Le invasioni cromatiche

(di Gianluca Sgalippa) – settembre 2020

Da Melbourne a Berlino, da Eindhoven a Shanghai. Il nuovo paesaggio urbano, costituito sia da nuovi insediamenti residenziali che da edifici a destinazione terziaria, non può più rinunciare al colore. Dove l’innovazione tipologica è ancora lenta e dove l’urbanistica non fatica a elaborare nuovi modelli di organizzazione del suolo, il progetto architettonico punta sul linguaggio. E il linguaggio della contemporaneità si avvale sempre di più dell’uso del colore come elemento dalla forte capacità di identificare una facciata o l’involucro di un intero manufatto.

Dopo l’infinita gamma di tonalità neutre derivate dal Modernismo, una mano magica sembra avere sfiorato le nuove edificazioni. Giganteschi Cubi di Rubik, frammenti di foto ingranditi all’infinito fino a mostrare i pixel, oggetti decorativi che dal tavolo passano alla città: come ci indicavano gli esegeti del Post-modern, l’architettura diviene un momento di esercitazione scalare, dove l’idea della macchina per abitare e della razionalità cede il passo all’esercizio di stile e all’emozionalità.

L’uso del colore applicato alle facciate è una pratica molto antica, ma questo processo è sicuramente favorito dall’evoluzione che, a partire dagli anni ’80, sta interessando il settore della componentistica per la composizione delle facciate e i sistemi di tamponamento. I pannelli – pieni o traforati, in alluminio o acciaio ma anche in vetro – arrivano in cantiere pronti per il montaggio a secco e, per questo, pre-colorati. Tra pellicole cromatiche e vernici in polvere, sembra che anche il rivestimento più avanzato sia uscito da un antico laboratorio alchemico, proprio in virtù della complessità tecnologica alla base dell’uso della verniciatura a colori.

Oggi le sperimentazioni cromatiche sembrano esaltare dei sistemi costruttivi sempre più perfezionati, con ritmi che scardinano la modularità di derivazione modernista.

Tuttavia l’applicazione del colore alla macro-scala urbana non è una pratica puramente formalista o pittorica. Difatti l’edificio è un “individuo” che interagisce con molti fattori, primo fra tutti l’incidenza della luce e la trasformazione della nuance con il passare del tempo. Il Sistema Cromatico NCS®©, grazie a un’impostazione scientifica, permette di controllare all’origine il comportamento del colore, dagli aspetti più tecnici fino al livello più creativo-percettivo, indipendentemente dai supporti, dalla tipologia di coating e dalle tecniche di applicazione.

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COLORI DA PIC-NIC

PRODUCT | PHARRELL WILLIAMS

Le posate da pic-nic di Pharrel Williams fatte con i CD. Il collettivo I Am Other della popstar americana, assieme a Pentatonic, azienda leader nell’economia circolare, ha prodotto un set ipercolorato, riciclato e riciclabile per insegnarci a fare a meno della plastica monouso.

Il progetto si chiama Pebble e consiste in un set di posate per i pasti fuori casa. Un guscio con la forma di ciottolo (cui si riferisce il nome) contiene un cucchiaio, una forchetta, un coltello, bacchette e una cannuccia. Tutto si ripiega e smonta per minimizzare l’ingombro.

Grande protagonista la plastica riciclata: la maggior parte del materiale usato arriva dalla grande dismissione di policarbonato derivante da CD, DVD e packaging alimentare. E tutto è trattato per poter essere riciclato, oltre che essere lavato in lavastoviglie.

Il kit da pasto si presenta come un mix di colori pastello per le impugnature a contrasto con le parti metalliche, realizzate in acciaio anodizzato rivestito in titanio iridescente.

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ONDE ARANCIO

FURNITURE | FAULDERS STUDIO

BamScape è un micro-paesaggio cromatico commissionato dal Berkley Art Museum all’architetto Thom Faulders.

