Come avviene la visione dei colori?

(di Jessica Saccani) – giugno 2020

Non ce ne accorgiamo, ma è ciò che accade continuamente: i nostri occhi percepiscono oltre 200 diverse sfumature di colore, differenziano con precisione oltre 20 livelli di saturazione e 400 di luminosità. Ogni giorno riceviamo dai colori migliaia di stimoli: com’è possibile tutto questo? Vi siete mai chiesti come funziona la nostra vista? Come riusciamo a vedere il cielo di un determinato colore, le nuvole bianche oppure un bel prato verde?

La percezione della realtà che conseguiamo attraverso i nostri strumenti visivi si fonda su meccanismi estremamente complessi che coinvolgono diversi livelli sensoriali.  La spiegazione di tutto il lavoro che svolge il nostro sistema visivo assieme al cervello e a tutte le possibili integrazioni spazio temporali in continua evoluzione è lunga ed estremamente complessa; cerchiamo comunque di capire insieme i fondamenti della visione tricromatica. In questo articolo noi ci occuperemo, per semplicità del discorso, solo della visione dei colori e tralasceremo la parte legata alla forma ed alla matericità dell’oggetto stesso, oltre alla parte legata a riflessione e rifrazione della luce legata al materiale colpito.

Tutto comincia dalla luce del Sole: essa è composta da tantissime lunghezze d’onda, il cosiddetto spettro elettromagnetico, in cui troviamo UV, infrarossi, microonde, raggi X e le lunghezze d’onda visibili dall’occhio umano. Quest’ultime occupano sono una piccolissima parte dello spettro, compreso fra 400 nm e 700 nm circa, e ad ognuna di queste lunghezze d’onda è associato un colore: alle lunghezze d’onda corte (400 nm) associamo il colore blu, mentre alle lunghezze d’onda lunghe (700 nm) associamo il colore rosso. A circa metà spettro, con lunghezza d’onda di 550 nm, troviamo il colore verde. Al di fuori di queste lunghezze d’onda l’occhio umano è “cieco”: al di sotto del rosso vi sono gli infrarossi, mentre sopra il blu vi sono gli ultravioletti, per noi entrambi invisibili.  La luce, carica di lunghezze d’onda di ogni tipologia, colpisce un oggetto, viene riflessa ed entra nel nostro occhio: da qui si innescano milioni di complesse trasduzioni chimiche che portano alla visione del colore, della forma, della posizione e di molti altri aspetti che ci permettono di comprendere la natura stessa dell’oggetto che stiamo osservando.

Il primo passaggio fondamentale è l‘arrivo della luce alla retina, uno strato di circa 10 tipologie diverse di neuroni modificati che svolgono l’importante funzione di trasduzione: sono in grado cioè di trasformare la luce che arriva sul fondo dell’occhio in un’informazione (prima chimica, poi elettrica) da trasmettere al cervello mediante il nervo ottico.

Se questo passaggio viene a mancare, risulta deficitaria la visione stessa, non solo la visione tricromatica. In prima istanza, la luce colpisce i fotorecettori, cellule sensibili alla luce presenti nella retina che, reagendo, portano alla prima trasduzione chimica. I responsabili della visione dei colori sono i coni, minuscole cellule che elaborano l’informazione proveniente dalla luce in un messaggio chimico. Essi si dividono il lavoro con i bastoncelli: questi ultimi ci consentono di percepire i cambiamenti di luminosità fino a una determinata intensità luminosa, sono essenziali per la visione crepuscolare e notturna, oltre a permetterci di vedere quello che ci circonda: tutto ciò, però, solo in bianco e nero. Sono i coni, invece, ad occuparsi della percezione dei colori. Essi sono presenti nell’occhio in tre diverse tipologie, ognuna delle quali reagisce a diverse lunghezze d’onda:

– coni S, dove S sta per “short”, che reagiscono alle lunghezze d’onda più brevi, quelle del blu;
– coni M, dove M sta per “medium”, che reagiscono alle lunghezze d’onda medie, quelle del verde;
– coni L, dove L sta per “long”, che reagiscono alle lunghezze d’onda più lunghe.

