Hi-Fi, Wi-Fi! …Li-Fi?

(di Andrea Cacaci) – novembre 2017

Hi-Fi: eravamo molto giovani quando abbiamo iniziato ad imbatterci in questa sigla che pian piano ci diventò familiare. Era l’acronimo dal sapore tecnologico di “alta fedeltà”. Rappresentava un incredibile innalzamento della qualità sonora a cui eravamo abituati in precedenza ed apriva alle nostre orecchie scenari sonori solo sognati.

Col passare degli anni e con la mutazione del mondo da analogico a digitale trovammo sulla nostra strada un altro termine inizialmente oscuro: Wi-Fi.  Stavolta il significato era quello della liberazione dai cavi che ci legavano alle scrivanie (Wi=wires, cavi).  L’arrivo del Wi-Fi cambiava le nostre case e gli uffici in ambienti free, in cui ogni apparato tecnologico poteva vivere indipendentemente dalla posizione degli altri, ogni apparecchio poteva essere dislocato dove si voleva senza considerare le distanze.

Ora il lessico della tecnologia ci mette alla prova con una nuova ed accattivante definizione: Li-Fi.  Cosa vuol dire? E soprattutto: cosa rappresenta?  Il prefisso “Li” sta per Light, quindi il significato è Light Fidelity. Ecco il motivo per cui ne sto parlando: c’entra la luce.

Luce non utilizzata per il suo scopo principale e tradizionale, cioè illuminare, ma per fare altro. Un “altro” così diverso che il Li-fi funziona anche a luce “quasi” spenta. Perché “quasi”? Se l’intensità del flusso luminoso è così bassa che l’occhio umano non riesce a percepirla, il cervello considera quella luce “spenta”, quella bassa intensità è tuttavia sufficiente da essere captata dagli strumenti che la usano per i loro scopi: la trasmissione dei dati.

Le care vecchie lampadine ci avevano abituati ad un flusso costante della luce. Si premeva un interruttore, il filo al tungsteno sentiva il passaggio della corrente elettrica, diventava rapidamente incandescente ed iniziava a produrre energia elettromagnetica. Quella parte di spettro che poteva essere percepita dagli occhi la si chiamava luce, un’altra parte la sentivamo come ondate di calore e un po’ di spettro lo sentivano i nostri abiti che sotto l’effetto degli UV tendevano a sbiadire. In quel flusso non c’era altro.

Già con l’avvento degli apparecchi d’illuminazione con alimentazione elettronica (quindi ancor prima dell’arrivo dei LED), questa semplicità tecnologica e questa costante continuità di flusso furono messe in discussione. Spesso per ottenere un certo risparmio energetico si agiva su una leggerissima discontinuità nella produzione delle onde elettromagnetiche, così lieve da non venir percepita dal nostro cervello, ma che creava di fatto dei buchi nel flusso luminoso: si creava una repentina successione di buio e luce ripetuta all’infinito.

I nostri occhi possono essere ingannati ma non gli strumenti tecnologici: le macchine fotografiche e le videocamere scoprirono subito questo inganno. Fare fotografie o video in ambienti illuminati da lampade che funzionavano con alimentatori elettronici svelava il gioco.  Sui monitor apparivano bande nere orizzontali che corrispondevano ai buchi lasciati vuoti dalla luce. La frequenza del ritmo buio-luce entrava in risonanza con quella delle riprese video, tecnicamente quell’effetto venne definito “flickering”.

Rotella per il rilevamento del flickering

Rotella per il rilevamento del flickering

E’ proprio qui che è intervenuta la ricerca, si è trasformato il flickering da problema in opportunità. La rapidissima sequenza luce-buio, prodotta dagli alimentatori elettronici, è stata portata nel mondo digitale e tradotta nel suo sistema binario 0-1.  La luce elettronica in tal modo può parlare il linguaggio dei computer e si trasforma in un veicolo di dati ed informazioni.

L’arrivo dei LED sul mercato ha ulteriormente spianato questa strada. La luce dei LED è una luce digitale, può essere pilotata e comandata con possibilità infinite. Sfruttando anche gli studi  sulle caratteristiche della percezione visiva umana è stato possibile far compiere al sistema un notevole passo in avanti: si è aggiunto il livello di ricezione del segnale riservato agli strumenti elettronici. Le prossime generazioni di cellulari evoluti saranno capaci di leggere e tradurre le informazioni che vengono veicolate dalla luce anche quando il nostro cervello crederà di essere al buio. Per far trasmettere ad una sorgente un messaggio digitale non occorre che siano coinvolti gli occhi, l’intensità dello spettro elettromagnetico trasmesso può essere ridotto al minimo, tanto da uscire dal campo di sensibilità percettiva umana, ma non da quello degli smartphones.