Nell’arco di 2 anni e mezzo, l’installazione ha fornito un nuovo fulcro nel grande atrio centrale del museo, che unisce discipline di arte, architettura e design. È stato concepito come un ambiente accogliente, fluido, aperto, destinato al relax, alle proiezioni di film, a spettacoli dal vivo e ad eventi multimediali. Ma è soprattutto uno spazio di sosta libera: BAMscape è dotato di rete wireless e di punti per l’alimentazione dei device digitali.

Per ottenere la massima presenza volumetrica entro i limiti di budget, il sistema pre-fab si è basato su processi di taglio laser CNC per la produzione personalizzata dei 150 singoli moduli curvi in schiuma poliuretanica, composta per il 93% da aria. La superficie è invece costituita da compensato laccato in arancione. Il colore collabora alla reinterpretazione del grande spazio di impronta brutalista, grigio, severo e spigoloso.

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Il bianco… quale bianco?

(di Cristina Polli) – luglio 2020

Pelle bianca, vino bianco, lenzuolo bianco, camice bianco, uovo bianco, parete bianca… Di che bianco stiamo parlando?

“I latini non avevano un termine unico per indicare il bianco e distinguevano semmai le sinestesie della luce: albus era il bianco matto e candidus quello brillante, dove l’essere brillante o meno diveniva più importante della tinta in sé. Stessa cosa nelle lingue germaniche, dove il bianco brillante era blanck, molto vicino al nero brillante black: la brillantezza era più importante della tinta, con essa, la materialità del supporto colorato e le sue prerogative nel respingere o assorbire la luce.” (M. Agnello, op. cit.)

Sappiamo che esiste una sorta di limite tra linguaggio e percezione del colore, in quanto definire attraverso le parole ciò che si sta percependo non è così facile come potrebbe sembrare. Dare delle definizioni appropriate e non generiche su un colore che si sta osservando all’interno del campo visivo, per esempio, è quasi impossibile, tant’è che utilizziamo termini come colore apparente, colore percepito o colore intrinseco, per distinguere tra colori influenzati da molteplici variabili o misurati con adeguati strumenti in grado di darci delle coordinate specifiche che ne individuino le caratteristiche psicometriche.

Le modalità in cui stiamo osservando quel dato colore in un preciso contesto/scenario, sono condizionate da un sistema complesso, che comprende aspetti percettivi, fisiologici, psicofisiologici, neuronali, biologici, culturali, cognitivi, personali… Il linguaggio si perde in meandri risolutivi solo in superficie, per poterci dar modo di comunicare agli altri ciò che stiamo pensando, ma si creano confusioni, perché tutto passa dal nostro mondo soggettivo di percepire la realtà attorno.

Allora dire che “quella parete è bianca”, diventa davvero riduttivo.

Anche ostinarsi a dare indicazioni progettuali usando “bianco” per indicare tutti i bianchi, è non solo inutile, ma anche dannoso.

Nella storia il bianco è stato denominato in vari modi, spesso derivanti dalla materia di derivazione del pigmento. Si pensi alla biacca, ovvero al carbonato basico di piombo,  utilizzata fin dai tempi antichi. Essa venne bandita in Francia nel 1909 in tutti gli edifici, a causa del rischio  che rappresentava per la salute pubblica, contenendo piombo, e nel 1921 parecchi stati stipularono una convenzione che ne vietò definitivamente l’utilizzo. L’Italia ratificò questa convenzione nel 1952.

Si iniziò quindi a produrre bianco di zinco, già individuato nel 1782, che divenne più economico e soppiantò la produzione di biacca. Era considerato “un bianco più scuro”; la sua prima applicazione commerciale col nome di “bianco cinese” fu un pigmento per acquerello, introdotto dai fabbricanti inglesi di colori Winsor e Newton, nel 1834.

Tra il 1916 e il 1918 alcune industrie chimiche in Norvegia e negli Stati Uniti scoprirono come produrre e purificare un ossido bianco opaco di titanio, elemento individuato dal chimico Martin Klaproth, nel 1769. Ben presto divenne il pigmento bianco dominante e nel 1945 rappresentò l’ottanta per cento del mercato.