Quindi se una superficie riflette ad esempio solo onde corte, questa apparirà blu al nostro cervello; nel caso in cui vengano riflesse solo onde lunghe, allora vedremo una superficie rossa, mentre i raggi di luce di media lunghezza la faranno apparire verde. I colori risultanti dalle mescolanze, quali ad esempio l’azzurro o l’arancione, vengono percepiti quando una superficie riflette onde di più lunghezze diverse contemporaneamente. Se questi tipi di coni percepiscono tutte le lunghezze d’onda simultaneamente, il cervello vedrà la superficie di colore bianco.

Un altro importante fattore che influenza la nostra visione è l’assorbimento della luce da parte degli oggetti. Una mela ha un colore verde perchè la sua superficie assorbe tutta la luce, ma riflette solamente le onde luminose medie, quelle che ci appaiono verdi. I colori che percepiamo dipendono perciò dalla proporzione della luce assorbita o riflessa dai tre colori blu, verde e rosso.

La mancanza di una tipologia di coni ci porta alla mancanza di visione di quello specifico colore: questo disturbo, conosciuto come daltonismo, non ha ancora una cura e spesso non viene diagnosticato. Dai coni e dai bastoncelli parte una lunga catena di trasduzioni del messaggio trasportato dalla luce che viene codificato attraverso molecole chimiche e arriva alle cellule ganglionari: esse sono le ultime cellule presenti nella retina e porteranno le informazioni al cervello tramite il nervo ottico. Nelle cellule ganglionari avviene una serie di interazioni e integrazioni neuronali continue, relative al colore, allo spazio, alla forma e al campo recettivo della cellula stessa. Tutti questi messaggi, trasportati nel cervello in pochi millisecondi, vengono integrati ed elaborati continuamente per permetterci di vedere, ma anche di spostarci, interagire con lo spazio circostante e di memorizzare dettagli e informazioni.

Questa, seppur complicata, è solo la prima parte del funzionamento della visione dei colori.

Si può però già intuire una conseguenza: la vista è il senso che impegna la maggior parte delle nostre funzionalità intellettive durante tutto il giorno e un suo malfunzionamento porta ad enormi svantaggi.

Biografia Jessica Saccani
Jessica Saccani, nata a Fidenza (PR) il 15 ottobre 1990, è laureata in Ortottica ed Assistenza Oftalmologica ed in Ottica e Optometria. Attualmente collabora con l’Ospedale San Raffaele-Resnati di Milano, e tiene il laboratorio di Sistemi Ottici e Oftalmici presso l’Università Bicocca di Milano. Collabora inoltre presso studi medici privati.

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DA ROSSA A MULTICOLOR

ARCHITETTURA | IOSA GHINI ASSOCIATI

Situato a Dmitrovskoe Shosse, a nord-est di Mosca, questo nuovo complesso residenziale conta 47 edifici multipiano distribuiti intorno a due corti comuni. Il concept, affidato allo studio italiano Iosa Ghini, conferisce alla monotonia della periferia russa tratti più distintivi e “umanizzati” mediante l’uso del colore come elemento paesaggistico.

La sfida principale è consistita nel massimizzare la resa estetica dei rivestimenti colorati in fibrocemento, medianti i quali è stato possibile plasmare l’identità delle singole unità edilizie e degli ingressi.

La soluzione grafico-cromatica è riconducibile a un gioco di macro-pixel disposti asimmetricamente, in conflitto con il ritmo regolare delle facciate. Ciascuna torre è identificata con una singola tinta, declinata in varie nuance, criterio adottato sia verso la corte che verso l’esterno. Il ventaglio cromatico comprende tutti i tipi di tinta, dal giallo all’azzurro, dal verde al rosso.