Che vantaggi ci sono? Il primo e più evidente è la rapidità della trasmissione delle informazioni: stiamo letteralmente parlando della velocità della luce.

Wi-fi addio? Non ancora: tutto questo complesso sistema è per ora usato per il download, per scaricare i dati nei nostri devices. La rete di illuminazione mi permette di far arrivare le mail nel mio telefonino ma non è ancora capace di raccogliere le nostre risposte. C’è ancora ampio spazio di lavoro per i ricercatori di tutto il mondo.

 

Annunci
Tagged with: , , , , , , , , , , ,
Pubblicato su Luce

L’importanza dei colori nell’audiodescrizione per non vedenti

(di Besa Misa) – ottobre 2017

L’audiodescrizione è un servizio che migliora l’accessibilità all’informazione per le persone con disabilità visiva attraverso la traduzione delle immagini in parole.

Consiste nella creazione di un commento audio aggiuntivo che non si sovrappone ai dialoghi o gli effetti sonori e musicali dell’originale e descrive, con sintesi e precisione, un film, un documentario, uno spettacolo teatrale o mostra d’arte. Si possono descrivere l’azione, l’ambientamento, i personaggi, le scene, i costumi e qualsiasi cosa che possa aiutare gli utenti non vedenti o ipovedenti a comprendere meglio il prodotto audiovisivo o lo spettacolo live al quale stanno assistendo.

La qualità dell’audiodescrizione influenza direttamente la qualità del prodotto audiodescritto ed è per questo che il commento audio deve essere oggettivo ma anche ricco di aggettivi che possano in qualche modo trasmettere anche le emozioni scaturite dagli elementi visivi. Le linee guida suggeriscono di non tralasciare le informazioni tattili, spaziali, il movimento, le forme e, per quanto possa sembrare bizzarro, i colori.

Il colore è uno degli elementi visivi più significativi che viene gradualmente interiorizzato dai non vedenti, entrando a far parte del loro vissuto quotidiano. Lo si ritrova per esempio nella scelta dei vestiti da indossare ogni giorno, nella descrizione dell’aspetto fisico delle persone, nella lettura di libri o riviste e nelle espressioni comuni per trasmettere le emozioni come “rosso di vergogna” o “verde di rabbia”. Il colore quindi, pur essendo un concetto astratto, ha una funzione comunicativa e rappresenta un elemento di inclusione molto importante per le persone con disabilità visiva.

Il senso cromatico può essere percepito non solo come la possibilità del sistema oculo-cerebrale di decodificare una particolare lunghezza d’onda alla quale verrà assegnata una determinata etichetta verbale ma anche come un modo per interagire con le emozioni umane. La nostra percezione non è affatto monosensoriale e si può utilizzare il concetto di sinestesia (dal greco σύν αἰσθάνομαι che significa “percepire insieme”) per abbinare il colore alla sensazione che attraversa tutti gli altri sensi, quando è escluso il campo visivo. In questo modo si possono regalare nuove vie d’accesso allo spettro cromatico attraverso le associazioni di determinati colori a sensazioni come il caldo o il freddo, il gusto acre o dolciastro oppure il profumo dell’erba appena tagliata.

La creazione di un codice sinestesico dei colori rappresenta un veicolo significativo di integrazione e permette di comprendere che l’essenza culturale dei colori che nasce da emozioni, esperienze e sensazioni comuni, può essere facilmente condivisa.

E’ questo uno dei concetti di cui una buona audiodescrizione tiene conto per dare pienamente il proprio contributo al supporto, all’integrazione sociale e all’indipendenza culturale dello spettatore cieco o ipovedente.

Bibliografia:
DIODATI M Accessibilità. Guida completa Apogeo, Milano 2007
MAZZEO M., Storia naturale della sinestesia, Quodlibet, Macerata, 2005.
Siti consultati:
http://www.artis-project.it/servizi-per-accessibilita/audiodescrizione/
http://www.notesonblindness.co.uk
http://www.odorisuonicolori.it
http://www.veasyt.com/it/post/audiodescrizione.html
Immagini prese da:
https://www.mirkomontecchiani.com/archives/category/visual-handicap
http://www.yankodesign.com/2010/03/17/color-rubik-cube-for-the-blind/

Besa Misa

Collabora come project coordinator e addetto alle relazioni internazionali presso l’organizzazione non-profit “Cultura&Solidarietà”.

http://www.culturasolidarieta.it

Tagged with: , , , , , , , , , ,
Pubblicato su Comunicazione

Pensare e fare il colore

(di Gianluca Sgalippa) – settembre 2017

Per la NCS Colour italiana, la stagione 2016/17 ha rappresentato una fase particolarmente fertile in campo sia commerciale che comunicativo. Tante esperienze e iniziative ne hanno consolidato non solo l’immagine, ma anche il ruolo nella cultura del colore e nel mondo del progetto più in generale, proprio grazie all’universalità del sistema cromatico che essa propone.

