Il colore dell’arte portatore di armonia

(di Tiziana Vernola) – febbraio 2019

“Sto chiuso tutto il giorno, respiro la stessa aria, la stessa puzza de fogna che stava dentro a quei reparti, facevo la stessa vita che fanno i pazienti per cui… io infermiere so’ matto come loro. Questa è l’istituzione”. (Dal docu-film Padiglione 25)

La Legge Basaglia (Legge 13 maggio 1978, n.180 – “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”) arriva infatti al culmine di una rivoluzione culturale esplosa il 13 maggio 1978, data in cui vengono chiusi i manicomi, luoghi di degrado e violenza fisica e psicologica, somministrata ai danni di persone che invece di essere recuperate e curate nel rispetto della loro dignità e potenzialità, venivano maltrattate al limite della sopportazione umana.
Questa legge, segna un cambiamento epocale, perché portando alla chiusura dei manicomi ha segnato una svolta nel mondo dell’assistenza ai pazienti psichiatrici, un distacco con il passato dalla quale non si può che proseguire sulla via della ricerca e del rispetto della dignità.  “Perché aprire l’Istituzione non è aprire una porta, ma la nostra testa di fronte a questo malato”.

Il gardanne – Paul Cezanne

Oggi, 40 anni dopo, sulla scia di questo cambiamento di prospettiva, è stato inoltre implementato il “dialogo” tra struttura che ospita, e il malato, sia durante la sua degenza, sia nel suo espletare attività burocratiche come prendere appuntamento per una visita.
In questa ottica un intervento cromatico adatto e un arredamento con quadri o fotografie che abbiano appropriate caratteristiche cromatiche ed immagini evocatrici di una armonia interna, in tali strutture, ha un potere terapeutico aggiuntivo, e può favorire e accelerare il recupero della salute, facilitando uno stato di benessere psicofisico.
La scelta di quadri che ritraggono paesaggi, come quelli di Cezanne per esempio, o fotografie su pareti colorate, non è casuale, in quanto diversi studi scientifici hanno evidenziato come alcuni colori e determinate immagini rappresentate, possano essere più adatte di altre, quando si voglia non solo mettere a proprio agio una paziente, ma soprattutto creare una condizione psicologica armonica e serena, in cui ci si possa sentire meglio in contatto con le proprie emozioni, che divengono più vive, presenti, energetiche, e tollerabili.

 
La casa blu – Marc Chagall

Infatti, non è solo la quantità di luce presente nell’ambiente a favorire l’armonia corpo – mente e il comfort, bensì la corretta distribuzione dei colori e delle opere artistiche presenti nelle strutture che ospitano il malato, e dei rapporti delle stesse con le superfici adiacenti.
L’arte può quindi coi suoi colori e forme, condizionare profondamente e positivamente un soggetto, dato che, a differenza del “sogno”, quest’ultima, così come il motto di spirito, è un prodotto sociale: “essa si avvale di una particolare concezione del mondo e si colloca in un sistema culturale sociale che determina i modi della produzione e della ricezione di significati”.
L’esperienza dell’essere a contatto con i quadri costituisce un’esperienza esistenziale poiché permette al soggetto di entrare in contatto con parti profonde del proprio se, portatrici di armonia e bellezza psichica, talora sconosciute, che si sia fruitore o artista.
Per esempio, quest’ultimo, per Freud, è colui che si distacca dalla realtà poiché non riesce ad adattarsi alla rinuncia e al soddisfacimento pulsionale che la realtà pretende, e lascia che i suoi desideri di amore e di fama si concretizzino nella fantasia della sua produzione artistica.

“L’artista rivolge la propria attenzione all’inconscio nella sua psiche, spia la sua possibilità di sviluppo e ne da un’espressione artistica, in luogo di reprimerla con la critica cosciente” (Freud, 1907).

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Nominare il colore

(di Cristina Polli) – gennaio 2019

Entrare in un negozio di abbigliamento e chiedere, per favore, di farci vedere un cappotto marrone, rientra nella normalità. E’ semplice utilizzare, nella vita di tutti i giorni, una comunicazione riferita ai colori, che spazia da fantasiosi abbinamenti a complicati voli pindarici. Salvo poi non comprendersi con la commessa del negozio che ci propone marroni che non ci piacciono o che non percepiamo allo stesso modo. “Un po’ più scuro?? Un po’ meno castagna?”