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I colori della ripartenza

(di Besa Misa) – maggio 2020

La Vita non è uno spettacolo muto o in bianco e nero. È un arcobaleno inesauribile di colori, un concerto interminabile di rumori, un caos fantasmagorico di voci e di volti, di creature le cui azioni si intrecciano o si sovrappongono per tessere la catena di eventi che determinano il nostro personale destino[1]

La citazione è attuale in questo particolare e difficile momento storico e la grande forza comunicativa dei colori si è manifestata nelle scorse settimane in Italia e nel resto del mondo attraverso l’iniziativa #andràtuttobene e le immagini di #staysaferainbows. Una moltitudine di lenzuoli e cartelloni colorati esposti sui balconi e sulle finestre delle nostre abitazioni hanno trasmesso un bellissimo messaggio di speranza. Vena ispiratrice: l’iride dell’arcobaleno.

L’arcobaleno è quel fenomeno ottico che si innesca solitamente dopo un temporale ed è dovuto alla rifrazione e dispersione della luce nelle gocce d’acqua rimaste sospese nell’atmosfera. Una parabola composta da sette colori principali: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto. Va detto che le fasce cromatiche non hanno confini distinti e ben delineati e che le sfumature impercettibili presenti all’interno dell’arcobaleno sarebbero addirittura più di un milione.

Fu Isaac Newton a spiegare per primo il mistero dei colori dell’arcobaleno attraverso gli esperimenti condotti con la rifrazione della luce (bianca) attraverso i prismi di vetro. Il fondatore della moderna scienza del colore definì le nuance dell’iride e il loro numero, 7, come la perfezione della natura per gli antichi greci. Questi ultimi ritenevano tra l’altro che l’arcobaleno fosse un sentiero tracciato dalla dea Iris per mettere in comunicazione la terra dei mortali con il cielo degli immortali.
E’ innegabile che queste fasce di luce colorate abbiano affascinato da sempre gli esseri umani e siano state associate alla spiritualità, alla pace, all’amore, alla rinascita e alla serenità a seguito di un momento negativo. Nella filosofia indiana i sette colori dell’arcobaleno rappresentano i sette principali chakra, i centri energici del nostro corpo che attraverso la meditazione ci permettono di conoscere profondamente noi stessi e di mantenere alto il livello di energia del nostro corpo. Ha un alto valore spirituale l’indaco che rappresenta il terzo occhio ed è associato al sesto chakra. E’ infatti considerato il simbolo del risveglio interiore in grado di agire direttamente sui nostri sensi, permettendoci di raggiungere la nostra anima oltrepassando le barriere della razionalità.

Oltre alla spiritualità, i colori dell’arcobaleno, pur disposti in modo diverso, sono stati scelti per trasmettere un messaggio universale di uguaglianza ed inclusione. Rappresentano infatti anche i simboli di amore e libertà, della bandiera della pace e della lotta per i diritti civili.

In generale la comparsa di un arcobaleno, che sia in senso reale o metaforico, per l’immaginario collettivo rappresenta l’ottimismo e la speranza. Un evento che conforta nonostante la pioggia o il temporale e veicola l’entusiasmo della ripartenza.

Somewhere over the rainbow, skies are blue, and the dreams that you dare to dream really do come true.

[1] ORIANA FALLACI, Insciallah, 1990

Bibliografia:
https://aparadiso.wixsite.com/fisicaliceo/la-teoria-dei-colori-di-newton
https://www.dailybreak.com/break/cabinet-of-curiosities-why-indigo-is-in-the-rainbow
https://www.tuttogreen.it/colori-arcobaleno-quali-significato/
https://www.naturopataonline.org/rimedi/discipline-olistiche/seguendo-larcobaleno-i-colori-dei-7-chakra/

