adelphi.

Peter Zumthor, Jon Mathieu, Ivan Beer: Di quanta luce ha bisogno l’uomo per poter vivere e di quanta oscurità? Ed. Compositori.

Peter Zumthor: Kunsthaus Bregenz, KUB.

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Spazio reale, colore virtuale

(di Gianluca Sgalippa) – gennaio 2021

L’attività dei social media sta consolidando la presenza e la sperimentazione cromatiche nel progetto

Nel mondo dei social network c’è spazio per tutti i soggetti e per tutti i campi di interesse, ovviamente entro i confini della liceità. I diversi settori della creatività e del progetto si giovano ampiamente di quello che essi offrono, in una circolazione di idee, proposte, spunti e notizie che mai si era vista nella storia della comunicazione umana.

Nella nostra civiltà, dopo la parabola di Second Life, Instagram è la sfera in cui convivono e si confondono concreto e virtuale, creazione reale e simulazione. I rendering di alta qualità, le foto (professionali o da smart phone), i set up, i prototipi e gli still life sono aspetti – equivalenti fra loro – di un’incessante ricerca estetica, di una irrinunciabile vetrinizzazione del bello. Se creo, devo condividere: il post è una composizione pittorica, il frutto di un pensiero progettuale astratto, che non presuppone alcuna forma di concretezza né richiede necessariamente una concretizzazione. Anzi, per il progetto/concept la recensione è già di per sé attribuzione di un incarico, che elude usi, consumi (reali) e mercato.

Negli ambiti dell’interior, del prodotto o del fashion, l’uso del colore diviene ancor più artificioso e sensazionale poiché complice di un sublime sconfinamento espressivo. L’esercizio cromatico può contenere innovazione o comunque un superamento del gusto esistente: dopo l’impatto visivo, sta a noi ricavarne indizi e strumenti per un’effettiva applicabilità.

Se il colore partecipa alla costruzione di una visione estetica personale, esso si rivela a tutti gli effetti un tema di progetto al di sopra degli stili e delle tendenze. Anzi, gli studi cromatici vanno a esplorare nuove dimensioni. Se nella moda gli influencer lavorano sui prodotti esistenti, i progettisti sono in grado di aprire nuovi orizzonti visivi.

Nel web in generale e, con più regole, nei social media possono fluire immagini e visioni in modo tendenzialmente illimitato, proponendo delle condizioni di democrazia e di auto-espressione mai riscontrate in precedenza. Ma è proprio nella dimensione della “fantasia” che occorrono strumenti razionali perché essa possa approdare nel nostro ambiente e nella nostra cultura dei segni. Nella cultura del colore, il Sistema Cromatico NCS rivela la propria efficacia proprio nel rendere “vere” tonalità sofisticate, accostamenti arditi o la reinterpretazione di tinte che un modernismo sbrigativo e conformistico aveva messo in disparte.

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Più persuasione per tutti! (parte 2)

(di Luca Talamonti) – novembre 2020

Nel mio precedente articolo (https://youcolorsite.wordpress.com/2019/10/08/piu-persuasione-per-tutti-parte-1/) ti ho parlato di cos’è la persuasione e di come si tratti di un argomento che riguarda tutti molto da vicino.

Nella parte conclusiva, ti raccontavo del fatto che Robert Cialdini, considerato oggi il massimo esperto al mondo in tema di persuasione, avesse identificato 7 Leggi (o Princìpi) che esistono fin da tempi molto antichi e che, piaccia o meno, impattano efficacemente sulla maggior parte delle persone.

In questo articolo voglio illustrarti alcune di queste Leggi, per spiegarti come funzionano e permetterti, dunque, di riconoscerle ogni qual volta vengono usate nei tuoi confronti.

Già, perché, come ti accennavo, sono tanti gli ambiti in cui si fa largo uso di queste strategie con la popolazione, a volte con fini etici, molte altre con fini decisamente non etici.

Partiamo dalla “Legge di Coerenza e Impegno”.

Questa è la definizione ufficiale che ne dà Cialdini: “Si tratta dell’impulso ad essere/sembrare coerenti, anche con le proprie asserzioni, posizioni o impegni precedentemente presi, specialmente se espressi in pubblico e in modo spontaneo”.