Quando denominiamo i colori, la nostra percezione si basa su categorie linguistiche. Memorizziamo la categoria anziché la sensazione (Davidoff ed Ostergaard, 1987), per cui un “marrone”, per esempio, diviene il referente di “un’intera famiglia di marroni”.
Nell’ambito di studi linguistici e antropologici, attraverso l’ipotesi riduzionista, a contrasto con quella del relativismo linguistico,  Berlin e Kay (1958 -1969) dimostrano che esiste un numero limitato di nomi chiave, undici per l’esattezza, universali, le cosiddette “ categorizzazioni monolexemiche” o a nome singolo, che – come direbbe la Ronchi (2000) – aprono una “finestra naturalistica sul mondo della percezione”.
In effetti tali ricerche vennero supportate negli anni successivi da altri studi sia in campo strettamente linguistico, che psicologico e neurofisiologico.

“Confrontando, in una ricerca empirica, i significati dei termini di colore secondo i parlanti di venti lingue diverse e allargando in seguito il quadro, a partire da dati bibliografici pregressi, ad altre settantotto lingue senza alcun particolare nesso generico fra loro, i due studiosi sono arrivati a dimostrare come in tutte le lingue del mondo si trovino, al di là delle possibili differenze lessicali, undici termini fondamentali a cui tutti gli altri possono essere ricondotti.” (M. Agnello, pag. 50)

Il lessico di base analizzato trascende le differenze linguistiche e si fonda su principi percettivi, biologici e fisiologici universali, per cui il significato dei termini di colore di tutte le lingue del mondo pare avere le stesse regole semantiche; tutte le lingue possiedono almeno due termini per indicare il bianco e il nero, a seguire se i termini di base diventano tre, il terzo elemento sarà sempre rosso e così via, in una scala così ordinata: nero, bianco, rosso, verde, giallo, blu, marrone, porpora, rosa, arancio, grigio. La scala segue l’evoluzione antropologica.
Al di là delle possibili considerazioni sulla collocazione delle ipotesi di Barlin e Kay, per lo più di stampo naturalistica e di fatto opposta a quella culturalista, dubbiosa sui metodi di ricerca utilizzati dagli studiosi, l’analisi interessò, negli anni a seguire, storici e antropologi, che l’utilizzarono per ulteriori sviluppi, comprendendovi aspetti prettamente culturali.
Le categorizzazioni linguistiche sono a tutti gli effetti un fatto culturale.
Nel momento in cui ci approcciamo al progetto e alla gestione, comunicazione del colore, le categorizzazioni non ci sono più d’aiuto e dobbiamo riferirci ad un naming appropriato, connesso alla percezione del colore – che valuta la componente cromatica considerandone tinta,  chiarezza e  cromaticità –  e che si avvale di notazioni precise, facilmente governabili e comunicabili.

Riprendiamo l’esempio del marrone. Un colore, per altro e non una tinta.
Il marrone che colore è?
Se consideriamo il Sistema NCS ed osserviamo il cerchio cromatico, ove vengono collocate le quaranta tinte, di sicuro non possiamo trovare quello che siamo soliti chiamare marrone, di qualsiasi natura tale marrone sia. Dobbiamo entrare nella sezione verticale dello spazio dei colori per scoprire che di marroni ne esistono parecchi, ma sono colori – le cosiddette nuances – ovvero tinte con diversi gradi di bianchezza, nerezza e cromaticità.
Prendendo il piano di tinta Y50R, estrapolo alcuni colori (I colori riportati sono indicativi. Per visionare i campioni effettivi al fine di un qualsiasi riscontro progettuale ed applicativo bisogna far riferimento ai reali campioni del sistema NCS).

                             
NCS S 4030-Y50R        NCS S 4040-Y50R          NCS S 5030-Y50R          NCS S 5040-Y50R

                             
NCS S 6020-Y50R        NCS S 6030-Y50R        NCS S7010-Y50R        NCS S 7020-Y50R

Osservandoli, si capisce subito che, pur cogliendone le differenze, sarebbe davvero complicato dare dei nomi diversi ad ognuno di questi “marroni”.

Non ci possiamo permettere di muoverci, come per l’acquisto di un cappotto, in vaghi ambiti di comunicazione verbale fatta di categorie, associazioni, significati culturali, sensazioni soggettive, utilizzati nella quotidianità, ma poco attinenti al mondo del progetto, dove dare indicazioni precise, puntuali è non solo auspicabile, ma necessario.
Lasciamo l’espressione pittoresca – verde menta, giallo polenta, rosso fuoco, marrone mattone, rosa confetto o grigio elefante – alla musicalità del nostro personale vissuto. Come progettisti consapevoli, non permettiamoci equivoci fuorvianti.

