Il libro rosso

(di Tiziana Vernola) – febbraio 2020

Il rosso è un colore considerato potente e dominante, simboleggia l’energia, attira la nostra attenzione, e nelle persone più sensibili può suscitare tensione e agitazione interna.
Ciononostante questo colore è espressione di slancio, velocità, potere e gioia, ma anche di pericolo e passione, sessualità e amore romantico.
Questo colore è talmente ricco di significati, che non è sfuggito all’attenzione dello psichiatra svizzero Carl Gustav Jung che tra il 1913 e 1930, che scrisse e illustrò il “Libro Rosso”, o “Liber Novus (“Libro Nuovo”), un’opera di 205 pagine, pubblicata poi, nel 2009.

Jung iniziò a lavorare al Libro Rosso a seguito di una personale crisi esistenziale che lo colse dopo la pubblicazione di “La libido: simboli e trasformazioni” e all’allontanamento da Freud, suo maestro.
Autobiografico, raccoglie scritti e immagini, e costituisce un esempio di quello che Jung stesso definirà in seguito “immaginazione attiva”.
Il libro venne inizialmente chiamato Liber Novus ma era conosciuto come Il Libro Rosso.

Ricco di illustrazioni che evocavano immagini fantasmatiche, è considerato un esercizio di “immaginazione attiva”, intesa come strumento di conoscenza ed analisi dell’inconscio.

   

“Gli anni più importanti della mia vita furono quelli in cui inseguivo le mie immagini interiori. A essi va fatto risalire tutto il resto. Tutto cominciò allora, e poco hanno aggiunto i dettagli posteriori. La mia vita intera è consistita nell’elaborazione di quanto era scaturito dall’inconscio, sommergendomi come una corrente enigmatica e minacciando di travolgermi. Una sola esistenza non sarebbe bastata per dare forma a quella materia prima. Tutta la mia opera successiva non è stata altro che classificazione estrinseca, formulazione scientifica (…). “

Rilegato in pelle rossa, trascritto in caratteri gotici, il Libro Rosso include fregi e dipinti fatti da Jung in persona, frutto delle visioni e delle voci che albergavano nella sua testa.
Il libro penetra in un universo parallelo, tutt’oggi in parte incomprensibile, nonostante gli innumerevoli tentativi di interpretazione.
Perché come diceva Jung, il mistero è prezioso e non deve essere necessariamente spiegato: “E’ importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute. L’uomo deve sentire che vive in un mondo che, per certi aspetti, è misterioso; che in esso avvengono e si sperimentano cose che restano inesplicabili. Solo allora la vita è completa”.
L’idea del Libro Rosso gli nacque per via di una premonizione: durante un viaggio in treno vide l’arrivo di un’alluvione che avrebbe interessato l’intera Europa, metafora di quella che sarebbe stata la Prima Guerra Mondiale.

Il libro Rosso è una discesa negli Inferi, in cui è difficile orientarsi e grazie alla “immaginazione attiva”, le immagini dell’inconscio, trovano una forma e significato, in grado di favorire l’autoconsapevolezza.

Oggi “l’immaginazione attiva” è una tecnica ancora in auge presso alcuni terapeuti, lontana da inutili intellettualismi, trova applicazione nella tecnica della “Esperienza Immaginativa” che è possibile sperimentare nell’ambito di una “Psicoterapia con L’esperienza Immaginativa”.
La psicoterapia con l’E.I. si inquadra, in una cornice teorica riconducibile alla psicologia del profondo ed è un modello basato sull’uso privilegiato della produzione immaginativa.
Si ritiene l’“immaginario” luogo centrale di cura e trasformazione; è psicodinamica, perché ha come oggetto di studio l’insieme di meccanismi e processi psichici sottesi al comportamento.
Questa metodologia è un momento creativo “a due”, collocato in un contesto fatto di collaborazione, fiducia e spontaneità, in cui il terapeuta diventa partecipe dei processi creativi del paziente.