Photos via:
https://siberiantimes.com/other/others/news/rainbow-clouds-crown-belukha-mountain-siberias-highest-peak/
https://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/foto-e-video/2020/03/12/fotogalleria/le-foto-degli-arcobaleni-dal-friuli-andratuttobene-1.38584368

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YELLOW IN PROGRESS

RETAIL | CALVIN KLEIN

In tutta onestà, non sappiamo se questo flaghipstore di Calvin Klein esiste ancora dopo la fuoriuscita di Raf Simons (che ne volle fortemente il restyling) dalla direzione creativa del marchio e dal riposizionamento di quest’ultimo. In ogni caso, si tratta di un lavoro molto interessante, che vide la collaborazione tra lo stesso Simons, il designer John Pawson (che ne disegnò il progetto iniziale) e l’artista Sterling Ruby, che ne curò un rimaneggiamento nelle forme di un’installazione.

Nel risultato finale, la boutique si presenta(va) come uno spazio totalmente giallo limone, che esplode(va) dal grigio marmoreo dell’edificio. Da minimalismo delle collezioni, si passa a un ambiente energetico, massimalista, capace di generare un’esperienza immersiva.

Al di là della scelta cromatica totalizzante, i dettagli del negozio sono riconducibili al tema del cambiamento e del work in progress così come si esprime nel contesto urbano, a partire dall’uso delle impalcature.

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Colore e vita

(di Luciano Merlini) – aprile 2020

Creatività, sensibilità e responsabilità del color designer 

Sarà perché generalmente libero da vincoli tecnici, sarà perché permette di esprimere al meglio la creatività, sarà perché è l’aspetto che più colpisce e coinvolge i loro committenti, ma il colore è uno degli argomenti più appassionanti per un interior designer, architetti e arredatori.
Sapendo infatti che il colore non è solo espressione estetica in quanto agisce e interagisce con la persona trasmettendo sensazioni che ogni individuo percepisce in modo proprio, riuscire ad interpretare non solo i gusti, ma anche e soprattutto le aspettative emozionali del proprio committente, è per il progettista una sfida molto stimolante.

Non sempre però le cose sono così semplici.

Proprio in virtù delle potenzialità “comunicative” che ha il colore, quando il destinatario di un progetto non è un singolo individuo o un ristretto numero di persone ma una “comunità”, il discorso si fa più impegnativo in quanto il progettista deve mediare fra gusti, sensibilità e personalità disparate.
In questi casi, infatti, più che le aspettative personali vanno colte le esigenze trasversali della popolazione e questo partendo dalla funzione a cui è destinato un certo ambiente.
Per esempio i luoghi di lavoro, nei quali si presuppone che il colore debba trasmettere un senso di energia, concentrazione ed efficienza, ma a fronte di una massima accoglienza e tranquillità.
Mettere cioè le persone a proprio agio, pur in ambiti e contesti fisicamente e psicologicamente lontane dal loro habitat privato.

Poi ci sono situazioni ancor più particolari, dove l’operato del color designer assume una valenza decisamente più significativa perché chiamato a rispondere a problematiche più complesse e delicate.
Per esempio scuole di prima infanzia, cliniche e strutture ospedaliere, case di riposo, ecc, dove i tipi di popolazione sono particolarmente sensibili perché “costrette” a vivere in strutture nelle quali gli vengono a mancare i punti di riferimento che possono dar loro sicurezza: la casa, la famiglia, … la normalità.
Tutto questo tenendo conto anche delle diverse tipologie degli ambienti che compongono queste  strutture e delle loro specifiche destinazioni d’uso, ognuna delle quali, oltre che a necessità di carattere funzionale, può sollevare problematiche psicologiche diverse.

Per i professionisti del settore questi discorsi sono scontati, ma per molte delle amministrazioni che gestiscono queste strutture molto meno.
Sta quindi al progettista sensibilizzarle e fargli capire che i colori condizionano la vita delle persone, e che con “quattro colpi di colore qua e là” non solo non si creano condizioni ideali di vivibilità, ma che addirittura possono comprometterle

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TRALICCI ARCOBALENO

URBAN ART | SOFTLAB

Spectral Grove è un’installazione pubblica collocata all’ingresso del Pivot Park a West Philadelphia.