Sarebbe imbarazzante proporre al decoratore, o al nostro committente, un bel marrone cappotto appena comprato…

 

Bibliografia:

  1. R. Ronchi, “Visione e Illuminazoine alle porte del 2000”, Vol. II, Fondazione Giorgio Ronchi, LXXII, FI, 2000
  2. Agnello, “Semiotica dei colori”, Carocci Ed. & Bussole, Roma, 2013
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COME UNA RAGNATELA

METROPOLITANA | TOKYO

La stazione della metropolitana Iidabashi Oedo è situata in uno dei gangli di Tokyo a maggiore densità relazionale. Vi si incrociano strade, tracciati infrastrutturali e tante traiettorie umane, attirate da attività di tipo sia pubblico che privato.
La metafora reticolare viene reinterpretata da Makoto Sei Watanabe in modo assai incisivo nel progetto di quella stazione sotterranea. La struttura in cemento armato viene lasciata a vista, perfino senza finiture o attrezzature visivamente caratterizzate, diventando lo sfondo un’installazione con forte potere identificativo.
I tratti interessati dai lunghissimi collegamenti verticali vengono enfatizzati, in alto, da una sorta di ragnatela stirata, realizzata in elementi metallici tubolari, ospitano anche gli apparecchi per l’illuminazione.
Insolito il rivestimento cromatico: verde elementare. Decisamente coraggioso e pervasivo, un po’ onirico, capace di determinare senza equivoco la personalità di quell’ambiente trasportistico.

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AFRICA CHIAMA ITALIA

ARTE | MILANO, CITY LIFE

ArtLine è un progetto di arte contemporanea del Comune di Milano, che coinvolge diversi artisti under40, mirato all’arricchimento del parco pubblico di City Life. L’installazione più recente (e più “social”) è Coloris, firmata da Pascale Marthine Tayou.

Da un pavimento in calcestruzzo, che rappresenta il planisfero terrestre, si eleva un centinaio di tubi metallici verniciati con colori vivaci e luminosi. Le loro altezze variano dai 6 ai 12 metri e sulla sommità di ogni palo si trova un uovo.

L’opera è un’esplosione cromatica che si irradia sulla città. L’artista belga-camerunense riconosce nell’uso del colore, abbinato al valore simbolico dell’uovo, un forte significato di fecondità e di fratellanza tra le etnie oramai radicate nel capoluogo lombardo. Egli opta per una palette molto variegata, che coinvolge tutte le tinte dello spettro primario e tante loro nuance, in contrasto con la monocromia delle nuove architetture circostanti.

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Il proficuo tra gli opposti nella luce

(di Andrea Cacaci) – novembre 2018

Il tempo della luce


Richard Feynman: Los Alamos identity badges: F (da Wikipedia)

Nel 1985 Richard Feynman, uno dei più grandi fisici del Novecento (Nobel per la fisica nel 1965), pubblica QED La strana teoria della luce e della materia in cui cerca di spiegare ai profani perché la luce rientra nell’alveo della fisica dei quanti. Il testo perlopiù semina dubbi e interrogativi, strumenti essenziali per affrontare il progetto della luce.

Alcune citazioni dal saggio sono particolarmente significative (1).

“Nel 1929 venne elaborata da diversi fisici una nuova teoria che descrive l’interazione quantistica della luce con la materia, e che fu battezzata con l’orribile nome di elettrodinamica quantistica [… che] ha ormai più di cinquant’anni ed è stata verificata con accuratezza sempre maggiore in situazioni sempre più varie. Al momento attuale posso dire con orgoglio che non vi è discrepanza significativa tra la teoria e gli esperimenti.”

“Alla fine racconterò qualcosa anche sulle particelle nucleari; ma nel frattempo parlerò solo di fotoni, le particelle di luce, e di elettroni. Perché l’aspetto più importante, e anche il più interessante, è il loro modo di comportarsi.”

“Dal punto di vista del buon senso l’e. q. descrive una natura assurda. Tuttavia è in perfetto accordo con i dati sperimentali. Mi auguro quindi che riuscirete ad accettare la Natura per quello che è: assurda.”

“Abbiamo un bel lambiccarci il cervello per inventare una teoria ragionevole che spieghi come fa un fotone a decidere se attraversare il vetro o rimbalzare su di esso: è impossibile prevedere che cosa farà il singolo fotone.”