Bianco di Titanio

Il prof. Giovanni Brino ha analizzato il naming dei colori nelle città italiane, dall’epoca barocca in avanti, sulla base di ricerche effettuate in più di 30 anni insieme a  vari ricercatori in Italia, constatando che uno dei vari criteri che veniva spesso utilizzato per declinare i colori usati nelle colorazioni delle città italiane, era da riferirsi ai materiali edilizi locali, lapidei, laterizi, lignei e metallici.

“Uno dei colori generici più comuni di questa lista, ad esempio, il “Bianco” con tutte le sue declinazioni (ottenuto con il latte di calce puro) viene imposto nei cortili ristretti o nei vicoli per ragioni igieniche, per dare luce e per disinfettare. Nel Regolamento d’Ornato di Savigliano del 1842 si legge che “solo una tinta assai prossima al bianco potrà adoperarsi per tingere quei fabbricati che per causa dell’angustia delle strade difettino di luce”, e che il bianco può essere impiegato in “quei portici che si trovassero in tale stato di sudiciezza da non potersi più oltre tollerare”. Per ragioni opposte, viene proibito il “Bianco schietto” nelle vie larghe, perché potrebbe abbagliare e offendere la vista degli abitanti del lato opposto della via. Per opposte ragioni, si vieta la possibilità di impiegare colori cupi che potrebbero ingenerare oscurità.” ( G. Brino, op. cit.)

Nella ricerca di Brino si trovano: Bianco maiolica o Biancone, dal nome di un calcare biancastro cavato tra Varese e Laveno (aree del Piemonte) – Marmo bianco, dato dall’allusione al marmo di Carrara o  marmo di Cenocco (biancastro) – Bianco finto marmo, bianco chiaro, bianco marmo (aree liguri) – Bianco calce – Bianco “latte di calce”, “latte di calce di Rivara dolce” – Imbianco di calce, latte di calce, imbiancamento o imbiancatura, bianco di calce dolce, con riferimento alla calce locale e al nome del luogo (aree liguri) – calcina, calcina naturale, calcina invecchiata, etc. calce macchiata di giallo…(aree senesi) – bianco di travertino cotto, bianco imitante il travertino, bianco scuro imitante il travertino, “color di marmo bianco” (aree di Roma) – Bianco stucco – Bianco di stucco o bianco stucco, stucco bianchissimo, stucco lucido – nomi generici: bianco vecchio, latte, o di latte, bianco azzurro…

Marmo di Carrara

Oggi, in ambito edilizio, abbiamo a disposizione materiali organici ed inorganici, produzioni di ogni foggia e tipologia, per ogni bisogno ed utilizzo. Compaiono su cartelle e collezioni nomi di bianco che vanno dal  “burro”, al “cotone”, ad un classico “avorio”, al bianco “carta”, o “tutto bianco”, “bianco forte”, bianco abbinato al nome di una città, di nuovo “bianco calce, o “bianco gesso”… Viene da domandarsi cosa significhino tutti questi abbinamenti creativi, perché è davvero difficile immaginare un bianco burro.

Sicuramente sarà un bianco “sporcato” di giallo, ovvero un bianco cromatico, derivante da una tinta contenente del giallo.

Allora sarebbe meglio gestire il colore – mi riferisco alla progettazione e non ad altri ambiti più soggettivi e personali – attraverso un sistema chiaro, come il sistema NCS, che non metta in condizioni di dubbio chi sta comunicando e strutturando un percorso progettuale.

Proviamo a dare, comunque, qualche informazione.

1) I bianchi (come del resto neri e grigi) possono essere sia cromatici che acromatici, valutazione essenziale quando per esempio ci si riferisce alla facciata di un edificio, caratterizzata da un fondo, una zoccolatura, pieni e  vuoti, elementi decorativi, fasce, cornici, balconi, etc. Le specchiature cromatiche intermedie e i colori accento dovrebbero essere dello stesso piano di tinta del colore dominante del fondo; il bianco – della fascia marcapiano o altro – quindi sarebbe cromatico. Questo eviterebbe una percezione alterata dello stesso bianco, che se usato puro e acromatico, verrebbe condizionato dai colori includenti, adiacenti, che lo modificherebbero secondo fenomeni percettivi di contrasto cromatico e consecutivo. Insomma una bella cornice bianca su fondo rossastro, ci apparirebbe scostata verso il verde…non bianca!