La scultura, progettata dallo studio newyorkese SoftLab, invita i visitatori con un “boschetto” di strutture a ombrello, visivamente permeabili, frutto dell’intreccio tra fasce in alluminio e acciaio verniciate a polvere in 28 colori.
Ognuna delle sei colonne di Spectral Grove, rivestita da una sola tinta in diverse sfumature, possiede un’identità unitaria, mentre le loro vele sono intersecate da tanti colori differenti, comunque molto vivaci.

Ne risulta un baldacchino coloratissimo, aperto verso il cielo e trasparente. Man mano che la luce del sole, con il variare delle angolazioni, attraversa il traliccio, vengono messe in risalto ciclicamente le diverse tinte, con giochi di ombre mutevoli sul pavimento.

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Colori caldi e freddi

(di Guglielmo Giani) – marzo 2020

Internet abbonda di tecniche per insegnare ai bambini la differenza tra i colori caldi e quelli freddi, una linea spesso invisibile e un po’ flessibile lungo la ruota dei colori per separare i rossi, gli arancioni, i gialli e i marroni dai blu, i verdi e i viola. Si dice che l’equilibrio tra questi due elementi esalti la bellezza di molte opere d’arte e gli architetti d’interni sostengono che i colori freddi allontanano e fanno espandere le stanze, mentre i colori caldi rendono le stanze più “accoglienti”. Tuttavia, la causa e l’origine del divario caldo-freddo sono tuttora oscure, in gran parte basate sui sentimenti a volte ambigui e sovrapposti che i diversi colori suscitano, in contrapposizione a qualsiasi chiara distinzione scientifica.

Un recente studio1 sostiene come nelle diverse lingue i colori caldi e freddi possano essere distinti in funzione di quanto è facile descriverli. Quando si cerca di descrivere un colore a qualcun altro, quella persona identificherà più velocemente il colore corretto se è caldo piuttosto che freddo. Questo risultato trova probabilmente le proprie radici nell’evoluzione della visione dei colori negli esseri umani e negli altri primati.

Lo studio, pubblicato nel Proceedings of the National Academy of Sciences, ha chiesto un gruppo di persone, la cui lingua madre fosse l’americano, lo spagnolo boliviano o una lingua amazzonica chiamata Tsimane, di effettuare un test di riconoscimento dei colori. I ricercatori hanno dato a un partecipante (il donatore) un campione colore selezionato a caso, chiedendogli di descriverlo a un altro partecipante (il ricevente) usando un’unica parola. Il ricevente doveva selezionare tutti i campioni che potevano rientrare nella categoria descritta dal termine – qualsiasi cosa e tutto ciò che assomiglia a un giallo, o a un rosa, o a un verde, e così via.

Il numero di campioni che il ricevente ha scelto era esemplificativo di una comunicazione “efficiente”: meno campioni corrispondevano a una parola, meno tentativi ci sarebbero voluti perché l’ascoltatore trovasse il campione giusto.

Oltre ai tre gruppi linguistici, i ricercatori hanno utilizzato i dati del famoso censimento World Color Survey. Quando i ricercatori hanno classificato i dati di tutte le 113 lingue, hanno evidenziato una chiara divisione tra colori caldi e freddi: i riceventi sceglievano un minor numero di campioni quando i donatori enunciavano un colore “caldo”. Se dovessimo dividere il corpus di tutti colori percepibili, ogni lingua avrebbe più parole per descrivere la metà calda che la metà fredda. Le parole calde sono più specifiche e più efficienti nel trasmettere un significato.