Fra gli highlight più recenti di NCS, troviamo proprio gli strumenti web che state consultando in questo istante: un nuovo sito, l’organo ufficiale per la presentazione del Sistema Cromatico e le attività della sua rappresentanza italiana; e YouColor, il blog destinato alla diffusione della cultura del colore nel senso più ampio e interdisciplinare.

Istituito alcuni anni fa (con un titolo diverso), esso viene sottoposto a un restyling grafico e a una revisione dei contenuti, pur mantenendo un principio definito alle origini: un’articolazione dei temi senza confini “scolastici” e operativi, dove far convergere tanti stimoli, tanti contributi e tanti approcci.

La struttura “editoriale” di YouColor è organizzata in una chiave “open mind”, mantenendo cioè la medesima estensione disciplinare e dei saperi che ha connotato la versione precedente.

Del resto, il colore è frutto di un pensiero e di una pratica. Ed è impossibile irrigidirlo entro confini prestabiliti, tanto nella realtà che osserviamo quanto nella sfera progettuale e creativa. Il colore è simultaneamente percezione fisiologica, cultura e intuizione. Il nostro lettore sfoglierà il nostro magazine aggiungendo alla propria conoscenza, di volta in volta, un contributo nuovo, proveniente da un ambito diverso dal precedente.

Anche se il Sistema NCS®© è caratterizzato da un impianto fortemente razionale, crediamo che questo nostro blog proponga, al contrario e paradossalmente, una visione fluida e dinamica del colore, corrispondente alla galassia delle scelte cromatiche oggi presenti nel mondo della produzione.

Nel creare i paesaggi artificiali della contemporaneità, design e architettura hanno riscoperto le potenzialità semantiche del colore. Tanto i toni neutri quanto quelli saturi, così come quelli fortemente sintetici, sono protagonisti (consapevoli) di gustosi abbinamenti, frutto di un colpo d’occhio intuitivo o di un ragionamento strutturato e “disciplinato”. Nella scena attuale – nella moda, nel design, nella decorazione degli spazi interni o nella colorazione delle facciate – revival e innovazione giocano a pari merito. Mentre l’arredo strizza l’occhio agli anni’50, il colore applicato a nuovi materiali produce effetti di assoluta innovazione visiva.

Da un lato, il Sistema NCS®© si presenta come uno strumento quasi scientifico, caratterizzato da rigore, razionalità e trasversalità; dall’altra YouColor, strumento culturale che, al contrario, intercetta la multiformità e l’imprevedibilità del “pensare” e del “fare” il colore… sembrano seguire due approcci contrapposti ma, proprio per questo, in forte complementarietà. Anzi, è proprio il segmento creativo e applicativo a rivelare le potenzialità di un sistema tanto flessibile quanto smart.

Tagged with: , , , , ,
Pubblicato su Editoriali

Chroma Subsampling

(di Guglielmo Giani) – luglio 2017

Chroma subsampling è una tecnica video (digitale e non) che consente di comprimere il segnale di chroma mantenendo inalterato il segnale di luma.

[nda]
Data la natura tecnica dell’articolo, alcuni termini sono stati lasciati in inglese. L’autore ritiene che le moderne traduzioni non rendano giustizia. In particolare luma (luminanza) e chroma (crominanza) non sono stati tradotti per evitare confusione con unità di misura colorimetriche. La luminanza (luma) e la luminanza (luminance) sono due cose diverse.

Premessa storica
Alla fine degli anni Quaranta e nei Cinquanta era in corso una guerra fra i colossi americani della radiofonia per stabilire quale sarebbe stato il formato televisivo a colori. Timidi tentativi furono stati fatti prima della guerra, ma fu solo con lo sforzo bellico che la tecnologia progredì abbastanza da permettere una ricerca tecnologica su ampia scala. CBS, RCA, Philco ed altri combattevano per il podio a suon di brevetti. Nel 1949 la Federal Communications Commission (FCC) si espresse favorevolmente ad adottare il sistema CBS, che, nonostante la scarsa qualità, utilizzava la stessa banda passante (6 MHz) del segnale in bianco e nero. CBS fu subito scalzata dal gradino più alto del podio quando RCA presentò un sistema retro-compatibile con il ‘vecchio’ segnale televisivo in bianco e nero. RCA riuscì a trovare un sistema per trasmettere entrambi i segnali (bianco e nero e colori) senza utilizzare troppa banda passante.