NCS S 2060-R fondo             NCS S 0502-R particolari

          
Stesso piano di tinta

2) Proprio a seconda della derivazione materica alla quale appartengono, i bianchi percepiti possono essere davvero molti, quasi indistinguibili tra loro, tanto che – nel caso ci si debba approcciare ad un piano di riqualificazione percettiva a livello urbano – è necessaria una mappatura accurata di tutti i bianchi presenti sul territorio, mediante colorimetro e condurre verifiche comparative tra un colore e l’altro. Mappatura che considera anche l’ingiallimento naturale nel tempo di alcuni bianchi, che si modificano e che devono comunque essere valutati allo stato dell’arte attuale, in quanto fotografia del clima cromatico presente in un luogo.

3) Non per ultima la considerazione che ciò che vediamo come bianco è una superficie che emette la quasi totalità dell’energia luminosa ricevuta e che il bianco “assoluto” è solo teorico, poiché percepibile solamente in piena luce. Un bianco “assoluto”, tra l’altro, è abbagliante, stressante per tutto il sistema dei fotorecettori e quindi non adatto, non biologico, per l’essere umano. Locali abitati, risolti come scatole monocromatiche bianche – con pareti tinteggiate di un bianco acromatico quasi puro, non materico, senza una texture e perciò piatto – sono molto lontane da quell’ambiente rispondente ai bisogni di equilibrio psicofisiologico nei quali vorremmo stare. Ambienti con presenza di contrasti, gradienti, differenze.

Così come luoghi di cura – gli ospedali – dove è necessario riflettere sull’influenza che ha l’ambiente sulle persone, non possono essere bianchi, di qualsiasi bianco si tratti, perché questo colore non è sinonimo di igiene, ma di sterilità, asetticità, distacco, stanca gli occhi, la mente, il corpo.

C’è ancora molto, evidentemente, su cui ragionare e sperimentare nel progetto cromatico; certo l’elasticità mentale e la ricerca continua, interdisciplinare, aiutano a fare chiarezza e una nuova pagina bianca… per iniziare, non guasta.

Bibliografia di riferimento
– Brino, “Introduzione a un dizionario dei colori delle città italiane”, Colore n°68, Ott/Dic 10, XVII, IDC Colour Centre, MI
– Bottoli, G. Bertagna, “Perception Design”, Maggioli Editore, 2009
– M.Gussoni, G. Monticelli, A. Vezzoli, “Dallo stimolo alla sensazione”, Casa Ed. Ambrosiana, Gorgonzola, MI, 2006
– Brusatin, “Storia dei colori”, P.B. Einaudi, TO, 1983
– Ball, “Colore. Una biografia”, Bur, MI, 2001
– Di Napoli, “Il colore dipinto”, Bib. Einaudi, TO, 2006
– Agnello, “Semiotica dei colori”, Carocci Ed., Roma, 2013

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ABBRACCIO MULTICOLORE

ARCHITETTURA | MUSAC LEON

 

 

 

Effettivamente l’intervento non è recentissimo – è stato inaugurato nel 2005 – ma il rapporto tra schema tipologico e tessuto urbano appare di grande interesse, specie per il ruolo giocato dall’uso del colore sulle facciate.
La volumetria del Museo di Arte Contemporanea di León (MUSAC), in Spagna, è impostata su un ritmo modulare tra pieno e vuoto che occupa un intero isolato, con prospetti spezzati e uniformemente grigi. Questa maglia compatta e fondamentalmente isotropa si spezza in corrispondenza dell’area di ingresso, dove viene creato uno spazio convesso, quasi una piazza di raccordo tra museo e città.
L’impiego di pannelli policromi sulle facciate evoca l’idea di un abbraccio sotto il segno dell’arte e della cultura. Le tinte sono disposte asimmetricamente e provengono da tutto lo spettro cromatico. Insolitamente, l’abbinamento non avviene tra singole tinte ma tra palette composte da nuance di uno stesso colore.