“Bisogna concluderne che la fisica, scienza profondamente esatta, è ridotta a calcolare la sola probabilità di un evento, invece di prevedere che cosa accade in ciascun caso singolo? Ebbene sì. È un ripiegamento, ma le cose stanno proprio così: la natura ci permette di calcolare soltanto delle probabilità. Con tutto ciò la scienza è ancora in piedi.”

“Ed è per questo che, approssimando, possiamo prendere per buona la descrizione del mondo, piuttosto rozza, secondo la quale la luce segue soltanto il percorso che richiede il minimo tempo.”

C’è qualcuno che si occupa di luce da un punto di vista progettuale che conosce alla perfezione le dinamiche, le logiche e i meccanismi di calcolo dell’elettrodinamica quantistica? Eppure questo è il quadro di riferimento che si è sostituito alla fisica classica. Abbiamo tra le mani una materia che non conosciamo a fondo e che quindi non può essere gestita solo col linguaggio della scienza; per riuscire a usarla bene dobbiamo impiegare tutte le nostre capacità, sia intellettuali che non. Per dirla con Goethe dobbiamo recuperare anche altri strumenti: oltre all’azione, nel progetto della luce bisogna usare la passione (2). 

L’Effetto Hawthorne


Elton Mayo (https://collections.slsa.sa.gov.au/resource/B+13694)

Più o meno negli stessi anni in cui iniziava l’avventura della fisica quantistica, nella prima metà del Novecento, ad Hawthorne, una cittadina dello stato dell’Illinois, negli impianti industriali della Western Electric Company, veniva condotto un esperimento di natura sociologica che portò risultati tanto inattesi quanto sorprendenti. Lo scopo della ricerca, condotta da Elton Mayo, era di scoprire come le condizioni del lavoro potessero influenzare la produttività degli operai della fabbrica. Lo strumento principale impiegato nella ricerca fu la luce, nello specifico le variazioni dell’illuminazione del posto di lavoro (3).
La sorpresa fu scoprire che la produzione cresce a prescindere dal maggiore o minore livello di illuminamento creato nell’ambiente lavorativo. I primi risultati erano del tutto incongruenti con le premesse teoriche: la produzione aumentava sia che si incrementasse la quantità di luce sia che l’illuminamento diminuisse, sia che si tornasse al livello di partenza.
La conclusione dell’esperimento, da cui venne coniato il concetto di Effetto Hawthorne, fu che il solo atto di osservare fa mutare ciò che si osserva. Chi sente di essere oggetto di attenzioni reagisce cambiando il proprio atteggiamento.
Si comprende bene come ogni elemento di variabilità inserita nell’ambiente rappresenta un potenziale strumento che alza il livello di attenzione dell’utente e contribuisce a mutarne i comportamenti.

La luce è mutevole: ridurla a sostanza sempre uguale a se stessa significa rinunciare a una risorsa di arricchimento del progetto e a uno strumento di interazione sociale.

Bibliografia:
(1) Richard Feynman, QED La strana teoria della luce e della materia, Adelphi.
(2) W. Goethe, La teoria dei colori, Il Saggiatore
(3) Elton Mayo, I problemi umani e socio-politici della civiltà industriale, UTET.

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IL CALCIO OSPITA LA PITTURA

ARTE | OFFSIDE GALLERY

Nel paesaggio dell’arte contemporanea, segnaliamo un’iniziativa a dir poco strepitosa. A Lione, nel cuore della Francia, ha appena aperto i battenti una galleria d’arte senza… galleria. Difatti, Offside è costituita da un collettivo di artisti attivi nell’ambito della street art, per cui senza la necessità di uno spazio chiuso e canonico.

In tal senso, nessuna superficie è più adeguata delle strutture in cemento armato del Grupama Stadium, soprattutto per le dimensioni. Così i direttori, Guillaume et Gautier Mathieu, offrono la visione delle opere al pubblico calcistico e accolgono altri visitatori in orari infrasettimanali.

Qui pubblichiamo alcune immagini dell’insolita scala arcobaleno, di cui sono state colorati sia i gradini sia l’estradosso, ciò che la rende un’opera di writing decisamente tridimensionale.