Ciò che interessa fare, è portare la persona a una riflessione profonda e a un certo distanziamento dalle proprie azioni, in modo da favorire lo sviluppo della sua emotività e della consapevolezza di sé.
Divenendo sempre più consapevole delle proprie potenzialità, il paziente, adulto o bambino, può quindi costruire un equilibrato e sereno contesto di vita e soprattutto entrare delicatamente in contatto con le proprie emozioni e, in molti casi, a imparare a esprimerle con maggiore libertà.

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LA GIUNGLA SECONDO MIUCCIA

FASHION STORE | PRADA

Prada è anche sperimentazione progettuale su livelli molto elevati. E non solo sulle passerelle.

Per il lancio al pubblico della collezione primavera-estate 2020, il marchio milanese ha allestito un corner-installazione alle Galeries Lafayette di Parigi – presente fino al 10 febbraio – decisamente sbalorditivo, intitolato Hyper Leaves. Un gazebo dalle forme molto tradizionali (da giardino pubblico, da luna park) viene trasposto in forme psichedeliche. Sulla struttura vede brillante vengono sovrapposti ritmicamente tubi al neon. Lo stesso trattamento viene esteso ai pilastri adiacenti. Elemento unificatore dello shop, un tappeto in tinta dal perimetro curvo.

Secondo le recenti tendenze cromatiche nel campo del retail, il verde si sta rivelando un vero colore da guerrilla marketing, dalla forte personalità ma capace di incidere sullo sguardo del visitatore e di adattarsi alla personalità dei brand più diversi.

 

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Il colore si fa spazio

(di Gianluca Sgalippa) – gennaio 2020

Da alcuni anni a questa parte, nel mondo del progetto, la ricerca cromatica sembra essere diventata un atto imprescindibile, a tutte le scale. Dalle facciate dei nuovi edifici fino ai piccoli spazi interni, la creazione di un manufatto architettonico viene sempre più vissuta come una vera e propria composizione cromatica, sia bidimensionale (il prospetto) che tridimensionale (un ambiente con qualunque destinazione). Ma come accade sia nella pittura figurativa che nell’astrattismo, l’uso del colore non è assoluto: esso trova un senso se relazionato alla luce e alla geometria.

L’attività formativa di NCS Colour Center Italia, da tempo impegnata nella divulgazione specialistica della cultura cromatologica, fornisce ampie argomentazioni in merito sia attraverso strumenti scientifico-disciplinari sia attraverso vaste esemplificazioni progettuali. Ne scaturisce un panorama creativo assai fervente che supera il total white del ventennio di fine secolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

In fatto cromatico, non esistono vere e proprie tendenze dominanti. Anzi, l’unica tendenza consiste proprio nel far convivere tanti indirizzi del gusto, con una gamma di scelta assai vasta e disinibita. Il nostro ruolo, in questa sede, può limitarsi a registrare entusiasticamente (e in generale) questo fenomeno, oltre ad alcune rilevazioni di un certo interesse, che riportiamo qui di seguito, a titolo più metodologico che manualistico.

Un accostamento assai ricorrente nell’interior – e non solo – è l’abbinamento tra i toni del verde e quelli del rosa, ricordando che si tratta di due tinte opponenti. La seconda, anche usata da sola, rappresenta addirittura un vero e proprio trend: colore coraggioso, al rischio della nausea, è stato riscoperto da poco, a dispetto della sua tradizionale valenza femminile.

 

 

 

 

 

 

 

 

Altre palette ampiamente sdoganate riguardano l’arco cromatico tra blu e verde. Da sempre accusati di essere “freddi” e, per questo, poco adatti allo spazio interno, sono oggetto di interessanti esplorazioni. Il loro uso riguarda soprattutto le tonalità più desaturate e chiare, che danno luogo a effetti vellutati e metafisici.

Senza riferimento a tinte specifiche, dobbiamo ricordare che sta riprendendo piede gli accostamenti a contrasto. E qui il gioco diventa perfino divertente, come se lo spazio fosse una tela pittorica. Colori primari, nuance pastello, tinte acide e toni neutri partecipano a un processo creativo (cui il Sistema NCS fornisce però basi razionali e scientifiche) pressoché illimitato.