Gli ingegneri della RCA adottarono un sistema di codifica brevettato nel 1938 da Georges Valensi, un ingegnere francese. Valensi ideò un metodo per convertire il segnale RGB acquisito dalle telecamere in un segnale Yuv, dove Y è la luma, u il segnale di chroma blu e v il segnale di chroma rosso (il segnale di chroma verde viene estrapolato dagli altri due segnali).

Lo spazio colore Yuv
L’utilizzo dello spazio colore Yuv nelle trasmissioni video a colori ha un duplice vantaggio: la retro-compatibilità con gli apparecchi in bianco e nero e la possibilità di comprimere il segnale visivo risparmiando banda passante.

Il segnale televisivo analogico a colori veniva trasmesso su due frequenze diverse: la luma su di un’onda portante a 1.75MHz e la chroma su di un’onda sotto-portante a circa 5.33MHz. Le televisioni in bianco e nero si potevano così sintonizzare sull’onda portante captando la luma escludendo o filtrando la chroma.

 

Immagine 1 – Separazione di un immagine video nei canali Y (luma) Cb (Chroma blu) e Cr (Chroma rosso)

 

La fisiologia del sistema occhio-cervello
L’altro grosso vantaggio dello spazio color Yuv è di poter comprimere il segnale televisivo con un minimo degrado della qualità delle immagini. Dal momento che il sistema occhio-cervello è più sensibile alle variazioni di luminanza piuttosto che di cromaticità, si può sfruttare questo principio per ottimizzare la compressione, dedicando più banda alla luminanza (Y) e meno alla chroma (u e v). Il vantaggio è tale che è tuttora utilizzato in ambito digitali (YCbCr).

Chroma subsampling
Come abbiamo menzionato in apertura, il subsampling viene applicato solo ai dati riguardanti la chroma e non la luma: i valori di luma non vengono compressi o alterati.

La quantità di compressione effettuata dalla chroma subsampling è normalmente indicata con una notazione a tre cifre J:a:b (es. 4:2:2) che descrive il numero di campioni di luma e di chroma in un’area ipotetica di J pixel di larghezza per due pixel d’altezza.

J è la dimensione orizzontale (lo standard è di quattro pixel – a parte l’isolato caso del codec SONY HDCAM a tre pixel), il secondo numero ‘a’ indica quanti colori vengono campionati dalla prima riga ed il terzo numero ‘b’ indica quanti colori vengono campionati dalla seconda riga.

 

Immagine 2 – Esempi di un segnale video RGB sottoposto a chroma subsampling e ricostruito

 

Nonostante ci siano diversi tipi di chroma subsampling, molti dei formati digitali odierni utilizzano uno dei quattro tipi illustrati nell’immagine 2.

4:4:4

Questa è la qualità più alta ottenibili e non contiene subsampling. Ogni pixel conserva i valori di luma e di chroma inalterati. Le videocamere professionali, i sistemi di telecine e gli scanner hanno la capacità di registrare in 4:4:4.

4:2:2

4:2:2 campiona la chroma da due pixel in entrambe le righe. Ciò riduce l’informazione cromatica al 50%. Questo è uno dei subsampling più popolari e si trova nei codec come AVC-Intra 100, Digital Betacam, Panasonic DVCPRO HD, Apple ProRes 422 e XDCAM HD422.

4:1:1

4:1:1 campiona la chroma solo dal primo pixel di entrambe le righe. Ciò riduce l’informazione cromatica al 25%. Questo subsampling si trova nei codec DVCPRO, DVCAM, e nel NTSC DV.

4:2:0

4:2:0 preleva due campioni di cromatura dalla riga ‘a’ e nessuno dalla riga ‘b’. La riga inferiore ‘b’ ottiene le informazioni di chroma dalla riga superiore ‘a’. Ciò riduce le informazioni cromatica a circa il 25. Questo subsampling è comune nei filmati HDV, AVCHD, Apple Intermediate Codec e in molti dei formati video codificati in MPEG utilizzati dalle fotocamere DSLR. I filmati online e le immagini salvati in JPEG utilizzano questo tipo di subsampling.

Per i pixel in cui non viene campionata la chroma, l’informazione cromatica viene prelevata dal pixel adiacente a sinistra o sovrastante. Per esempio nel caso di 4:2:2 i pixel della seconda e della quarta colonna utilizzeranno gli stessi valori di chroma della prima e della terza colonna rispettivamente. Nel caso di 4:1:1 i pixel della seconda, terza e quarta colonna utilizzeranno gli stessi valori di chroma della prima.