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Come avviene la visione dei colori?

(di Jessica Saccani) – giugno 2020

Non ce ne accorgiamo, ma è ciò che accade continuamente: i nostri occhi percepiscono oltre 200 diverse sfumature di colore, differenziano con precisione oltre 20 livelli di saturazione e 400 di luminosità. Ogni giorno riceviamo dai colori migliaia di stimoli: com’è possibile tutto questo? Vi siete mai chiesti come funziona la nostra vista? Come riusciamo a vedere il cielo di un determinato colore, le nuvole bianche oppure un bel prato verde?

La percezione della realtà che conseguiamo attraverso i nostri strumenti visivi si fonda su meccanismi estremamente complessi che coinvolgono diversi livelli sensoriali.  La spiegazione di tutto il lavoro che svolge il nostro sistema visivo assieme al cervello e a tutte le possibili integrazioni spazio temporali in continua evoluzione è lunga ed estremamente complessa; cerchiamo comunque di capire insieme i fondamenti della visione tricromatica. In questo articolo noi ci occuperemo, per semplicità del discorso, solo della visione dei colori e tralasceremo la parte legata alla forma ed alla matericità dell’oggetto stesso, oltre alla parte legata a riflessione e rifrazione della luce legata al materiale colpito.

Tutto comincia dalla luce del Sole: essa è composta da tantissime lunghezze d’onda, il cosiddetto spettro elettromagnetico, in cui troviamo UV, infrarossi, microonde, raggi X e le lunghezze d’onda visibili dall’occhio umano. Quest’ultime occupano sono una piccolissima parte dello spettro, compreso fra 400 nm e 700 nm circa, e ad ognuna di queste lunghezze d’onda è associato un colore: alle lunghezze d’onda corte (400 nm) associamo il colore blu, mentre alle lunghezze d’onda lunghe (700 nm) associamo il colore rosso. A circa metà spettro, con lunghezza d’onda di 550 nm, troviamo il colore verde. Al di fuori di queste lunghezze d’onda l’occhio umano è “cieco”: al di sotto del rosso vi sono gli infrarossi, mentre sopra il blu vi sono gli ultravioletti, per noi entrambi invisibili.  La luce, carica di lunghezze d’onda di ogni tipologia, colpisce un oggetto, viene riflessa ed entra nel nostro occhio: da qui si innescano milioni di complesse trasduzioni chimiche che portano alla visione del colore, della forma, della posizione e di molti altri aspetti che ci permettono di comprendere la natura stessa dell’oggetto che stiamo osservando.

Il primo passaggio fondamentale è l‘arrivo della luce alla retina, uno strato di circa 10 tipologie diverse di neuroni modificati che svolgono l’importante funzione di trasduzione: sono in grado cioè di trasformare la luce che arriva sul fondo dell’occhio in un’informazione (prima chimica, poi elettrica) da trasmettere al cervello mediante il nervo ottico.

Se questo passaggio viene a mancare, risulta deficitaria la visione stessa, non solo la visione tricromatica. In prima istanza, la luce colpisce i fotorecettori, cellule sensibili alla luce presenti nella retina che, reagendo, portano alla prima trasduzione chimica. I responsabili della visione dei colori sono i coni, minuscole cellule che elaborano l’informazione proveniente dalla luce in un messaggio chimico. Essi si dividono il lavoro con i bastoncelli: questi ultimi ci consentono di percepire i cambiamenti di luminosità fino a una determinata intensità luminosa, sono essenziali per la visione crepuscolare e notturna, oltre a permetterci di vedere quello che ci circonda: tutto ciò, però, solo in bianco e nero. Sono i coni, invece, ad occuparsi della percezione dei colori. Essi sono presenti nell’occhio in tre diverse tipologie, ognuna delle quali reagisce a diverse lunghezze d’onda:

– coni S, dove S sta per “short”, che reagiscono alle lunghezze d’onda più brevi, quelle del blu;
– coni M, dove M sta per “medium”, che reagiscono alle lunghezze d’onda medie, quelle del verde;
– coni L, dove L sta per “long”, che reagiscono alle lunghezze d’onda più lunghe.