In termini più estremi, lo studio del colore può dare luogo a esperienza di tipo addirittura immersivo, specialmente se si tratta di spazi monocolore: l’emozione dell’utente si sprigiona soprattutto di fronte all’annullamento delle coordinate spaziali.

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COLORE DI QUARTIERE

URBAN ART | AMSTERDAM HEESTERVELD

 
Il quartiere residenziale di Heesterveld, situato nell’hinterland meridionale di Amsterdam, è un vero e proprio incubatore di progettazione partecipata. Qui ogni creativo (grafici, musicisti, artisti visivi, dj, ecc.) mette a disposizione le proprie competenze per la qualificazione dell’ambiente collettivo e della socialità. Chiaramente in senso multidisciplinare.

Tra attività culturali e intrattenimento, quell’area non soffre il degrado che normalmente accompagna le periferie. Fa parte di quel programma anche l’intervento cromatico per il restyling delle facciate di una delle quattro corti che compongono il quartiere. Progettato da Floor Wesseling, consiste nell’applicazione di enormi strisce colorate sui pannelli prefabbricati preesistenti.

Quegli spazi a tinte vivaci, ora, sono lo sfondo di manifestazioni di vario tipo, sia diurne che serali. Insomma, hanno rappresentato l’innesco della vera vitalità di quell’area.

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PASTELLO SOFFICE

FURNITURE DESIGN | DERLOT

Il talento di Alexander Lotersztain, giovane progettista australiano, sta dando filo da torcere al mondo del design europeo. Con Derlot, la linea sua linea d’arredo autoprodotta, propone elementi dal mood contemporaneo, dal forte appeal formale e tipologico.

Il marchio ha appena lanciato Tetromino Soft, una collezione di imbottiti componibili, costituita da un abaco di elementi di formati diversi ma dalle geometrie molto semplici, con spigoli a doppia aletta.

Del tutto insolita la compilazione della palette cromatica. Lotersztain sceglie numerose tinte, tutte di tono pastello. I colori appaiono luminosi e brillanti, tuttavia senza eccesso di saturazione. Ciò si pone in controtendenza rispetto al trend dei tessuti da divano nei toni del grigio (preferibilmente scuro) o della pelle nera.

Il tessuto delle sedute è a effetto tema, mentre i cuscini supplementari sono in velluto.

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Luce del nord

(di Andrea Cacaci) – novembre 2019

Nel 1914 lo scrittore tedesco Paul Scheerbart pubblica un libro dal titolo “Architettura di vetro”. Scritto sotto forma di trattato di architettura ebbe un discreto successo tanto da essere recensito da Walter Beniamin e influenzò in qualche modo l’allora giovane architetto espressionista tedesco Bruno Taut, col quale Scheerbart ebbe una fitta corrispondenza nel suo ultimo anno di vita.

Nel 1914 si conoscevano così bene le influenze e gli influssi della luce sui nostri comportamenti che Scheerbart li dava quasi per scontati:  “Non si può certo contestare che una magnifica architettura di vetro eserciti sui nervi un influsso quanto mai benefico”. “Alla luce troppo chiara ed intensa dobbiamo in parte il nervosismo della nostra epoca. La luce smorzata dai colori ha un effetto tranquillizzante sul sistema nervoso. Perciò essa viene consigliata dagli specialisti in malattie nervose e usata come metodo terapeutico in molte case di cura”. “Non dobbiamo dunque mirare a un aumento dell’intensità della luce. La luce che abbiamo è già troppo forte e ormai insopportabile. La luce smorzata è ciò a cui dobbiamo mirare. Non “più luce!” Ma “più luce colorata!” Dev’essere il nostro motto”. (1)

Luce colorata, smorzata che si contrappone alla luce troppo chiara ed intensa. Sembra quasi che Scheerbart parli delle differenze tra la luce solare diretta, estremamente intensa e bianchissima (perché composta dalla pienezza dello spettro senza sbilanciamenti cromatici) e la luce della volta celeste, proveniente dal nord, composta soprattutto dalla parte “bassa” dello spettro cromatico  quindi dominata dai toni dell’azzurro e del viola (fig. 1).