Dall’immagine 2 può sembrare che i subsampling 4:2:2 e 4:2:0 comprimano troppo l’immagine e si perda molta informazione cromatica. Questo avviene perché’ gli otto pixel della nostra immagine originale contengono colori molto diversi fra loro. In realtà oggigiorno è altamente improbabile, se non impossibile, che un segnale (soprattutto se ricco di pixel come un’immagine FullHd o 4K) contenga pixel adiacenti così diversi fra loro. Molto spesso le transizioni da un colore ad un altro avvengono su più pixel (anti-aliasing e motion blur). Una campionatura 4:2:0 è indistinguibile da una 4:4:4 se non confrontando i singoli pixel a valori di zoom superiori al 200%. Maggiore è la risoluzione dell’immagine e migliore è la resa del subsampling.

Campionature di alta qualità come 4:4:4 e 4:2:2 vengono utilizzate in fase di post-produzione, color-grading e soprattutto per la chroma key, dove bisogna ritenere il maggior numero di dati cromatici per non incorrere in artefatti dell’immagine quali: banding, clipping delle ombre e dei colori più saturi.

Con l’avvento di servizi di streaming e video on-demand in 4K (Netflix, Amazon Prime e YouTube) la chroma subsampling (insieme ad altri metodi di compressione) gioca un ruolo chiave nel mantenere la quantità di dati trasmessi a valori compatibili con la banda passante delle moderne linee ADSL e delle reti telefoniche 4G.

 

Tagged with: , , , , , , , , , , , , , , , , ,
Pubblicato su Scienza

Colori e Allogazioni

(di Cristina Polli) – giugno 2017

Nel progetto cromatico, più che la scelta del colore in sé, conta il posizionamento degli schemi cromatici nello spazio.
Allogazioni e giustapposizioni contribuiscono a costruire più o meno articolate unità percettive (Aldo Bottoli), necessarie ai nostri bisogni psicofisiologici.
E’ possibile configurare il colore attraverso campiture, listati, fasce, ritmi, pesi, linee di confine, creando un insieme ordinato e ricco, capace quindi di rilassare e, nello stesso tempo, dare diversificate informazioni al cervello.

Allogare il colore implica la conoscenza sia del mondo percettivo, che delle varianti capaci di alterare e influenzare la visione cromatica in un contesto.

Se si giustappone un colore ad un altro, è necessario sapere come e perché essi si influenzino a vicenda, considerando che l’azione dell’affiancare o abbinare due o più colori, comporta relazioni complesse.

“La giustapposizione implica la relazione della parte con il tutto, del locale con il globale (dell’uomo con il mondo), del singolare con il molteplice, della figura con lo sfondo (dell’essere con il suo ambiente di vita) e del particolare con il generale. Il giustapporre è un procedimento basato sull’interazione tra il singolo colore e il contesto, sul rapporto tra differenti che si manifesta sotto forma di contrasto e di assimilazione (adattamento).” (Giuseppe Di Napoli, “Il colore dipinto”,  Bib. Einaudi, TO, 2006, pag, intro. XV)

Sia che si accostino i colori, o che li si configuri mediante inclusioni, intervengono nell’atto percettivo, i condizionamenti dati dal fenomeno di contrasto simultaneo e dall’effetto figura sfondo, dei quali dobbiamo tener conto.

Inoltre gli aspetti psicofisiologici propri delle caratteristiche cromatiche, sempre e comunque collegati alla percezione, inducono aspettative e risposte comportamentali, attivate da parti del nostro cervello.  Attribuiamo al segnale cromatico pesi e dimensioni, che non esistono nella realtà.

Nello schema qui proposto il colore chiaro NCS S 0510-Y20R, per esempio, appare più “leggero” confrontato con il giustapposto NCS S 2070-Y80R, decisamente più cromatico e scuro. E le dimensioni dei due quadrati all’interno delle cornici, appaiono diverse, anche se  sono uguali.

Il contrasto di peso è interessante se lo valutiamo su una campitura estesa, quale potrebbe essere una parete di una stanza.

Nella foto (Scuola di Pombia, NO – arch. C. Polli e Studio 3705) lo schema cromatico della  parete suggerisce all’osservatore di guardare l’elemento saliente, che incuriosisce ed attira non per essere di grandi dimensioni, ma proprio perché più piccolo. L’intero spazio parete sarebbe stato meno interessante se il verde e l’arancione avessero trovato in peso e dimensione uguale partitura.

Anche le linee di confine tra una campitura e l’altra sono significative, basti pensare che l’occhio è attratto dal contrasto e dalle delimitazioni tra aree.


Nello schema, per esempio, l’occhio si sofferma più volte sulle linee di demarcazione tra il rosso e il verde-blu.