Facciamo un esempio pratico: pensa a quelle persone che ogni tanto si incontrano per strada, le quali, munite di cartelletta, volantini e penne, ti si avvicinano esordendo con una frase del tipo “Lei è favorevole al fatto che tutti i bambini nel mondo abbiano cibo a sufficienza?”. Si tratta ovviamente di una domanda retorica, perché nessuno (a patto di non riconoscere questa tecnica) si sognerebbe di rispondere “No, devono morire tutti!”.

Dopo averti fatto dire il tuo primo “sì”, queste persone proseguono poi con altre domande simili, in modo da farti affermare una serie di volte che sei d’accordo con quello che ti stanno dicendo e farti pronunciare varie volte “sì”. A questo punto, chiudono con una domanda del tipo “Visto che ha detto che è favorevole al fatto che tutti i bambini nel mondo abbiano da mangiare ed è favorevole anche a questo, questo e questo, allora è disposto a darci un’offerta a vantaggio di questi temi?”. A questo punto, tu fai fatica a dire di no, perché risulteresti incoerente con te stesso (e con il tuo interlocutore) rispetto agli impegni verbali presi fino a quel momento.

Si tratta di una strategia molto efficace, che viene usato moltissimo anche nelle tecniche di vendita, a volte anche in maniera etica (invece delle domande retoriche, in questo caso ti vengono fatte domande di riepilogo, che riguardano la trattativa appena svolta).

“Legge di Coerenza e Impegno”.
Fonte: https://www.latinet.it/il-principio-di-impegno-e-coerenza-applicato-marketing/mano/
La Legge di Coerenza e Impegno è una delle più potenti ed efficaci

Un altro Principio della Persuasione è la cosiddetta “Legge di Scarsità”.

Eccone la definizione di Cialdini: “La naturale tendenza a ottimizzare la disponibilità di risorse di un dato bene, spinge a una modifica dell’atteggiamento in direzione di comportamenti di acquisto se la disponibilità del bene viene presentata come limitata nel tempo o nella sua accessibilità”.

In altre parole, se un qualcosa è raro, allora diventa prezioso. Allo stesso tempo, se un qualcosa è disponibile per un breve lasso di tempo, ciò scatena nell’utente un senso di urgenza, che lo spinge ad acquistare molto rapidamente, senza fare tutti i dovuti ragionamenti del caso.

La pubblicità è maestra nell’utilizzo di questa Legge della Persuasione: pensa a frasi come “Solo fino a domani”, “Solo 100 pezzi disponibili”, “Solo per le prime 20 telefonate” e così via.

Anche in questo caso, a volte questa Legge è usato in modo etico o, quantomeno, veritiero: nel caso di un corso di formazione, dove la capienza dell’aula è limitata, è assolutamente etico comunicarlo ai potenziali iscritti, in modo da favorire davvero chi decide più rapidamente.

In tanti altri casi, invece, se ne fa un uso ben poco etico, con famosi brand che, periodicamente, indicano sui loro siti (o nelle pubblicità televisive) un limite temporale che poi, immancabilmente, viene posticipato giorno dopo giorno.

“Legge di Scarsità”.
Fonte: https://www.tariffando.it/ryanair-25-sconto-solo-oggi/
La Legge di Scarsità applicata alla vendita

Chiudiamo questa carrellata su alcune delle Leggi della Persuasione con quella denominata “Legge di Autorità”.

Cialdini ne parla così: “Le asserzioni sostenute da un riferimento a una figura di rilievo, reale o presunto, o presentate come se fossero derivate da tale figura/istituzione, accrescono la loro valenza persuasoria.”

Questo significa che, se sei a un convegno e ti viene presentato uno speaker come se fosse un grande esperto di un determinato tema, tu tenderesti a prendere come maggiormente veritiere le sue affermazioni.

Allo stesso modo, le dichiarazioni provenienti da qualcuno in divisa (o con un camice da medico), risultano maggiormente persuasive rispetto a quelle pronunciate da qualcuno in abiti civili.

Infine, questa Legge si applica anche in contesti più “superficiali”: è dimostrato, infatti, che quando si è fermi a un semaforo rosso e scatta il verde ma la macchina davanti a noi tarda a partire, tendiamo a evitare di suonare il clacson se la macchina che ci precede è grande e costosa, mentre ci facciamo meno remore se abbiamo davanti una umile utilitaria.