Quindi se una superficie riflette ad esempio solo onde corte, questa apparirà blu al nostro cervello; nel caso in cui vengano riflesse solo onde lunghe, allora vedremo una superficie rossa, mentre i raggi di luce di media lunghezza la faranno apparire verde. I colori risultanti dalle mescolanze, quali ad esempio l’azzurro o l’arancione, vengono percepiti quando una superficie riflette onde di più lunghezze diverse contemporaneamente. Se questi tipi di coni percepiscono tutte le lunghezze d’onda simultaneamente, il cervello vedrà la superficie di colore bianco.

Un altro importante fattore che influenza la nostra visione è l’assorbimento della luce da parte degli oggetti. Una mela ha un colore verde perchè la sua superficie assorbe tutta la luce, ma riflette solamente le onde luminose medie, quelle che ci appaiono verdi. I colori che percepiamo dipendono perciò dalla proporzione della luce assorbita o riflessa dai tre colori blu, verde e rosso.

La mancanza di una tipologia di coni ci porta alla mancanza di visione di quello specifico colore: questo disturbo, conosciuto come daltonismo, non ha ancora una cura e spesso non viene diagnosticato. Dai coni e dai bastoncelli parte una lunga catena di trasduzioni del messaggio trasportato dalla luce che viene codificato attraverso molecole chimiche e arriva alle cellule ganglionari: esse sono le ultime cellule presenti nella retina e porteranno le informazioni al cervello tramite il nervo ottico. Nelle cellule ganglionari avviene una serie di interazioni e integrazioni neuronali continue, relative al colore, allo spazio, alla forma e al campo recettivo della cellula stessa. Tutti questi messaggi, trasportati nel cervello in pochi millisecondi, vengono integrati ed elaborati continuamente per permetterci di vedere, ma anche di spostarci, interagire con lo spazio circostante e di memorizzare dettagli e informazioni.

Questa, seppur complicata, è solo la prima parte del funzionamento della visione dei colori.

Si può però già intuire una conseguenza: la vista è il senso che impegna la maggior parte delle nostre funzionalità intellettive durante tutto il giorno e un suo malfunzionamento porta ad enormi svantaggi.

Biografia Jessica Saccani
Jessica Saccani, nata a Fidenza (PR) il 15 ottobre 1990, è laureata in Ortottica ed Assistenza Oftalmologica ed in Ottica e Optometria. Attualmente collabora con l’Ospedale San Raffaele-Resnati di Milano, e tiene il laboratorio di Sistemi Ottici e Oftalmici presso l’Università Bicocca di Milano. Collabora inoltre presso studi medici privati.

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DA ROSSA A MULTICOLOR

ARCHITETTURA | IOSA GHINI ASSOCIATI

Situato a Dmitrovskoe Shosse, a nord-est di Mosca, questo nuovo complesso residenziale conta 47 edifici multipiano distribuiti intorno a due corti comuni. Il concept, affidato allo studio italiano Iosa Ghini, conferisce alla monotonia della periferia russa tratti più distintivi e “umanizzati” mediante l’uso del colore come elemento paesaggistico.

La sfida principale è consistita nel massimizzare la resa estetica dei rivestimenti colorati in fibrocemento, medianti i quali è stato possibile plasmare l’identità delle singole unità edilizie e degli ingressi.

La soluzione grafico-cromatica è riconducibile a un gioco di macro-pixel disposti asimmetricamente, in conflitto con il ritmo regolare delle facciate. Ciascuna torre è identificata con una singola tinta, declinata in varie nuance, criterio adottato sia verso la corte che verso l’esterno. Il ventaglio cromatico comprende tutti i tipi di tinta, dal giallo all’azzurro, dal verde al rosso.