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L’importanza della comunicazione in assenza di colori

(di Luca Talamonti) – ottobre 2018

Qualche anno fa, io e la mia compagna decidemmo di regalarci un’esperienza speciale: la cosiddetta “Cena al buio”.
A Milano, così come in altre parti d’Italia e, ne sono convinto, del mondo, esiste una società che permette di sperimentare sensazioni uniche, finalizzate a sensibilizzare le persone su chi abita un mondo molto particolare: quello dei non vedenti.

L’associazione di Milano “Dialogo nel buio”, www.dialogonelbuio.org

La società di Milano si chiama “Dialogo nel buio” e, ai tempi, proponeva due opzioni: una camminata di circa 60 minuti in un percorso totalmente buio, guidati da persone non vedenti; oppure, una cena, di circa 120 minuti, in una sala completamente buia, serviti al tavolo da camerieri anch’essi non vedenti.
Noi optammo per la cena e si trattò di un’esperienza straordinaria.
Il tutto iniziava in una sala illuminata, dove venivano radunate tutte le persone iscritte alla cena.
Poi, a gruppi, venivamo chiamati per nome e accompagnati all’ingresso della sala nella quale sarebbe stato servito il pasto: sala completamente buia o, per dirla secondo chi ha il dono della vista, nera.
Qui, venivamo presi in consegna dal personale di sala, non vedente dalla nascita, che, con una agilità disarmante, ci accompagnava in fila indiana ai rispettivi tavoli.
I tavoli erano da 8 o 10 persone e nessuno di noi sapeva quali sarebbero stati i propri commensali, poiché l’ingresso alla sala era stato organizzato in modo che le persone venissero accompagnate dentro alla spicciolata.
Una volta seduti, la prima sfida consisteva nel capire dove fossero le posate, i bicchieri, le bottiglie.
La seconda, per quanto mi riguarda, era rappresentata dal versarmi da bere, senza far sì che il bicchiere traboccasse.
La terza e più interessante sfida vedeva tutti noi coinvolti nel cercare di mangiare i piatti che ci venivano servizi con maestria dai camerieri non vedenti e, soprattutto, nel capire cosa stavamo mangiando. All’atto dell’iscrizione, infatti, avevamo solo potuto segnalare eventuali gusti, allergie o intolleranze, ma di fatto non ci era dato sapere cosa avremmo mangiato.

Una grande verità, www.coppadicitazioni.it

Ovviamente, un’esperienza del genere ti permette di acuire notevolmente gli altri sensi, perché annullando il senso della vista, è come se il cervello ridistribuisse la sua energia, andando a potenziare tatto, gusto, udito e olfatto.
La vera sorpresa, però, è stata il relazionarmi con le altre persone sedute al tavolo con me: persone che non conoscevo, che non avevo visto prima e con cui ho passato circa 2 ore.
2 ore meravigliose, in cui io, come gli altri, non avevamo potuto esprimere alcun giudizio preventivo nei confronti degli altri, giudizio che, solitamente, esprimiamo proprio con il senso della vista: quante volte, camminando per strada, giudichiamo gli estranei con un semplice sguardo, analizzando come sono vestiti, come camminano, come si comportano… pur non sapendo niente di loro? Questo avviene perché il senso della vista è decisamente predominante rispetto agli altri, purtroppo.
Ebbene, in quelle 2 ore a cena, essendo annullato il senso della vista, il giudizio sugli altri si è costruito poco alla volta, strada facendo e basandosi sull’udito, dunque sulla comunicazione e sulle sensazioni che questa regalava.
Una comunicazione pura, profonda, spontanea, in grado di formare un giudizio molto più umano e che ha permesso a tutti di utilizzare un rispetto per l’altro che raramente, quando giudichiamo con lo sguardo, esprimiamo sinceramente.
A cena conclusa, siamo stati portati nella stanza iniziale, questa volta sì un tavolo alla volta. E la sorpresa nel vedere finalmente i miei commensali è stata grande, perché ovviamente il loro aspetto non corrispondeva assolutamente all’idea che mi ero fatto parlando e condividendo con loro la cena, le emozioni e i piccoli, grandi ostacoli di questa esperienza.
Un’esperienza straordinaria, che consiglio a chiunque e che fa parecchio riflettere a più livelli.
Personalmente, sono uscito da quel posto con una potente domanda in testa: sarei disposto a rinunciare al senso della vista, in cambio di un mondo fatto di relazioni vere e profonde, basate su un giudizio umano e non su quello artefatto, preponderante e arrogante che gli occhi ci forniscono ogni giorno?

La vista: vantaggio o svantaggio?, www.romasette.it

La risposta, a mio avviso, non è così scontata…

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