“Legge di Autorità”
Fonte: https://www.risorseumane-hr.it/concetto-di-autorita/
La Legge di Autorità può essere davvero schiacciante se usata in modo poco etico

Queste sono 3 delle 7 Leggi principali della Persuasione codificate da Robert Cialdini.

Come sempre, se l’argomento è di tuo interesse, ti invito ad approfondirlo con i testi citati nel precedente articolo e con dei corsi di formazione ad hoc.

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Il contributo della luce alla creazione di un’identità di luogo

(di Andrea Cacaci) – ottobre 2020

Oggi, nel cosiddetto mondo sviluppato, trascorriamo mediamente il 90% del nostro tempo all’interno degli edifici; questo fatto ha importanti conseguenze sul nostro organismo. L’esposizione alle radiazioni solari regola la secrezione e la soppressione di alcuni ormoni che influiscono sui ritmi biologici umani e sugli aspetti comportamentali, la presenza ridotta della luce solare porta a cambiamenti che influenzano il sonno e l’umore, inoltre abbiamo la tendenza a perdere il contatto con la realtà circostante e non riusciamo più a riconoscere i luoghi per la loro luminosità. La luce che illumina le nostre città in questo momento non è la stessa che sta creando ambientazioni luminose in altre parti del globo. Essere ora a Milano, ad Helsinki, a Johannesburg o a Casablanca significa vivere immersi in scenografie luminose completamente diverse l’una dalle altre; la luce naturale caratterizza in modo univoco e singolare ogni città ed ogni luogo.

Per noi è diventato normale trascorrere sempre più tempo al chiuso: la lampadina si è sostituita al sole ed è diventata la nostra sorgente di riferimento, stiamo perdendo il rapporto con la luce naturale ed abbiamo in parte perso anche il senso del tempo, abbiamo inventato l’ora legale, molti di noi hanno problemi di sonno perché il nostro orologio biologico non sa più leggere la realtà.

Un buon esercizio che consiglio spesso di fare è quello di andare a guardare le opere dei pittori che hanno dipinto in luoghi molto diversi e distanti tra loro; la luce che ritroviamo nei quadri dello spagnolo Sorolla non è la stessa presente nelle opere di artisti nordici come Tuxen o Krøyer; Valencia, Biarritz e Skagen non hanno la stessa esposizione solare.

Joaquín Sorolla y Bastida: Midday at Valencia beach, 1904 (immagine di Pubblico Dominio scaricata da WikiArt.org)
Laurits Tuxen: Summer day at the beach of Skagen 1907 (immagine di Pubblico Dominio scaricata da WikiArt.org)
Joaquín Sorolla y Bastida: María on the Beach at Biarritz, 1906 (immagine di Pubblico Dominio scaricata da Google Art project)
Peder Severin Krøyer: Giornata estiva alla spiaggia di Skagen, 1884 (immagine di Pubblico Dominio scaricata da WikiArt.org)

La differenza è evidente e chiarificatrice.

I bianchi abbacinanti dei bagnanti spagnoli ritratti nei quadri di Sorolla lasciano posto ai toni tiepidi delle spiagge danesi di Skagen ritratte da Laurits Tuxens o da Peter Severin Krøyer. Pigmenti e cromie simili a quelli usati da Joaquin Sorolla li ritroviamo nelle tele che lo svedese Anders Zorn ha realizzato nel suo viaggio in Africa. La differenza non è negli occhi o nella tecnica pittorica dell’autore ma nella visione della luce.

Anders Zorn: An Algerian man and boy looking across Bay of Algiers, 1887 (immagine di Pubblico Dominio scaricata da WikiArt.org)
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Pubblicato su Luce

Le invasioni cromatiche

(di Gianluca Sgalippa) – settembre 2020

Da Melbourne a Berlino, da Eindhoven a Shanghai. Il nuovo paesaggio urbano, costituito sia da nuovi insediamenti residenziali che da edifici a destinazione terziaria, non può più rinunciare al colore. Dove l’innovazione tipologica è ancora lenta e dove l’urbanistica non fatica a elaborare nuovi modelli di organizzazione del suolo, il progetto architettonico punta sul linguaggio. E il linguaggio della contemporaneità si avvale sempre di più dell’uso del colore come elemento dalla forte capacità di identificare una facciata o l’involucro di un intero manufatto.