“Dal punto di vista dell’evoluzione del linguaggio, l’essere umano si è dato molto da fare a creare ed attribuire nomi a cose”, sostiene Bevil Conway (co-autore e ricercatore presso il National Institutes of Health’s National Eye Institute) quindi è ragionevole pensare che siamo più propensi a dare un nome alle cose a cui teniamo di più. Se ci interessano di più le cose dai colori caldi probabilmente daremo un nome a colori più caldi, e lasceremo i colori freddi con meno parole specifiche per descriverli. È comune nella lingua inglese che certi colori vengano identificati sia come blu che come verdi.

Eppure, dice Paja Faudree, antropologo linguistico della Brown University, “non sembra necessariamente ovvio che questa sia una sorta di distinzione universale” tra le diverse culture di tutto il mondo. Faudree, che non è stata coinvolta nello studio, è scettica sull’affidabilità dei dati, dato che “non tutte le lingue hanno parole per descrivere colori che siano legate ad altri aspetti di un oggetto: la grammatica di una lingua, per esempio, può essere tale che i termini di colore sono inestricabili dalle parole che descrivono qualità come fragilità o infiammabilità. Conway riconosce che la maggior parte delle lingue non ha un solo termine per il concetto di colore, per cui può essere difficile anche solo spiegarlo.

  1. Gibson et al. Color Naming Across Languages Reflects Color Use Proceedings of the National Academy of Sciences Oct 2017, 114 (40)
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BIRRA SHOCKING

INTERIOR | OMNIPOLLO

Anche la birra è espressione delle culture urbane. Non solo Omnipollo sperimenta nuovi gusti, ma studia l’immagine di bottiglie e lattine attraverso la collaborazione con artisti legati al mondo street. Contribuisce così a consolidare l’immaginario pop, fatto di grafiche energetiche e psichedeliche.

L’azienda svedese ha inaugurato poco tempo fa una birreria ad Amburgo, il cui interior riflette esattamente quella filosofia. Nulla di glamour. Situato in una posizione un po’ marginale, è segnalato da un’insegna al neon, rapido collegamento con gli anni ’80.

Il disegno degli interni conserva le preesistenze edilizie, a partire dagli archi in mattoni, ma inonda lo spazio con vernici e resine dai colori shocking. Unico elemento decorativo aggiunto, la pannellatura lignea sui pilastri, dal margine a zig-zag.

Fucsia, rosso e giallo creano un’insolita parentesi underground nel grigiore della città tedesca.

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Il libro rosso

(di Tiziana Vernola) – febbraio 2020

Il rosso è un colore considerato potente e dominante, simboleggia l’energia, attira la nostra attenzione, e nelle persone più sensibili può suscitare tensione e agitazione interna.
Ciononostante questo colore è espressione di slancio, velocità, potere e gioia, ma anche di pericolo e passione, sessualità e amore romantico.
Questo colore è talmente ricco di significati, che non è sfuggito all’attenzione dello psichiatra svizzero Carl Gustav Jung che tra il 1913 e 1930, che scrisse e illustrò il “Libro Rosso”, o “Liber Novus (“Libro Nuovo”), un’opera di 205 pagine, pubblicata poi, nel 2009.

Jung iniziò a lavorare al Libro Rosso a seguito di una personale crisi esistenziale che lo colse dopo la pubblicazione di “La libido: simboli e trasformazioni” e all’allontanamento da Freud, suo maestro.
Autobiografico, raccoglie scritti e immagini, e costituisce un esempio di quello che Jung stesso definirà in seguito “immaginazione attiva”.
Il libro venne inizialmente chiamato Liber Novus ma era conosciuto come Il Libro Rosso.

Ricco di illustrazioni che evocavano immagini fantasmatiche, è considerato un esercizio di “immaginazione attiva”, intesa come strumento di conoscenza ed analisi dell’inconscio.