Altro motivo di attenzione può essere dettata dal cambio di ritmo. All’interno di uno scenario possiamo collocare colori in sequenza e se desideriamo portare l’osservazione in un punto dello spazio, è sufficiente rompere il ritmo.

Scontato è che queste ed altre considerazioni possibili, valgono nel momento in cui si ha chiaro dove e perché collocare il colore in un contesto. Prima di ogni intervento progettuale servono motivazioni, obiettivi chiari, informazioni sul percetto e sui percettori.

Contatti: cristinapollidesigner.blogspot.com

Tagged with: , , , , , , , , ,
Pubblicato su Architettura

Parole, immagini, colori

(di Luca Talamonti) – maggio 2017

Lo psicologo americano Albert Merhabian, tuttora in vita, condusse nel 1967 uno studio relativo alla comunicazione.

Questo studio diede come risultato il fatto che, in un messaggio veicolato faccia a faccia, dove dunque siano presenti tutti e 3 i livelli della comunicazione, quella non verbale conti per il 55%, quella paraverbale per il 38% e quella verbale solo il 7%.

Si precisa che la comunicazione non verbale è tutto ciò che non esce dalla nostra bocca: da come siamo vestiti, a come ci muoviamo, a quali espressioni facciali utilizziamo.

La comunicazione paraverbale è il modo in cui usiamo la voce: velocità, ritmo, timbro, volume, pause, ecc..

La comunicazione verbale è relativa alle parole che pronunciamo.

Ebbene, questo studio, se applicato alla lettera, relegherebbe l’uso delle parole a un ruolo molto marginale nella comunicazione.

E nonostante lo studio di Merhabian venga ancora spacciato per verità da tanti “esperti di comunicazione”, in realtà è stato frainteso e male interpretato.

A sostenerlo, è lo stesso Merhabian, che afferma “Vi prego di notare che questa e altre equazioni riguardanti l’importanza dei messaggi verbali e non verbali sono state ricavate da esperimenti che si occupano della comunicazione di sentimenti e atteggiamenti (ad esempio, simpatia-antipatia). A meno che un comunicatore non stia parlando dei suoi sentimenti e atteggiamenti, queste equazioni non sono applicabili. Sono ovviamente a disagio per le errate interpretazioni del mio lavoro. Fin dall’inizio ho cercato di spiegare alle persone le corrette limitazioni delle mie ricerche. Sfortunatamente, il campo dei sedicenti “consulenti d’immagine aziendale” o dei “consulenti della leadership” ha numerosi praticanti con pochissime competenze psicologiche”.

In pratica Merhabian afferma che nelle interazioni de visu, solo e unicamente quando si parla di emozioni o sentimenti, se le parole non sono coerenti rispetto alla comunicazione paraverbale e non verbale, queste ultime pesano di più (pensa al classico “quella persona ha detto cose giuste, ma c’è qualcosa che, a pelle, non mi convince…”).

Va da sé, dunque, che le parole che usiamo sono assolutamente fondamentali, tanto quanto il resto della nostra comunicazione.

Le parole sono fondamentali!

E sono fondamentali per un motivo molto semplice: come ti ho spiegato nel mio precedente articolo, il cervello umano è prevalentemente visivo.

Il che significa che, ogni volta che pensa o pronuncia delle parole, a livello inconscio ed emotivo il cervello processa tali parole trasformandole in immagini.

Ovviamente, le immagini che creiamo, inconsapevolmente, sono assolutamente soggettive.

Per esempio, se io dico “correre”, qualcuno può creare un’immagine di un uomo che corre a piedi, uno sciatore penserà a qualcuno sugli sci, un motociclista a una corsa in moto e così via.

Stessa cosa, se pronuncio parole molto importanti, quali “felicità”, “etica”, “amore”.

Del resto, anche la famosa frase “Abracadabra”, vera e propria formula magica usata dagli illusionisti poco prima di realizzare la sorprendente magia, deriva dall’aramaico e significa “Io creerò come parlo”.

Io creerò come parlo!

Ed è proprio così: le parole che usiamo, influenzano il cervello nostro e di chi ci ascolta, determinando buona parte della realtà di cui ci accorgiamo. Creandola, dunque.

Non solo: come si diceva, le parole creano immagini inconsce nel cervello nostro e di chi ci ascolta.

Le immagini creano una particolare chimica cerebrale e, di conseguenza, stati emotivi.

Gli stati emotivi determinano il comportamento delle persone.

Pertanto, scegliere accuratamente le proprie parole, sia che si stia parlando con se stessi, sia con gli altri, è di fondamentale importanza non solo per essere efficaci nella propria comunicazione, ma anche per star bene e far star bene i nostri interlocutori.