Dopo l’infinita gamma di tonalità neutre derivate dal Modernismo, una mano magica sembra avere sfiorato le nuove edificazioni. Giganteschi Cubi di Rubik, frammenti di foto ingranditi all’infinito fino a mostrare i pixel, oggetti decorativi che dal tavolo passano alla città: come ci indicavano gli esegeti del Post-modern, l’architettura diviene un momento di esercitazione scalare, dove l’idea della macchina per abitare e della razionalità cede il passo all’esercizio di stile e all’emozionalità.

L’uso del colore applicato alle facciate è una pratica molto antica, ma questo processo è sicuramente favorito dall’evoluzione che, a partire dagli anni ’80, sta interessando il settore della componentistica per la composizione delle facciate e i sistemi di tamponamento. I pannelli – pieni o traforati, in alluminio o acciaio ma anche in vetro – arrivano in cantiere pronti per il montaggio a secco e, per questo, pre-colorati. Tra pellicole cromatiche e vernici in polvere, sembra che anche il rivestimento più avanzato sia uscito da un antico laboratorio alchemico, proprio in virtù della complessità tecnologica alla base dell’uso della verniciatura a colori.

Oggi le sperimentazioni cromatiche sembrano esaltare dei sistemi costruttivi sempre più perfezionati, con ritmi che scardinano la modularità di derivazione modernista.

Tuttavia l’applicazione del colore alla macro-scala urbana non è una pratica puramente formalista o pittorica. Difatti l’edificio è un “individuo” che interagisce con molti fattori, primo fra tutti l’incidenza della luce e la trasformazione della nuance con il passare del tempo. Il Sistema Cromatico NCS®©, grazie a un’impostazione scientifica, permette di controllare all’origine il comportamento del colore, dagli aspetti più tecnici fino al livello più creativo-percettivo, indipendentemente dai supporti, dalla tipologia di coating e dalle tecniche di applicazione.

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Il bianco… quale bianco?

(di Cristina Polli) – luglio 2020

Pelle bianca, vino bianco, lenzuolo bianco, camice bianco, uovo bianco, parete bianca… Di che bianco stiamo parlando?

“I latini non avevano un termine unico per indicare il bianco e distinguevano semmai le sinestesie della luce: albus era il bianco matto e candidus quello brillante, dove l’essere brillante o meno diveniva più importante della tinta in sé. Stessa cosa nelle lingue germaniche, dove il bianco brillante era blanck, molto vicino al nero brillante black: la brillantezza era più importante della tinta, con essa, la materialità del supporto colorato e le sue prerogative nel respingere o assorbire la luce.” (M. Agnello, op. cit.)

Sappiamo che esiste una sorta di limite tra linguaggio e percezione del colore, in quanto definire attraverso le parole ciò che si sta percependo non è così facile come potrebbe sembrare. Dare delle definizioni appropriate e non generiche su un colore che si sta osservando all’interno del campo visivo, per esempio, è quasi impossibile, tant’è che utilizziamo termini come colore apparente, colore percepito o colore intrinseco, per distinguere tra colori influenzati da molteplici variabili o misurati con adeguati strumenti in grado di darci delle coordinate specifiche che ne individuino le caratteristiche psicometriche.

Le modalità in cui stiamo osservando quel dato colore in un preciso contesto/scenario, sono condizionate da un sistema complesso, che comprende aspetti percettivi, fisiologici, psicofisiologici, neuronali, biologici, culturali, cognitivi, personali… Il linguaggio si perde in meandri risolutivi solo in superficie, per poterci dar modo di comunicare agli altri ciò che stiamo pensando, ma si creano confusioni, perché tutto passa dal nostro mondo soggettivo di percepire la realtà attorno.

Allora dire che “quella parete è bianca”, diventa davvero riduttivo.

Anche ostinarsi a dare indicazioni progettuali usando “bianco” per indicare tutti i bianchi, è non solo inutile, ma anche dannoso.