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I colori della ripartenza

(di Besa Misa) – maggio 2020

La Vita non è uno spettacolo muto o in bianco e nero. È un arcobaleno inesauribile di colori, un concerto interminabile di rumori, un caos fantasmagorico di voci e di volti, di creature le cui azioni si intrecciano o si sovrappongono per tessere la catena di eventi che determinano il nostro personale destino[1]

La citazione è attuale in questo particolare e difficile momento storico e la grande forza comunicativa dei colori si è manifestata nelle scorse settimane in Italia e nel resto del mondo attraverso l’iniziativa #andràtuttobene e le immagini di #staysaferainbows. Una moltitudine di lenzuoli e cartelloni colorati esposti sui balconi e sulle finestre delle nostre abitazioni hanno trasmesso un bellissimo messaggio di speranza. Vena ispiratrice: l’iride dell’arcobaleno.

L’arcobaleno è quel fenomeno ottico che si innesca solitamente dopo un temporale ed è dovuto alla rifrazione e dispersione della luce nelle gocce d’acqua rimaste sospese nell’atmosfera. Una parabola composta da sette colori principali: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto. Va detto che le fasce cromatiche non hanno confini distinti e ben delineati e che le sfumature impercettibili presenti all’interno dell’arcobaleno sarebbero addirittura più di un milione.

Fu Isaac Newton a spiegare per primo il mistero dei colori dell’arcobaleno attraverso gli esperimenti condotti con la rifrazione della luce (bianca) attraverso i prismi di vetro. Il fondatore della moderna scienza del colore definì le nuance dell’iride e il loro numero, 7, come la perfezione della natura per gli antichi greci. Questi ultimi ritenevano tra l’altro che l’arcobaleno fosse un sentiero tracciato dalla dea Iris per mettere in comunicazione la terra dei mortali con il cielo degli immortali.
E’ innegabile che queste fasce di luce colorate abbiano affascinato da sempre gli esseri umani e siano state associate alla spiritualità, alla pace, all’amore, alla rinascita e alla serenità a seguito di un momento negativo. Nella filosofia indiana i sette colori dell’arcobaleno rappresentano i sette principali chakra, i centri energici del nostro corpo che attraverso la meditazione ci permettono di conoscere profondamente noi stessi e di mantenere alto il livello di energia del nostro corpo. Ha un alto valore spirituale l’indaco che rappresenta il terzo occhio ed è associato al sesto chakra. E’ infatti considerato il simbolo del risveglio interiore in grado di agire direttamente sui nostri sensi, permettendoci di raggiungere la nostra anima oltrepassando le barriere della razionalità.

Oltre alla spiritualità, i colori dell’arcobaleno, pur disposti in modo diverso, sono stati scelti per trasmettere un messaggio universale di uguaglianza ed inclusione. Rappresentano infatti anche i simboli di amore e libertà, della bandiera della pace e della lotta per i diritti civili.

In generale la comparsa di un arcobaleno, che sia in senso reale o metaforico, per l’immaginario collettivo rappresenta l’ottimismo e la speranza. Un evento che conforta nonostante la pioggia o il temporale e veicola l’entusiasmo della ripartenza.

Somewhere over the rainbow, skies are blue, and the dreams that you dare to dream really do come true.