Il fatto sorprendente è che, nonostante le immagini inconsce che si creano siano assolutamente soggettive, in base a numerosi studi si è scoperto che determinate parole creano sempre immagini positive, mentre altre richiamano sempre immagini poco piacevoli.

I meccanismi per capire quali parole possono considerarsi sempre positive o energetiche, e quali negative o energivore sono semplici: il primo consiste nel pronunciare la parola e, d’istinto e senza ragionare, verificare se la prima immagine che viene in mente è bella o brutta; il secondo, consiste nell’andare su Google Immagini, scrivere la parola in questione e cliccare il tasto “ricerca”, verificando poi i risultati ottenuti.

Esempi di parole sempre energetiche sono le seguenti: regalo, speciale, amore, passione, bello, facile, utile, giusto per citarne alcune. Allo stesso modo, esistono verbi che creano sempre suggestioni positive: costruire, avanzare, edificare, progettare, decollare e così via.

Fai caso, ora, a tutte le volte che senti queste parole nelle pubblicità, in radio o sui prodotti in vendita al supermercato: è assolutamente voluto!

Interessante è anche notare alcune parole che creano sempre immagini poco piacevoli, perché, di fatto, le usiamo inconsapevolmente molto spesso: problema, difficoltà, crisi, carenze, sacrifici, brutto, inutile. Ugualmente, ecco alcuni verbi di uso frequente da evitare accuratamente: disturbare, rubare, negare, distruggere, soffrire.

Come ti dicevo, a prescindere da quale immagine soggettiva le parole sopra elencate producano, si tratta sempre, nel primo caso, di immagini belle e, nel secondo, di immagini meno belle.

Per usare una metafora sempre in voga, puoi pensare a un iceberg: come sai, la parte che emerge dall’acqua è solitamente quella visibile e più piccola, mentre quella che sta sotto l’acqua è quella invisibile e più grossa.

Ciò che sta sotto è la parte più importante!

Ecco, la semplice parola scritta o pronunciata equivale alla parte visibile dell’iceberg, mentre l’effetto che produce nel cervello, cosa ben più importante, è la parte invisibile dell’iceberg.

Ora, ti invito a sperimentare quanto appena spiegato, giocando con le parole e con la tua mente.

La scoperta sorprendente che farai riguarda anche i colori e la luminosità: nella stragrande maggioranza dei casi, noterai che le parole e i verbi energetici danno origine a immagini luminose e dai colori accesi, vivaci e piacevoli. Viceversa, le parole e i verbi energivori creano immagini cupe, poco illuminate e con tonalità scure o addirittura in bianco, nero e, a volte, grigio.

Interessante, vero?

Già, perché questo dimostra, ancora una volta, l’importanza fondamentale dei colori, nei nostri pensieri e nella realtà intorno a noi.

Vivere pensieri a colori e circondarsi di persone “colorate” e oggetti vivaci, aiuta il nostro cervello a produrre le giuste sostanze chimiche che ci fanno stare bene, sempre e in ogni ambito.

Dunque, oltre a circondarti delle giuste cose e persone, ti invito a fare un po’ di pulizia linguistica, nelle parole che pronunci e in quelle che, semplicemente, pensi: i vantaggi che otterrai saranno innumerevoli e molto potenti!

 

Tagged with: , , , , , , , ,
Pubblicato su Comunicazione

Valori oltre il colore – Il colore nelle finiture murali

(di Luciano Merlini) – aprile 2017

La scelta di un colore, sia esso quello di un capo di abbigliamento, di un oggetto, di un’auto, di un accessorio, ecc, – cioè di qualsiasi cosa presupponga la possibilità di esercitare una preferenza in questo senso – è per lo più legata a gusti personali.
Gusti personali che, in tema di colore, non sono riconducibili al semplice aspetto visivo, in quanto coinvolgono la psicologia di ognuno di noi: un colore, infatti, ci piace perché ci fa sentire…, perché ci da una sensazione di…, perché ci ricorda…, perché…
Insomma, mille e un motivo, intimi e soggettivi, per preferirlo.

Questa riflessione non è certo una novità, ma nella circostanza ci è utile per introdurre l’argomento di oggi e cioè che in alcuni casi si deve avere la capacità di andare oltre il semplice “mi piace”, non per prescinderne totalmente, ma per affrontare la scelta di un colore secondo prospettive più aperte.

Stiamo parlando dei colori in architettura e nell’interior design e più specificamente dei valori differenti che essi assumono nelle finiture murali destinate all’interno (spazi abitativi) e all’esterno (facciate).