Nella storia il bianco è stato denominato in vari modi, spesso derivanti dalla materia di derivazione del pigmento. Si pensi alla biacca, ovvero al carbonato basico di piombo,  utilizzata fin dai tempi antichi. Essa venne bandita in Francia nel 1909 in tutti gli edifici, a causa del rischio  che rappresentava per la salute pubblica, contenendo piombo, e nel 1921 parecchi stati stipularono una convenzione che ne vietò definitivamente l’utilizzo. L’Italia ratificò questa convenzione nel 1952.

Si iniziò quindi a produrre bianco di zinco, già individuato nel 1782, che divenne più economico e soppiantò la produzione di biacca. Era considerato “un bianco più scuro”; la sua prima applicazione commerciale col nome di “bianco cinese” fu un pigmento per acquerello, introdotto dai fabbricanti inglesi di colori Winsor e Newton, nel 1834.

Tra il 1916 e il 1918 alcune industrie chimiche in Norvegia e negli Stati Uniti scoprirono come produrre e purificare un ossido bianco opaco di titanio, elemento individuato dal chimico Martin Klaproth, nel 1769. Ben presto divenne il pigmento bianco dominante e nel 1945 rappresentò l’ottanta per cento del mercato.

Bianco di Titanio

Il prof. Giovanni Brino ha analizzato il naming dei colori nelle città italiane, dall’epoca barocca in avanti, sulla base di ricerche effettuate in più di 30 anni insieme a  vari ricercatori in Italia, constatando che uno dei vari criteri che veniva spesso utilizzato per declinare i colori usati nelle colorazioni delle città italiane, era da riferirsi ai materiali edilizi locali, lapidei, laterizi, lignei e metallici.

“Uno dei colori generici più comuni di questa lista, ad esempio, il “Bianco” con tutte le sue declinazioni (ottenuto con il latte di calce puro) viene imposto nei cortili ristretti o nei vicoli per ragioni igieniche, per dare luce e per disinfettare. Nel Regolamento d’Ornato di Savigliano del 1842 si legge che “solo una tinta assai prossima al bianco potrà adoperarsi per tingere quei fabbricati che per causa dell’angustia delle strade difettino di luce”, e che il bianco può essere impiegato in “quei portici che si trovassero in tale stato di sudiciezza da non potersi più oltre tollerare”. Per ragioni opposte, viene proibito il “Bianco schietto” nelle vie larghe, perché potrebbe abbagliare e offendere la vista degli abitanti del lato opposto della via. Per opposte ragioni, si vieta la possibilità di impiegare colori cupi che potrebbero ingenerare oscurità.” ( G. Brino, op. cit.)

Nella ricerca di Brino si trovano: Bianco maiolica o Biancone, dal nome di un calcare biancastro cavato tra Varese e Laveno (aree del Piemonte) – Marmo bianco, dato dall’allusione al marmo di Carrara o  marmo di Cenocco (biancastro) – Bianco finto marmo, bianco chiaro, bianco marmo (aree liguri) – Bianco calce – Bianco “latte di calce”, “latte di calce di Rivara dolce” – Imbianco di calce, latte di calce, imbiancamento o imbiancatura, bianco di calce dolce, con riferimento alla calce locale e al nome del luogo (aree liguri) – calcina, calcina naturale, calcina invecchiata, etc. calce macchiata di giallo…(aree senesi) – bianco di travertino cotto, bianco imitante il travertino, bianco scuro imitante il travertino, “color di marmo bianco” (aree di Roma) – Bianco stucco – Bianco di stucco o bianco stucco, stucco bianchissimo, stucco lucido – nomi generici: bianco vecchio, latte, o di latte, bianco azzurro…

Marmo di Carrara

Oggi, in ambito edilizio, abbiamo a disposizione materiali organici ed inorganici, produzioni di ogni foggia e tipologia, per ogni bisogno ed utilizzo. Compaiono su cartelle e collezioni nomi di bianco che vanno dal  “burro”, al “cotone”, ad un classico “avorio”, al bianco “carta”, o “tutto bianco”, “bianco forte”, bianco abbinato al nome di una città, di nuovo “bianco calce, o “bianco gesso”… Viene da domandarsi cosa significhino tutti questi abbinamenti creativi, perché è davvero difficile immaginare un bianco burro.