Fig. 1 – Composizioni spettrali della luce del nord (in blu), della luce solare a mezzogiorno (in giallo), e della luce del tramonto (in arancio). Diagramma grafico dell’autore.

Anche la luce del tramonto, così come quella dell’alba, hanno dominanti cromatiche prevalenti: il rosso, l’arancio e il giallo. Tuttavia a differenza dell’azzurra luce del nord, la luce rossa del tramonto la troviamo in ristrettissime fasce orarie. La luce azzurra invece è disponibile per tutto il giorno. L’unica limitazione al suo utilizzo è data dall’esposizione delle finestre e delle vetrate che devono guardare a nord.  Scheerbart non parla di esposizione prevalente in quanto le architetture che immaginava erano completamente vetrate.

Le doti della luce del nord sono da sempre state scoperte ed apprezzate soprattutto dagli artisti.  Anche lo stesso Le Corbusier, strenuo sostenitore delle proprietà terapeutiche e salutistiche della luce del mezzogiorno, al momento di progettare l’atelier di pittura del suo amico Amédée Ozenfant preferì l’esposizione verso la luce del nord tramite grandi vetrate e anche, nel progetto originario, di shed in copertura che andavano a catturare la fredda e costante luce della volta celeste, ideale per il lavoro del pittore (2).

La luce del nord non si porta dietro la presenza ingombrante del sole, con i suoi raggi orientati e le ombre nette. La sorgente della luce del nord è la volta celeste, diffusa e costante per gran parte della giornata ed anche dell’anno, priva di ombre nette e contrasti nitidi, ideale per quelle attività come gli studi dei pittori che hanno bisogno di condizioni luminose stabili nel tempo.

Esempio eclatante è lo studio di Jan Vermeer. Di lui non sappiamo quasi nulla di certo, non ha lasciato né scritti né documenti autografi se non le sue opere che tuttavia risultano estremamente eloquenti riguardo gli argomenti che ci interessano: la luce e la sua provenienza (3).  Da dove prendeva luce il suo atelier?  Molto probabilmente dal cielo del Nord.  Quasi tutti i suoi quadri sono ambientati dentro interni domestici. Quasi sempre con la luce proveniente dalla sinistra, molto spesso con le finestre che campeggiano nell’inquadratura. Mai un raggio di sole entra direttamente e nettamente nelle sue tele. Anche quando la luce vi entra copiosa (come nel “Soldato con ragazza sorridente”) ha le caratteristiche distintive della luce del nord: diffusa, omogenea, priva di ombre nette, illumina ovunque anche le aree che non colpisce direttamente. Lascia allo sguardo la possibilità di afferrare alcuni dettagli anche nelle aree in penombra.

Jan Vermeer, Soldato con ragazza sorridente, Frick Collection, New York (foto Wikimedia di pubblico dominio).

Il prezzo che ci chiede la luce del nord è di subire il fascino del suo colore prediletto: il blu.

Andiamo a riguardare lo schema della fig. 1: la composizione spettrale della luce proveniente dalla volta celeste è tutta dominata dalle onde a frequenze ridotte, inferiori ai 500 nanometri, quindi tutti i blu fino ai porpora ed oltre, verso l’ultravioletto. Inevitabile che siano questi i toni che emergono con più forza e bellezza dai quadri di Vermeer. Inevitabile che il pittore stesso pagasse questo pegno attratto dalla bellezza della resa di quel pigmento.  Di che colore sarebbe potuto essere il turbante della protagonista del suo quadro più famoso?

Jan Vermeer, Ragazza con Turbante, Mauritshuis L’Aia (foto Wikimedia di pubblico dominio)

E gli abiti dei protagonisti dei quadri gemelli: “l’astronomo” e “il geografo”?  Per non parlare poi delle gonne delle ragazze con le brocche di latte e d’acqua. Blu, in tutte le sue sfumature e tonalità.