Valori differenti per le due casistiche e che ci portano a definire il colore destinato alla decorazione di pareti in interno come “colore privato” e quello destinato all’esterno come “colore pubblico”.

Concetti che i professionisti del settore (progettisti, architetti, designer, applicatori, ecc.) conoscono bene, ma che sappiamo quanto siano spesso difficili da far comprendere alla committenza.

COLORE “PRIVATO” e COLORE “PUBBLICO”

Perché colore “privato”.

Perché in interno il colore delle pareti – componente di grande rilevanza in termini di arredo, comfort, accoglienza e vivibilità – risponde in tutti i sensi ai valori intimi e soggettivi di cui accennavamo in precedenza, per cui la sua scelta è di carattere strettamente personale in quanto riguarda una persona, una famiglia o comunque un nucleo limitato di persone.

Al contrario – ed è il tema di oggi –  definiamo colore “pubblico” quello destinato agli esterni, in quanto coinvolge aspetti e realtà ben più ampie e complesse.
Sceglierlo, quindi, presuppone anche una certa dose di  “responsabilità”.
Vediamo perché.
Innanzitutto perché in questi casi il colore, essendo chiamato ad interpretare e possibilmente ad  esaltare lo stile architettonico di un edificio, contribuisce a valorizzarlo: sia da un punto di vista estetico, sia economico.
E questa come prima argomentazione pratica, dopo di che, però, un edificio rappresenta in una certa misura anche chi lo abita, perché si tende a identificare in una casa anche una certa tipologia di persone.
Un piccolo inciso a questo proposito: potrebbe anche essere che l’occhio meno attento non noti una casa ben tenuta e con i giusti colori, ma certo non gli sfugge una casa malconcia o trasandata.
Fin qui, comunque, argomenti che riguardano solo ed esclusivamente un edificio nel suo specifico.

Ma c’è un aspetto che apre verso altre considerazioni, e cioè che nessuno di essi è “nel nulla” e tutti sono contestualizzati in un paesaggio, urbano o meno che sia.

Che cosa significa questo?
Significa che il colore di un qualsiasi edificio, fatte salve le ovvie eccezionalità, deve tendere ad armonizzare con il contesto in cui è inserito, nel rispetto di se stesso ma anche del comprensorio circostante.
Una contro-prova.
Supponiamo che stessero ridipingendo la facciata del palazzo a fianco della casa in cui abitiamo utilizzando tinte brutte o disarmoniche: la nostra casa ne resterebbe immune?
Oppure che impressione ci susciterebbe uno chalet in montagna realizzato con colori… “techno”?
Ancora una volta, però, siamo nel campo dell’estetica, sebbene, per ciò che abbiamo visto, un’estetica certo non fine a se stessa.

Andando oltre, infatti, il colore di un edificio – e ancor più l’insieme dei colori di diversi edifici – ricopre anche un valore sociale, in quanto entra a far parte di un “territorio” e  contribuisce a caratterizzarlo.
Un territorio composto di cose ma soprattutto di persone sulle quali, il fatto di vivere in un contesto gradevole e curato, può esercitare un positivo spirito di appartenenza e stimolarle ad assumere comportamenti di maggior rispetto.

Ma qui entriamo in campi che non mi competono, per cui non è il caso di dilungarci.

In sintesi, ciò che si vuole mettere in evidenza, è l’importanza dei colori – dalla loro bellezza intrinseca fino all’incidenza che possono avere nel nostro quotidiano – per cui, quando “tocca a noi sceglierli”, dobbiamo affrontare questo esercizio con piacere ma anche con la consapevolezza che il colore non è qualcosa che semplicemente si vede, ma che coinvolge anche i nostri interessi e il nostro benessere: i nostri e qualche volta anche quelli degli altri.

In questo senso – per quanto riguarda gli interni – chiederci che tipo di sensazioni vogliamo trasmetta un determinato ambiente, oppure – per gli esterni – fare una valutazione cromatica del paesaggio o delle eventuali costruzioni limitrofe, rappresenta un’ottima base di partenza per restringere il campo di scelta e per orientarci nella miriade di tinte disponibili.

Dopo di che, proprio in considerazione della vasta proposta cromatica che offre il mercato, ci resterà comunque e sempre un ampio ventaglio di possibilità, nell’ambito del quale scegliere i colori da utilizzare.
Colori non a caso al plurale, perché se una singola tinta ha una forte capacità di “comunicare”, un coordinato cromatico, composto di più tinte in armonia, amplifica queste peculiarità.

Luciano Merlini

Owner della Merlini e Associati – Milano
Projects of Color Design and Color Communication

CONTATTI:
l.merlini@merlinieassociati.com

Tagged with: , , , , , , , , ,
Pubblicato su Mercato