Sicuramente sarà un bianco “sporcato” di giallo, ovvero un bianco cromatico, derivante da una tinta contenente del giallo.

Allora sarebbe meglio gestire il colore – mi riferisco alla progettazione e non ad altri ambiti più soggettivi e personali – attraverso un sistema chiaro, come il sistema NCS, che non metta in condizioni di dubbio chi sta comunicando e strutturando un percorso progettuale.

Proviamo a dare, comunque, qualche informazione.

1) I bianchi (come del resto neri e grigi) possono essere sia cromatici che acromatici, valutazione essenziale quando per esempio ci si riferisce alla facciata di un edificio, caratterizzata da un fondo, una zoccolatura, pieni e  vuoti, elementi decorativi, fasce, cornici, balconi, etc. Le specchiature cromatiche intermedie e i colori accento dovrebbero essere dello stesso piano di tinta del colore dominante del fondo; il bianco – della fascia marcapiano o altro – quindi sarebbe cromatico. Questo eviterebbe una percezione alterata dello stesso bianco, che se usato puro e acromatico, verrebbe condizionato dai colori includenti, adiacenti, che lo modificherebbero secondo fenomeni percettivi di contrasto cromatico e consecutivo. Insomma una bella cornice bianca su fondo rossastro, ci apparirebbe scostata verso il verde…non bianca!

NCS S 2060-R fondo             NCS S 0502-R particolari

          
Stesso piano di tinta

2) Proprio a seconda della derivazione materica alla quale appartengono, i bianchi percepiti possono essere davvero molti, quasi indistinguibili tra loro, tanto che – nel caso ci si debba approcciare ad un piano di riqualificazione percettiva a livello urbano – è necessaria una mappatura accurata di tutti i bianchi presenti sul territorio, mediante colorimetro e condurre verifiche comparative tra un colore e l’altro. Mappatura che considera anche l’ingiallimento naturale nel tempo di alcuni bianchi, che si modificano e che devono comunque essere valutati allo stato dell’arte attuale, in quanto fotografia del clima cromatico presente in un luogo.

3) Non per ultima la considerazione che ciò che vediamo come bianco è una superficie che emette la quasi totalità dell’energia luminosa ricevuta e che il bianco “assoluto” è solo teorico, poiché percepibile solamente in piena luce. Un bianco “assoluto”, tra l’altro, è abbagliante, stressante per tutto il sistema dei fotorecettori e quindi non adatto, non biologico, per l’essere umano. Locali abitati, risolti come scatole monocromatiche bianche – con pareti tinteggiate di un bianco acromatico quasi puro, non materico, senza una texture e perciò piatto – sono molto lontane da quell’ambiente rispondente ai bisogni di equilibrio psicofisiologico nei quali vorremmo stare. Ambienti con presenza di contrasti, gradienti, differenze.

Così come luoghi di cura – gli ospedali – dove è necessario riflettere sull’influenza che ha l’ambiente sulle persone, non possono essere bianchi, di qualsiasi bianco si tratti, perché questo colore non è sinonimo di igiene, ma di sterilità, asetticità, distacco, stanca gli occhi, la mente, il corpo.

C’è ancora molto, evidentemente, su cui ragionare e sperimentare nel progetto cromatico; certo l’elasticità mentale e la ricerca continua, interdisciplinare, aiutano a fare chiarezza e una nuova pagina bianca… per iniziare, non guasta.

Bibliografia di riferimento
– Brino, “Introduzione a un dizionario dei colori delle città italiane”, Colore n°68, Ott/Dic 10, XVII, IDC Colour Centre, MI
– Bottoli, G. Bertagna, “Perception Design”, Maggioli Editore, 2009
– M.Gussoni, G. Monticelli, A. Vezzoli, “Dallo stimolo alla sensazione”, Casa Ed. Ambrosiana, Gorgonzola, MI, 2006
– Brusatin, “Storia dei colori”, P.B. Einaudi, TO, 1983
– Ball, “Colore. Una biografia”, Bur, MI, 2001
– Di Napoli, “Il colore dipinto”, Bib. Einaudi, TO, 2006
– Agnello, “Semiotica dei colori”, Carocci Ed., Roma, 2013

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