   

“Gli anni più importanti della mia vita furono quelli in cui inseguivo le mie immagini interiori. A essi va fatto risalire tutto il resto. Tutto cominciò allora, e poco hanno aggiunto i dettagli posteriori. La mia vita intera è consistita nell’elaborazione di quanto era scaturito dall’inconscio, sommergendomi come una corrente enigmatica e minacciando di travolgermi. Una sola esistenza non sarebbe bastata per dare forma a quella materia prima. Tutta la mia opera successiva non è stata altro che classificazione estrinseca, formulazione scientifica (…). “

Rilegato in pelle rossa, trascritto in caratteri gotici, il Libro Rosso include fregi e dipinti fatti da Jung in persona, frutto delle visioni e delle voci che albergavano nella sua testa.
Il libro penetra in un universo parallelo, tutt’oggi in parte incomprensibile, nonostante gli innumerevoli tentativi di interpretazione.
Perché come diceva Jung, il mistero è prezioso e non deve essere necessariamente spiegato: “E’ importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute. L’uomo deve sentire che vive in un mondo che, per certi aspetti, è misterioso; che in esso avvengono e si sperimentano cose che restano inesplicabili. Solo allora la vita è completa”.
L’idea del Libro Rosso gli nacque per via di una premonizione: durante un viaggio in treno vide l’arrivo di un’alluvione che avrebbe interessato l’intera Europa, metafora di quella che sarebbe stata la Prima Guerra Mondiale.

Il libro Rosso è una discesa negli Inferi, in cui è difficile orientarsi e grazie alla “immaginazione attiva”, le immagini dell’inconscio, trovano una forma e significato, in grado di favorire l’autoconsapevolezza.

Oggi “l’immaginazione attiva” è una tecnica ancora in auge presso alcuni terapeuti, lontana da inutili intellettualismi, trova applicazione nella tecnica della “Esperienza Immaginativa” che è possibile sperimentare nell’ambito di una “Psicoterapia con L’esperienza Immaginativa”.
La psicoterapia con l’E.I. si inquadra, in una cornice teorica riconducibile alla psicologia del profondo ed è un modello basato sull’uso privilegiato della produzione immaginativa.
Si ritiene l’“immaginario” luogo centrale di cura e trasformazione; è psicodinamica, perché ha come oggetto di studio l’insieme di meccanismi e processi psichici sottesi al comportamento.
Questa metodologia è un momento creativo “a due”, collocato in un contesto fatto di collaborazione, fiducia e spontaneità, in cui il terapeuta diventa partecipe dei processi creativi del paziente.

Ciò che interessa fare, è portare la persona a una riflessione profonda e a un certo distanziamento dalle proprie azioni, in modo da favorire lo sviluppo della sua emotività e della consapevolezza di sé.
Divenendo sempre più consapevole delle proprie potenzialità, il paziente, adulto o bambino, può quindi costruire un equilibrato e sereno contesto di vita e soprattutto entrare delicatamente in contatto con le proprie emozioni e, in molti casi, a imparare a esprimerle con maggiore libertà.

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LA GIUNGLA SECONDO MIUCCIA

FASHION STORE | PRADA

Prada è anche sperimentazione progettuale su livelli molto elevati. E non solo sulle passerelle.

Per il lancio al pubblico della collezione primavera-estate 2020, il marchio milanese ha allestito un corner-installazione alle Galeries Lafayette di Parigi – presente fino al 10 febbraio – decisamente sbalorditivo, intitolato Hyper Leaves. Un gazebo dalle forme molto tradizionali (da giardino pubblico, da luna park) viene trasposto in forme psichedeliche. Sulla struttura vede brillante vengono sovrapposti ritmicamente tubi al neon. Lo stesso trattamento viene esteso ai pilastri adiacenti. Elemento unificatore dello shop, un tappeto in tinta dal perimetro curvo.

Secondo le recenti tendenze cromatiche nel campo del retail, il verde si sta rivelando un vero colore da guerrilla marketing, dalla forte personalità ma capace di incidere sullo sguardo del visitatore e di adattarsi alla personalità dei brand più diversi.

 

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