[1] ORIANA FALLACI, Insciallah, 1990

Bibliografia:
https://aparadiso.wixsite.com/fisicaliceo/la-teoria-dei-colori-di-newton
https://www.dailybreak.com/break/cabinet-of-curiosities-why-indigo-is-in-the-rainbow
https://www.tuttogreen.it/colori-arcobaleno-quali-significato/
https://www.naturopataonline.org/rimedi/discipline-olistiche/seguendo-larcobaleno-i-colori-dei-7-chakra/

Photos via:
https://siberiantimes.com/other/others/news/rainbow-clouds-crown-belukha-mountain-siberias-highest-peak/
https://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/foto-e-video/2020/03/12/fotogalleria/le-foto-degli-arcobaleni-dal-friuli-andratuttobene-1.38584368

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YELLOW IN PROGRESS

RETAIL | CALVIN KLEIN

In tutta onestà, non sappiamo se questo flaghipstore di Calvin Klein esiste ancora dopo la fuoriuscita di Raf Simons (che ne volle fortemente il restyling) dalla direzione creativa del marchio e dal riposizionamento di quest’ultimo. In ogni caso, si tratta di un lavoro molto interessante, che vide la collaborazione tra lo stesso Simons, il designer John Pawson (che ne disegnò il progetto iniziale) e l’artista Sterling Ruby, che ne curò un rimaneggiamento nelle forme di un’installazione.

Nel risultato finale, la boutique si presenta(va) come uno spazio totalmente giallo limone, che esplode(va) dal grigio marmoreo dell’edificio. Da minimalismo delle collezioni, si passa a un ambiente energetico, massimalista, capace di generare un’esperienza immersiva.

Al di là della scelta cromatica totalizzante, i dettagli del negozio sono riconducibili al tema del cambiamento e del work in progress così come si esprime nel contesto urbano, a partire dall’uso delle impalcature.

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Colore e vita

(di Luciano Merlini) – aprile 2020

Creatività, sensibilità e responsabilità del color designer 

Sarà perché generalmente libero da vincoli tecnici, sarà perché permette di esprimere al meglio la creatività, sarà perché è l’aspetto che più colpisce e coinvolge i loro committenti, ma il colore è uno degli argomenti più appassionanti per un interior designer, architetti e arredatori.
Sapendo infatti che il colore non è solo espressione estetica in quanto agisce e interagisce con la persona trasmettendo sensazioni che ogni individuo percepisce in modo proprio, riuscire ad interpretare non solo i gusti, ma anche e soprattutto le aspettative emozionali del proprio committente, è per il progettista una sfida molto stimolante.

Non sempre però le cose sono così semplici.

Proprio in virtù delle potenzialità “comunicative” che ha il colore, quando il destinatario di un progetto non è un singolo individuo o un ristretto numero di persone ma una “comunità”, il discorso si fa più impegnativo in quanto il progettista deve mediare fra gusti, sensibilità e personalità disparate.
In questi casi, infatti, più che le aspettative personali vanno colte le esigenze trasversali della popolazione e questo partendo dalla funzione a cui è destinato un certo ambiente.
Per esempio i luoghi di lavoro, nei quali si presuppone che il colore debba trasmettere un senso di energia, concentrazione ed efficienza, ma a fronte di una massima accoglienza e tranquillità.
Mettere cioè le persone a proprio agio, pur in ambiti e contesti fisicamente e psicologicamente lontane dal loro habitat privato.

Poi ci sono situazioni ancor più particolari, dove l’operato del color designer assume una valenza decisamente più significativa perché chiamato a rispondere a problematiche più complesse e delicate.
Per esempio scuole di prima infanzia, cliniche e strutture ospedaliere, case di riposo, ecc, dove i tipi di popolazione sono particolarmente sensibili perché “costrette” a vivere in strutture nelle quali gli vengono a mancare i punti di riferimento che possono dar loro sicurezza: la casa, la famiglia, … la normalità.
Tutto questo tenendo conto anche delle diverse tipologie degli ambienti che compongono queste  strutture e delle loro specifiche destinazioni d’uso, ognuna delle quali, oltre che a necessità di carattere funzionale, può sollevare problematiche psicologiche diverse.

Per i professionisti del settore questi discorsi sono scontati, ma per molte delle amministrazioni che gestiscono queste strutture molto meno.
Sta quindi al progettista sensibilizzarle e fargli capire che i colori condizionano la vita delle persone, e che con “quattro colpi di colore qua e là” non solo non si creano condizioni ideali di vivibilità, ma che addirittura possono comprometterle

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