Jan Vermeer, L’astronomo, Museo del Louvre, Parigi (foto Wikimedia di pubblico dominio).

Jan Vermeer, Giovane donna con una brocca d’acqua, Metropolitan Museum of Art, New York (foto Wikimedia di pubblico dominio).

Il conto era “salato”, non solo metaforicamente: il blu, nel XVII secolo era un colore carissimo da ottenere. Tanto da ridurre quasi in miseria il nostro per l’uso estensivo che ne faceva (3). Il blu migliore si otteneva macinando una pietra dura semipreziosa, il lapislazzuli. Pietra carissima sia per le difficoltà d’estrazione sia per la lavorazione necessaria per ridurla in pigmento (4).  Proveniente dalla Cina e dall’Iran (5), in pratica era un prodotto di importazione dalle aree coloniali in cui i mercanti olandesi avevano il predominio commerciale. Sempre dalle colonie provengono anche i nuovissimi pigmenti luminescenti usati da Vermeer per la prima volta in uno dei suoi dipinti più conosciuti: “la lattaia” (6).

Jan Vermeer, La lattaia, Rijksmuseum, Amsterdam (foto Wikimedia di pubblico dominio).

Seguendo i meccanismi della visione sappiamo che ogni oggetto assorbe la luce visibile e riemette verso i nostri occhi la sensazione del suo colore.  In alcuni casi la luce assorbita è riemessa come luce di colore diverso, fenomeno che la meccanica quantistica chiama ”luminescenza”. La luce riemessa, influenza il colore finale del pigmento e la sua luminosità (6).

Tornando di nuovo allo schema della fig. 1 notiamo che una parte importante della composizione spettrale della luce del nord è occupata dagli “ultravioletti”. E’ proprio questa la parte di luce non visibile che nell’incontro con i pigmenti luminescenti crea dei flussi luminosi particolarmente brillanti, fluorescenti diremmo.  Vermeer non ci ha lasciato scritti o documenti certi, quindi anche in questo caso possiamo solo immaginare il suo sguardo nell’osservare l’incredibile brillantezza dei colori che esce dai suoi dipinti grazie alla luce del nord.

 

Note:
1  Paul Scheerbart ARCHITETTURA DI VETRO. Adelphi
2  Link al progetto dell’Atelier Ozenfant di Le Corbusier: https://en.wikiarquitectura.com/building/ozenfant-house/
3  Gustaw Herling LE PERLE DI VERMEER Fazi Editore
4  Link al trailer estratto dal film “La ragazza con l’orecchino di perla”: https://youtu.be/qXf4C1rM5Q4
5  Michel Pastoreau BLU. Ponte alle Grazie
6  Adriano Zecchina ALCHIMIE NELL’ARTE Zanichelli.

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ARCOBALENO SUBACQUEO

ARCHITETTURA | MONTECARLO


Victor Vasarely, uno dei padri della Op Art, ha sempre mantenuto un’attività multidisciplinare, che spesso ha sconfinato nel campo architettonico.

Fra le sue numerose commissioni pubbliche, la più sbalorditiva – ma anche fra le meno conosciute – è sicuramente la piscina Hexa Grace, creata nel 1979. Situata sul tetto dell’Auditorium Rainier III nel Principato di Monaco, la enorme vasca esagonale si affaccia sul Mar Mediterraneo. Il pattern della pavimentazione interna, fino alle piastrelle rombiche, segue la geometria perimetrale, basata sugli angoli di 60°.

L’universo grafico del pittore ungherese è immediatamente riconoscibile. La percezione dell’opera è strettamente legata ai principali caratteri fisici del contesto: forte inclinazione del suolo e grattacieli. Ma il vero colpo d’occhio sta nelle vedute aeree e satellitari: dalla mappa di Google un arcobaleno esagonale “buca” la Costa Azzurra.

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